Il Numero 58 della Rivista tratta finalmente un argomento a lungo sollecitato dai lettori di Sardegna Antica. Mira a un bersaglio molto ambito: un aggiornato chiarimento didattico-scientifico sulle statue di Monti Prama, cui si giunge dopo una “preparazione” sviluppata nei due numeri precedenti. Sarà – crediamo, immodestamente – un numero da collezione, unico e irripetibile, nel quale le Grandi Statue Sarde sono un argomento di gran peso, in tutti i sensi. Ad onta della sintesi, non tutto il ponderoso argomento ha potuto trovare posto in un unico numero. Alcune imprescindibili considerazioni conclusive seguiranno nel fascicolo n. 59.
Molte ipotesi popolari, false e strumentali, imprecise o favolistiche, troveranno definitiva confutazione in queste pagine, seppure esse fossero mai state credute vere in passato. Come sempre, ogni autore si assume la responsabilità culturale di ciò che afferma. Le argomentazioni proposte ci sembrano convincenti, e già questo sarà un merito: perché se, da una parte, è inaccettabile che Scienza e Storia siano piegate a interessi politici e/o commerciali, d’altra parte non si deve permettere che un tema culturale di vero interesse mondiale sia ridotto a strumento tanto provinciale e identitario da scadere in discussioni dai toni accesi e incongrui, coi tipici, rozzi modi dell’ignoranza più ingovernabile e sanguigna. I nodi culturali e cronologici, d’antica origine, sono personali dei singoli autori, come già detto.
Ci è sembrato giusto ripubblicare qui l’articolo originale, in Campidanese, con cui Giuanni Lilliu comunicò, nel 1983, per la prima volta in termini divulgativi, sia la scoperta delle statue sia i suoi significati “ufficiali”. Vale la pena perché del fascicolo, è giusto notare, si vendettero tante copie, ma non moltissime. [Per i pochi che non hanno consuetudine col sardo, la traduzione in Italiano è qui proposta, a fronte, a cura di G. Manca]. “Sardigna Antiga”, in origine, oggi Sardegna Antica C.M., nell’occasione dedicò alle Statue la copertina, che ricompare in queste pagine. ¿Troverà motivo di “pace” chi ancora sostiene un generale e voluto occultamento? Tuttavia, ¡resta pur vero che ci furono lunghi anni di attesa, tentennamenti e disguidi! Quel ritardo, semplicemente chiosa ed esemplifica le grandi difficoltà – non economiche! – in cui si dibatte tutta l’archeologia italiana e specialmente quella sarda, da tempo agonizzante.
Un inedito articolo di C. Tronchetti chiarirà persino ai non addetti ai lavori il motivo per cui noi riteniamo che egli sia da considerarsi “il vero scavatore” di Monti Prama. Altro è dire della misura in cui ciascuno è disponibile a condividere la collocazione culturale in un ancora seguito Nuragico lilliano, sospetto per longevità. Certamente lo scritto, di prima mano, sarà gradito anche agli esperti veri.
Un punto di vista personale, da parte di chi visse in prima fila quegli anni e quell’ambiente, sarà offerto da L. Scano, che poi si adoperò, col compianto Francesco Nicosia, già Soprintendente di Sassari, per dare una svolta al crescente malcontento. Lo Scano diede una spallata politico-economica e fece riemergere le statue dagli scantinati restituendoli allo studio e al mondo. I risultati del pessimo restauro non sono certo a lui imputabili, quanto a chi fu incaricata di sorvegliare appalti e operazioni di restauro… e non lo seppe fare.
M. Feo proporrà un originale inquadramento classificatorio del fenomeno di Monti Prama, a conclusione dei due precedenti, fondamentali articoli, comparsi nei fascicoli 56 e 57, preparatori al presente. In questo numero trovano continuità o compimento la riflessione “Archeologia e università” (maiuscolo e minuscolo intenzionali), di G. Manca e l’argomento geologico e paleontologico di A.A. Tronci. Altri temi d’interesse sono “Il culto dei morti” di G. Enna e la ricerca di Andrea Muzzeddu, sulla persistenza di riti antichi nelle prassi funerarie moderne. Segnaliamo, per la penna di N. Bruno, l’assoluta novità di “Linguistica storica”: una critica distaccata, foriera di una stimolante proposta che darà vigore alla tormentata linguistica isolana. Un’antica, multiforme divinità è richiamata nella recente ricerca su Giove Dolicheno della nostra M. Andreoni, affiancata dala studiosa F. Vecchi. L’articolo di R. Lupieri Perissutti ci offre una ricca e aggiornata sintesi dell’evoluzione “per tappe rivoluzionarie”del genere umano, dalle australipitecine fino al Sapiens odierno. Singolare è lo scritto scientifico di M. Fregoni, “Silvestrone sardo”, che dà notizia di un primato mondiale in Sardegna, toccato da un’insospettata essenza vegetale. M. Fregoni ci affida, con scienza specialistica, la meraviglia e il sorriso: ottimo viatico per la speranza anche in queste fasi travagliate. Si chiude l’elenco delle opere e dei collaboratori per questo numero, indubbiamente speciale, rimandando i lettori anche all’unica breve recensione, di un libro particolare per il suo messaggio umano e affettivo.
È inutile elencare le difficoltà d’ogni genere affrontate (Archivi bloccati, Musei chiusi, Fonti e contatti indisponibili, impossibilità di fare ricerche sul campo, economia languente e seri problemi di salute di alcuni autori), che affliggono anche la Redazione, in questo infinito periodo di crisi sanitaria, economica e politica. Valga per tutto solo notare il rammarico espresso alla redazione da C. Tronchetti per non potere accedere al migliore materiale fotografico, che avrebbe voluto accludere al suo scritto inedito. Malgrado tutto, non s’interrompe la pubblicazione di queste nostre sudate e amate pagine, che – dalla provincia più interna della Sardegna – idealmente vogliono abbracciare unitamente i lettori, la cultura sarda e quelle mediterranee.
Si deve ammettere che il ritrovamento delle statue fu purtroppo presentato nel modo sbagliato, fin dal principio. Nel 1974, un quotidiano sardo annunciava trionfalmente per la prima volta, ovviamente dopo avere ottenuto le notizie da qualcuno che aveva l’autorità di diffonderle:
“Si tratta di un probabile tempio punico, con colonne fittili e lignee, capitelli, grossi blocchi squadrati di arenaria e i resti di un lastricato realizzato con blocchi di basalto scalpellato. Solo uno scavo potrà chiarire la forma del monumento. Dagli elementi finora in possesso si può ipotizzare un tempietto quadrangolare, con quattro colonne in arenaria di cui sono stati recuperati quattro capitelli decorati e basi in arenaria e basalto in cui s’infilavano travi lignee”.
È già evidente nell’annuncio di allora tutto l’entusiasmo immaginifico di oggi: nulla di quanto asserito inizialmente fu in seguito confermato dagli scavi, ma la miccia di quanto sarebbe successo dopo era stata imprudentemente accesa. Nel 1977 Lilliu escludeva che le statue potessero essere funerarie: oggi ci si orienta esclusivamente verso questa ipotesi. In particolare, il “lastricato” non è mai stato rinvenuto e così il “tempio” (ma ci si ostina ad ipotizzarli possibili). I “capitelli” erano in realtà i c.d. “modelli di nuraghi” e i “grossi blocchi” vari costituiscono reperti sparsi ancora non compresi. Non si sono rinvenute “colonne fittili” e naturalmente nessuno può aspettarsi che le colonne lignee possano essersi conservate, però le si ipotizza. Infine, il sito è interamente sardo, anche se niente affatto “nuragico” e meno che mai punico.
È ormai necessario prendere le distanze da una situazione imbarazzante, in cui troppi non addetti parlano a sproposito, spesso con toni niente affatto degni della cultura, rendendo incomprensibile ai più ogni questione archeologica e storica.
Le grandi statue sarde sono solamente personaggi maschili. Sembrano anzi ispirarsi all’iconografia di alcuni “bronzetti” sardi: quelli che portano armi. In particolare, si tratta di guerrieri con spada, schinieri e scudo, di arcieri con arco, bracciale paracorda e cardiophilax e di una terza (e duplice) categoria che nei bronzetti è molto rara, mentre nelle statue è invece preponderante: i “pugili”. Il termine adottato è probabilmente inappropriato.
Chi fece le statue
Su questo argomento c’è un discreto consenso scientifico: si pensa che gli artigiani delle statue sarde fossero di cultura siriana. La prima causa di tale attribuzione è tratta dai numerosi motivi stilistici (gli occhi tondi e grandi, la loro vernice nera, le trecce fluenti, la stola sfrangiata sulla tunica, il bordo dentellato delle calze sotto gli schinieri: tutti della medesima origine orientale, di cui esistono molti esempi). Poi, esiste il dato storico di una fuga di artigiani dalle coste della Siria, effettuata su vettori Fenici, probabilmente all’epoca del loro primo arrivo in Sardegna. Ciò daterebbe lo sbarco degli artigiani nella seconda metà del IX secolo a.C.
Nella prima parte di questo scritto faccio cenno all’inconsistenza dell’insegnamento archeologico all’università di Cagliari dagli anni ’60/‘70, ancorché esso fosse – per un arcano – ritenuto di qualità e di scienza avanzata. Sostanzialmente e formalmente esso era in chiara continuità col pensiero ottocentesco, solo accresciuto dall’esperienza del primo Novecento dell’iperattivo piccone di Antonio Taramelli, di prevalente impronta antiquaria e livello erudito, non compiutamente scientifico. Era un clima in cui le sensazioni d’autore e la tendenza a romanzare la Preistoria s’alternava a sprazzi di velleità tecniche limitate alla descrizione generica delle planimetrie dei nuraghe e di sezioni verticali riassunte in oscure ogive, battezzate tholoi, alla greca: gergo snob, nella insulsa speranza di dare una collocazione aulica (roba per pochi accademici baroni) a un mondo preistorico, in nessun modo classico, bensì di tutt’altro e incompreso orizzonte culturale. Vuote parole, in sostanza, ma non passi concreti o decisivi verso la scientificità di cui questa disciplina aveva un estremo bisogno per nascere e decollare.
S’impone, dunque, una domanda lecita: ¿da dove provenne quel subitaneo – geniale e saccente – salto qualitativo apparso nel suo manuale universitario? – ¿da dove veniva l’autorevolissimo, indiscutibile e intoccabile Verbo in questione, tutt’altro che scientifico?
Gli errori erano tutti di certo Duncan Mackenzie, della perfida Albione. Ecco, dunque, la fonte… ¿ma chi era questa penna inglese, che nessuno degli studenti mai sentì insegnare nelle sue “profetiche” emanazioni? ¿Indagava strutture murarie? (¡che gusti da muratore!).
Tali interpretazioni, sottoposte, sul campo a verifica diacronica seria e concreta, oltre gli esiti negativi ebbe quello d’inchiodare la ricerca per alcune generazioni. È pure venuto meno uno degli obblighi imprescindibili dell’Archeologia: l’attenersi a un’interpretazione intelligente, quanto più possibile oggettiva dei reperti di scavo; a essa si sostituì, invece, la fantasia e la strategia politica.
Oggi, chi sostiene d’essere più scientifico si limita alla descrizione di reperti o monumenti in lunghi elenchi noiosi e sterili. Ma questa è archeologia descrittiva: siamo ancora lontani dall’attesa Archeologia Interpretativa o colta.
Gli scrittori ottocenteschi volti al Nuragico si moltiplicano e giungono a una cinquantina (da una conta di G. Lilliu), fra cronisti studiosi e colti, scienziati di tante discipline e osservatori non sempre estranei a intenti coloniali. Si può dire che prevalessero gli ecclesiastici ma, nella seconda metà dell’Ottocento, finalmente crebbero in buona percentuale le analoghe attenzioni di laici. Nessuno si sposta, però, dal detto pregiudizio egizio – fenicio cosmico, né da risibili riflessioni sul bisogno, velleitario e insopprimibile, di stabilire quale dovesse essere la “funzione dei nuraghe”, che non sapremo mai e – in ogni caso – proprio nessuno mostrò di poter studiare con raziocinio.
¿Condividere l’Archeologia postbellica?
Aderire oggi al “contenuto dell’archeologia negli atenei” in clima post-bellico è come accettare di vivere immersi in un clima tolemaico/aristotelico, governati da una “Santa Inquisizione”, amministrata con subdolo fanatismo religioso. Insomma, nessuna proposta né apertura scientifica: nessun Copernico avrebbe potuto rivoltare le concezioni sideree… ché la ragione non conta in certi climi; intanto si dovrà temere per il proprio futuro. Pensiamo al tempo di quell’astronomo temerario (un polacco e magari pagano) dire che siamo noi, la Terra e le fissazioni dell’umanità, a inseguire il Sole in una pazza corsa cosmica: sarebbe blasfemo.
“¿Noi, dunque, ruoteremmo intorno a lui (il dio Sole) e anche attorno a noi stessi?…¡Dio che fantasia!” Non per dire ma, si rifletta, ¡lo vedono tutti che il Sole sorge a Est e tramonta a Ovest!
Le sacre scritture poi – ¿ma li ascoltate i vati del vero Dio? – dicono che quando Gesù spirò, il Sole si fermò nel cielo… e fu buio; dopo tutto intorno riprese a muoversi…
¡La mentalità “delle sensazioni”!
Dal XVIII secolo, ma ancor più nel XIX, gli accademici: ecclesiastici o parenti di nobili feudatari, vicini a quanti avevano per certo che fosse il Sole a muoversi nel cielo, hanno osservato casualmente, qua e là nell’Isola, strani edifici a forma di tronco di cono. A cavallo o in carrozza, li vedevano sui rilievi, in specie, alti sulle valli, quali sentinelle dimenticate delle oscure tribù preistoriche. Li vedevano d’impianto rotondo e forma troncoconica: ciò diede loro certezza che, al pari delle torri costiere aragonesi e sabaude, fossero sentinelle e presìdi per pericoli provenienti “dal mare”. Tutti così videro, nell’Ottocento, così nel Novecento ripeterono gli archeologi. Ancora, in virtù del declamato e disperatamente difeso “Metodo storico” e anche quello del Conviene uniformarsi…
Monti Prama; gli scavi del 2014 con indicati i saggi Tronchetti 1979
La statuaria a figura umana rinvenuta nel sito di Monti Prama (Cabras-OR) nella Sardegna centro-occidentale è una straordinaria manifestazione della vitalità e creatività delle genti tardo-nuragiche dell’età del Ferro, che si può definire paradigmatica per lo studio e la comprensione dei complessi fenomeni di contatto, interazione, ibridizzazione, creolizzazione (a seconda dell’ottica e della terminologia usata dai diversi Studiosi) che avvengono tra i diversi popoli nel Mediterraneo. Prima di affrontare questi problemi è opportuna una breve presentazione del sito, della scoperta e dei dati materiali su cui possiamo basarci.
Descrizione del sito
Monti Prama (il monte delle palme, così chiamato dalla quantità di palme nane spontanee, localmente chiamato anche Mont’e Prama, Monti Pramma italianizzato in Monte Prama) è un piccolo rilevamento che appartiene alla modesta catena collinare che si trova grosso modo parallela alla costa occidentale della Sardegna, immediatamente a Nord del Golfo di Oristano, e si colloca tra questa e lo Stagno (adesso laguna) di Cabras. Si tratta di un’area geografica assai favorevole all’insediamento umano, ricca di spazi per caccia e pesca, terreno fertile, pozzi di acqua, con la massiccia mole del Monti Ferru e le sue risorse minerarie poco più a Nord, possibilità di facile approdo e penetrazione nell’interno dell’isola sfruttando la comoda valle del fiume Tirso. Anche solo limitandoci all’età nuragica, le testimonianze della frequentazione umana sono notevolissime. I nuraghi monotorri e pluriturriti costellano il territorio, culminando nel grande complesso del S’Uraki di San Vero Milis, poco più di una decina di chilometri a Nord-Est di Monti Prama. In questa area, tra la fine dell’Età del Bronzo e l’inizio dell’Età del Ferro, grosso modo tra il 1000 e il 900 a.C. per parlare in termini di cronologia assoluta, viene impiantata una necropoli, la cui ampiezza totale è ancora da definire, che presenta caratteristiche di assoluta novità rispetto alla tipologia sepolcrale diffusa nell’isola durante la precedente Età del Bronzo. In tale epoca le comunità nuragiche seppellivano i loro defunti inumandoli in tombe collettive, definite “tombe dei giganti”, segnalate abitualmente da betili lavorati in modi diversi, a secondo delle diverse zone dell’isola. Le tombe di Monti Prama, invece, sono tombe singole a pozzetto; anche le poche altre tombe note databili sicuramente nell’Età del Ferro si qualificano con assoluta prevalenza come tombe a pozzetto singolo, anche se sono attestate sporadiche tombe a cassone. Quindi siamo dinanzi ad un salto culturale notevole: dalla tomba collettiva alla tomba singola; ma vedremo dopo quali sono gli elementi di continuità tradizionale che ancora permangono.
Gli interventi di scavo
Nel 1974 alcuni contadini riconobbero, in un mucchio di spietramento nelle campagne del Sinis, una testa umana scolpita in pietra. Informate le autorità, il manufatto venne consegnato alla Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano e il Prof. G. Lilliu dell’Istituto di Antichità, Archeologia e Arte dell’Ateneo Cagliaritano, effettuò con i suoi colleghi ed allievi un piccolo saggio di scavo nell’area, rinvenendo alcuni frammenti di sculture. L’anno successivo il Dr. A. Bedini, Ispettore della Soprintendenza, realizzò una breve campagna di scavo, portando alla luce alcuni frammenti scultorei e parte di una necropoli, che sarà meglio descritta di seguito. Nel 1977 le arature portarono alla luce altri frammenti di statue e fu deciso un intervento congiunto tra l’Università di Cagliari nella persona della Prof.ssa M.L. Ferrarese Ceruti, e la Soprintendenza Archeologica nella persona dello scrivente, per verificare con precisione la situazione e programmare una eventuale congrua campagna di scavo. I risultati delle tre settimane di indagini, in un piovoso dicembre, furono più che incoraggianti, e conseguentemente si richiesero al Ministero per i Beni e le Attività Culturali finanziamenti per lo scavo, che vennero assegnati per l’anno 1979. Nel frattempo, per motivi sui quali non è il caso di tornare in questa sede, i rapporti tra la Soprintendenza e l’Università si interruppero e lo scavo fu affidato interamente alla responsabilità di chi scrive, con la preziosissima collaborazione del Sig. G. Saba, Assistente Tecnico di Scavo della Soprintendenza, che gestì come un orologio svizzero tutta l’organizzazione logistica del cantiere con i suoi operai, al quale parteciparono anche due giovani archeologi appena entrati in Soprintendenza (Dr.ssa E. Usai e Dr. P. Bernardini) e un laureando in Archeologia (Sig. R. Zucca).
Disponibile da Aprile 2021, il nuovo numero 58 di Sardegna Antica
In prima di copertina: Iconografia pertinente le statue di Monti Prama con la copertina di Sardigna Antiga n.1 del 1983, che per prima parlò di statue.
Il Numero 58 della Rivista tratta finalmente un argomento a lungo sollecitato dai lettori di Sardegna Antica. Mira a un bersaglio molto ambito: un aggiornato chiarimento didattico-scientifico sulle statue di Monti Prama, cui si giunge dopo una “preparazione” sviluppata nei due numeri precedenti. Sarà – crediamo, immodestamente – un numero da collezione, unico e irripetibile, nel quale le Grandi Statue Sarde sono un argomento di gran peso, in tutti i sensi. Ad onta della sintesi, non tutto il ponderoso argomento ha potuto trovare posto in un unico numero.
Alcune imprescindibili considerazioni conclusive seguiranno nel fascicolo n. 59…
Negli anni Sessanta del secolo passato, un certo numero di noi giovani barbaricini fu felicemente parcheggiato all’università (¡u maiuscola, allora!). Con un certo senso d’inadeguatezza affrontammo quel mondo nuovo, atteso e paventato assieme. Trapelava qua e là, fra gli “altissimi” docenti, la supponenza dei giusto-collocati e – qua e là – l’opprimente olezzo d’impalpabile miseria morale e materiale: ¡inizi poco incoraggianti! Ma si paga un prezzo per crescere. Impaziente, attesi d’attingere a contenuti… che non giungevano. Non c’erano proprio, oltre le parole d’ordine. Tutto era “rivelazione”, con parole reiterate, affermazioni d’autorità e molte fiabe, condite di presunzione e così fu, tutto immutato, anche per i seguenti studi, “specialistici a parole”, tediosamente e assurdamente ripetitivi dei medesimi dogmi già ingurgitati. Le lezioni “odoravano” di catechismo e alle più che rare domande degli allievi l’esito era il nulla o il farfuglio di qualche prof arraffa-tutto, omertoso e ridanciano. In anni d’impegno e vita al lumicino, in estrema sintesi questo fu il patrimonio archeologico, morale e contenutistico da “mettere in saccoccia” nell’università parcheggio per giovani e speranze, come ben si capì in seguito
Dall’Ottocento alle grandi guerre
Dalla letteratura archeologica di un secolo precedente e oltre, a cavallo tra Ottocento e metà Novecento, galleggiava un retaggio inconsistente di autorità vanamente erudite “demandate a sapere”. Intelletti belli come “vuoti a perdere”, intrisi d’autoritarismo: patrimonio dell’antiquaria dai fermi preconcetti fenicio-egizi, calati anche in salsa biblica, con cronologie generazionali velleitarie.
Gli scrittori ottocenteschi volti al Nuragico si moltiplicano e giungono a una cinquantina (da una conta di G. Lilliu), fra cronisti studiosi e colti, scienziati di tante discipline e osservatori non sempre estranei a intenti coloniali. Si può dire che prevalessero gli ecclesiastici ma, nella seconda metà dell’Ottocento, finalmente crebbero in buona percentuale le analoghe attenzioni di laici. Nessuno si sposta, però, dal detto pregiudizio egizio – fenicio cosmico, né da risibili riflessioni sul bisogno, velleitario e insopprimibile, di stabilire quale dovesse essere la “funzione dei nuraghe”, che non sapremo mai e – in ogni caso – proprio nessuno mostrò di poter studiare con raziocinio.
Roboanti padroni delle conoscenze
Dal pensiero archeologico dell’Ottocento, caratterizzato da un elevato grado d’insipienza, giunse l’insegnamento “illuminato” di un acuto e coltissimo storico: Ettore Pais, che “costretto quasi dall’inerzia altrui” si risolse ¡finalmente! con le sue sconfinate doti sui documenti della letteratura greca e romana, a dare soluzione ai problemi della crepuscolare Archeologia sarda. Secondo le convinzioni correnti, la “sua” letteratura non avrebbe potuto nascondere (ai soli colti s’intende), i giusti lumi sulla società “troglodita” (così la definiva), che popolò l’Isola rendendola selvaggia… giusto poco tempo prima delle “civili e salutari” spade romane.
Era uno storico di vaglia, il Pais, ma nulla-nulla capiva d’Archeologia e, tuttavia, ciò era del tutto irrilevante per le meningi dei proff d’allora (ma anche per molti che seguirono): beh… d’altronde ¡era un accademico! Dunque, il campo archeologico fu assurdamente governato, condizionato per meglio dire, da Pais, per decenni. La sua non fu arroganza, ma certamente espressione d’una ricorrente presunzione accademica, in un mare di dabbenaggine, in un settore che non gli competeva affatto. Tutti, naturalmente s’adeguarono: a lui s’ispirarono persino i succedanei del Novecento, con sicura fede volta al potente accademico sardo-torinese.
Un interrogativo imprescindibile
¿Come si è giunti, da un’archeologia umorale, basata su una storiografia inconsistente, vaga e ricca di gratuite affermazioni d’autore, a una dimensione in cui si sostiene di procedere con approcci tendenzialmente tecnici? Certo, nulla di scientifico e tuttavia si sente un clima in cui principia appena una procedura diversa, con la quale acquista rilievo la grafica del monumento esaminato: si valuta l’aspetto planimetrico e, talvolta, anche quello dell’elevato. Si trovano differenze formali fra i nuraghe apparentemente uguali, fra le tombe di giganti e persino fra le domo de janas.
Come d’incanto, Lilliu principia ad avanzare (¡mai “visto” nei predecessori!) interpretazioni inusitate e varie per le mutazioni formali o temporali, con distinzioni culturali nientemeno: spunti di cronologia relativa derivavano da osservazioni architettoniche, rigorosamente senza dimostrazioni. Lilliu lo fa col consueto piglio accademico [lo faceva anche Pais, il suo idolo], che non ammette contraddizioni o dubbi, né s’avverte (proprio non c’è) la progressione razionale o la logica inferenziale. Insomma, Egli proclama un risultato “blindato”, ma mai il nostro “genio” spiega come a esso sia giunto.
Disponibile da Settembre 2020, il nuovo numero 57 di Sardegna Antica
In prima di copertina: La Dama de Baza, Spagna, Museo Arqueologico Nacional Madrid.
Questo numero della Rivista giunge in ritardo, in quanto la malattia covidale ha ostacolato per mesi tutte le attività umane.
Per qualche tempo, l’incertezza per il futuro ha stornato l’attenzione di ognuno da tutto ciò che non fosse in diretto rapporto con l’essenziale e con la sopravvivenza.
Oggi, seppure nessuno di noi possa dirsi ancora certo del futuro, abbiamo qualche robusto punto fermo e qualche speranza in più: e la Rivista rivede la luce, finalmente, perchè almeno qualcuno ha ripreso a scrivere e a leggere…
Inquadrato cronologicamente l’argomento generale, delineate le prime origini e la simbologia comune, oltre alle più antiche motivazioni primarie, si può finalmente affrontare quella parte del fenomeno espressivo artistico che riguarda la Statuaria Italica, con la speranza di comprenderla meglio nella sua fertile abbondanza e varietà.
I Piceni
“Piceni” è un nome esoetnico, tardo, imposto dai Romani e dai Greci (con la derivazione mitologica da “Pikus”, Marte): essi chiamavano se stessi “Safini” ed erano di lingua Osca, indoeuropea. Il “Safnio” – Sannio dei Romani – s’estendeva dai Monti Sabini ad Abruzzo, Molise, Campania e Basilicata, fino alla Calabria. Avevano fama d’essere grandi guerrieri e mercenari molto affidabili. I Romani estesero il termine “Sabelli” agli Osco parlanti (Peligni, Vestini, Marrucini e Marsi), oltre che a popolazioni sannitiche (Sanniti, Frentani, Sidicini, Lucani, Apuli, Bruzi).
La popolazione italica dei Piceni era stanziata sulle coste del mar Adriatico. Di essa ci è pervenuta l’opera che per almeno 40 anni (dal 1934 al 1974) fu considerata l’unica rimasta e la più monumentale dell’arte italica: il guerriero di Capestrano, alto 223 cm e databile al VI secolo a.C.
“Dal 1934, quando fu scoperta, fino al 1974, data della scoperta delle statue di Mont’e Prama.
La statua calcarea, sorretta da due evidenti puntelli laterali, decorati da due lance incise, raffigura un guerriero a dimensione maggiore del normale, con gioielli ed armi da parata. Si tratta probabilmente della rappresentazione di un defunto illustre, posta come segnacolo per la sua tomba. L’anatomia della figura umana non è definita come nei kouroi greci, ma è più approssimativa, mentre molta più cura è stata dispensata nel raffigurare i dettagli come le armi, che sottolineano il rango e l’importanza del personaggio. Se ne parlerà di seguito più diffusamente.
La Puglia
In Puglia i Greci trovarono le popolazioni di Dauni, Peuceti e Messapi, organizzate in centri urbani dai vivi rapporti con le città elleniche sulla sponda opposta dell’Adriatico.
Tra le produzioni più significative di queste popolazioni ci sono le stele funerarie, come quelle trovate a Siponto. Scolpite in calcare locale nel VII secolo a.C., riportano varie decorazioni a graffito, che rappresentano il defunto con immagini poco naturalistiche, incorniciate da motivi geometrici.
Gli Etruschi
In Etruria, per propria fortuna geologica, erano presenti molte specie differenti di pietra: il marmo delle Alpi Apuane (che fu da essi trascurato, salvo eccezioni, fino ad epoca tarda), la pietra serena, l’alabastro di Volterra, vari tipi di tufo (tra cui il nenfro e la pietra fetida).
Così detta per via dell’odore sulfureo che emette, quando la si scalfisce.
Di conseguenza gli Etruschi avevano un’antica quanto grande familiarità con la pietra e certamente la sapevano lavorare. La usarono nell’urbanistica: prevalentemente nelle fondazioni, e nelle opere di difesa, che sono tutte tarde, con l’eccezione di Roselle (VII sec. a. C.). Gli alzati degli edifici erano realizzati in doppia palizzata di legno, riempita di ciottoli e poi intonacata, oppure in mattoni crudi d’argilla. Hanno sempre lesinato la pietra: per questo resta così poco della loro edilizia civile. Con la pietra – invece – identificavano volentieri l’edilizia funeraria: per questo le loro tombe hanno sfidato i secoli, tanto da sembrare a molti la loro unica realizzazione edilizia.
Tagliavano il tufo in mattoni e costruivano una volta ogivale autoportante, poi mettevano al centro, per sicurezza, un pilastro tanto imponente quanto superfluo dal punto di vista statico.
Dal V secolo non costruirono più le tombe con la pietra, bensì nella pietra: comparvero così le tombe a dado.
A “dado reale”, se con le 4 pareti in vista; a “mezzo dado” se solo con il fronte e due pareti laterali; a “finto dado” se presentavano solo il fronte, scolpito ed ornato
Questo numero della Rivista giunge in ritardo, in quanto la malattia covidale ha ostacolato per mesi tutte le attività umane. Per qualche tempo, l’incertezza per il futuro ha stornato l’attenzione di ognuno da tutto ciò che non fosse in diretto rapporto con l’essenziale e con la sopravvivenza. Oggi, seppure nessuno di noi possa dirsi ancora certo del futuro, abbiamo qualche robusto punto fermo e qualche speranza in più: e la Rivista rivede la luce, finalmente, perché almeno qualcuno ha ripreso a leggere…
Il punto fermo è dato dalla cognizione certa di avere l’ottima arma del distanziamento sanitario, che ha già funzionato bene e che in Sardegna è più agevole, anche per via della bassa densità di popolazione (che di per sé è già una difesa contro le epidemie!). La speranza risiede nell’eventuale prossimo vaccino (più di ventidue studi nel mondo daranno, prima o poi, qualche risultato) e nel migliore trattamento medico-farmacologico. E così oggi annunciamo i nostri programmi.
Abbiamo preparato diversi argomenti interessanti, ormai già pronti, su temi sensibili per i Sardi, che ci sono stati sollecitati da tempo e che sappiamo saranno di grande interesse non solamente per loro: tanto, che di alcuni di essi stiamo già programmando un’edizione sotto forma di libro…
A differenza dei numerosi ciarlatani che oggi predicano da tutti i pulpiti, noi non fingiamo di conoscere con assoluta certezza quale futuro ci attenda: ma siamo prudenti e ottimisti, e ci auguriamo che almeno ci permetta – questo futuro – la libertà di condividere con i lettori gli studi e le intuizioni circa il nostro trascorso comune nel Mediterraneo. Perché quello – il nostro passato – crediamo invece di conoscerlo abbastanza bene e di saperlo descrivere in modo convincente e appassionante.
A tutti un “ben ritrovati”, e carissimi auguri di cuore!
I caprari di Dorgali e di Oliena ben conoscevano, da sempre, lo sperduto villaggio di Tiscali, nascosto nel monte omonimo, dal ventre gravido di mistero. Era certamente tenuto in complice e “prudente” riserbo, avverso il mondo della cosiddetta zustissia.
Sa zustissia, amministrata da estranei, si configurava, dunque, più concretamente come un’immanente fonte d’ingiustizia sociale che, sorda alle tradizioni e senza giustificazioni o fondamenti concreti, sottraeva spesso padri e fratelli alle risorse affettive ed economiche delle famiglie.
Avere in serbo un rifugio personale cui ricorrere, all’occorrenza, poteva essere vitale. Questo era più spesso l’essere “bandito” nei sardi. Tiscali era, per l’appunto, un rifugio imprendibile, la cui esistenza infine trapelò imprudentemente alla fine dell’Ottocento, certo in ambito universitario, in forma quasi fantastica e mitica. Fu così che spinse un primo esponente della cultura di stato a “esplorarlo”.
Ettore Pais, era forse il maggiore fra i docenti di Storia Antica: acuto conoscitore dei classici, rivestiva un ruolo preminente in ambito accademico. Era considerato, in vita e per oltre un secolo, un “mostro sacro, mitico, irraggiungibile e intoccabile”.
Sardo di padre, piemontese di madre e di studi; era giunto in Sardegna per occupare la cattedra di Storia Romana a Cagliari. Ai suoi tempi la Paletnologia non poteva dirsi agli albori, giacché scuole europee, da oltre mezzo secolo, avevano gradualmente portato la diffusa antiquaria ottocentesca, accompagnata dai triti “pregiudizi fenicio-egizio-greco centrici” verso una ricerca più colta, con l’aspirazione di giungere a una scientificità che, auspicata ma ancora fumosa nei cervelli, restava a maglie molto larghe, laddove, di norma, il dato tecnico era filtrato da preconcetti, sensazioni e pronunciamenti “colti e autorevoli”.
Al tempo del Regno Sardo-piemontese, ma anche dopo, in ambito preistorico – come pure in quello storico – ancora tutto procedeva dagli scritti degli autori classici per variegare di dati e interpretazioni “illuminate”, le vicende di una assai vaga fase primordiale (allora “compressa” in solo alcuni secoli) e ritenuto vagamente coevo al mondo delle cosiddette fenicerie; comunque, da tutti concepito come immediatamente precedente all’avvento “fatale” delle spade romane.
Quegli eserciti sanguinari erano visti – ma solo dai colti – come il provvidenziale giungere della “vera civiltà”, a fare da argine definitivo a un’antica barbarie diffusa tutt’attorno al Mediterraneo (occidentale in specie), ancora indistinta (tra punici e trogloditi isolani), sia culturalmente sia cronologicamente.
Una “classica” foto del villaggio di Tiscali. Si nota la capanna meglio conservata del villaggio, la cui forma ingannò tutti gli autori, da Pais in poi, e ancora al giorni d’oggi, molti “ricercatori”, senza elemento alcuno, ripetono che appartenga al Nuragico.
Fu così che lo storico Pais, nel 1910 operò la sua super protetta esplorazione in Barbagia, fino al mondo perduto di Tiscali. Col suo resoconto, egli mostra di essere perfettamente a digiuno di fatti archeologici e, tuttavia, esprime una prima, fatale “sentenza”, a dir poco sconcertante in sé e nelle conseguenze generazionali.
Di fatto, “lui” era un luminare e i suoi “titolati preconcetti” saranno ritenuti inappellabili e quindi pedissequamente adottati dai protagonisti della letteratura archeologica nostrana, sia nella prima metà del Novecento, sia anche – cosa ancora più incredibile – fino ai giorni attuali.
Rifugiati all’ombra del potente cattedratico, nessuno sembrò, né ancora sembra accorgersi, da generazioni, di quanto gratuite, infondate e persino assurde fossero le ispirate impressioni di quel raffinato, perfetto inesperto.
Per il Pais, Tiscali è un villaggio nuragico, bloccato alla fase in cui i romani schiacciarono, infine! ogni velleità di libertà negli indigeni “barbari …ostinati” – dice lui – poco meno che “cavernicoli”. Così ripeterono il Taramelli prima (1933) e il Lilliu poi, con i seguaci suoi (dal 1963 in poi e ancora dopo non potè ricredersi … accademicamente); così ripetono ancora oggi i suoi pedissequi succedanei contemporanei.
Un pregiudizio è sempre ascientifico, ma le conseguenze di una valutazione “autorevole” possono anche essere nefaste e, nei casi in questione, lo furono. Detto in tutta chiarezza: in archeologia, un errore non ha certo la gravità di una operazione chirurgica eseguita da un somaro maldestro e accozzato; ma resterà comunque incarnito nel tessuto sociale il mancato progresso e l’immobilità culturale.
In sostanza, voglio dire che il contenuto dell’archeologia sarda cattedratica è in buona misura fermo a una sconcertante mentalità di fine Ottocento, esondata ampiamente a contaminare il Novecento e … il Duemila.
UNA VISIONE ANGUSTA ABBAGLIATA DAI CLASSICI
Nell’ipotetica grotta di Platone, l’illusione della conoscenza concessa all’uomo era data dalla proiezione di vaghe immagini eteree di una realtà direttamente inconoscibile. Nella grotta dell’Archeologia sarda odierna non pare filtrare neanche quel crepuscolo illusorio, che a lungo fu ed è ancora motivo di tanta presunzione accademica.
Il lume posto innanzi agli occhi di cotanti miti, che dovrebbe guidare passi incerti in tanta oscurità, di fatto ha l’esito di abbagliare alquanto i presuntuosi, prima ancora di rischiararne i piedi … o poco più. A. M. Centurione esemplificava questa triste piega mentale con una esempio chiaro ed efficace:
“…lampi di fuggitivo chiarore …” illuminano una scena chiara e certa agli occhi dell’archeologo sognatore, preda di visioni, ma un attimo dopo, prima ancora che giunga il fragore dell’atteso tuono, già la scena è ricaduta nel buio più pesto. “Pertanto tutte le illustrazioni dei precitati autori, contraddicendosi nelle conseguenze tra loro, parvero lampi di fuggitivo chiarore atti a lasciare i Nuraghi in un caos di cozzanti opinioni
Le colte visioni accademiche latrate nella grotta buia dell’archeologia sarda, paiono proprio essere le manifestazioni oniriche di un’attività neuronale inconscia, non i passi di scienziati. Ogni responso autorevole pare proprio una realtà illusoria che, in sostanza, partecipa al patologico ove, orgogliosamente, si giunse perfino ad affermare tali fantasie come realtà ormai appurata e certa.
Le parole e le maniere affettate, intimamente snob, proprie di eleganti salotti da rituale del the, sono l’unico suono intelligibile nei resoconti archeologici delle istituzioni, volti spesso al non ammesso ma evidente saccheggio delle risorse pubbliche, economiche e monumentali.
Entrare nei pensieri di Ettore Pais, spigolare nelle sue parole, consente giudizi sì inequivocabili, ma non tanto d’ambito archeologico, quanto della sua visione del mondo, per così dire. Descrivendo le povere abitazioni di Tiscali dice:
“… Sono case quadrangolari formate da piccole pietre unite con fango; fra esse alcune sono edifici circolari, piccole torri aventi la forma dei Nuraghi. Dei Nuraghi non hanno però la mole gigantesca, tanto meno la struttura arcaica. Sono torrette di media grandezza, costituite anche esse con piccoli sassi cementati con fango
Poiché le capanne sono disposte/nascoste a ridosso delle pareti aggettanti di quanto resta della grande grotta crollata che le ospita, non sono concentrate al centro, in corrispondenza della grande apertura ma, inevitabilmente, sono ubicate in posti distinti, grossomodo a Est e a Ovest del grande vuoto.
Per questo Pais avanza il dubbio che di due villaggi si tratti e su essi, da storico in veste di archeologo, s’interroga: “ …Questi due piccoli villaggi quando furono per la prima volta eretti? Per quanto tempo furono abitati? Paiono a primo aspetto essere stati abitati per molti secoli. Nel fondo della conca v’è, come ho già detto, un fosso profondo. Nasce spontaneo il pensiero che ivi siano addensati e per così dire stratificati i rifiuti delle genti che per secoli e secoli vi abitarono. Le case ora circolari di tipo nuragico ora quadrangolari accennano poi ad un passaggio lungo e graduale da un sistema all’altro.
Ma per esaminare tutto questo con cura ci vorrebbe molto tempo. Occorrerebbero per lo meno varie ore, anzi non basterebbe un giorno. Bisognerebbe aver strumenti.
Ma abbiamo impiegato molto più di un’ora a salire, e non abbiamo con noi viveri. Fra i buoni amici che ci hanno accompagnato, alcuni non hanno affatto rinunciato all’idea di un lauto desinare, e questo deve essere fatto laggiù nella valle, fra le quercie, presso una fontana che sorge in un antro muccoso [si riferisce alla possente risorgiva di Su Gologone].
Essi ci fanno anzi premura di discendere: il ritorno ad Oliena od a Dorgali non impiegherà meno di cinque ore a cavallo ed arriveremo di notte, per vie in parte difficili anche per i cavalli.
Insomma, il povero studioso vorrebbe soffermarsi qualche ora per meglio comprendere la situazione che gli si para davanti, ma … le circostanze e le sacrosante esigenze logistiche glielo impediscono. Però ha motivo di dire due o tre cose importanti.
Le capanne non sono tutte tonde come “le nuragiche”; quelle rettangolari appartengono ad altri venuti dopo di loro. Sono fatte tutte con piccole pietre e fango, ma sono d’epoca differente: quelle rettangolari dirà, sono più comode, logiche ed espressione di una maggiore civiltà.
Le rotonde sono quelle locali, dei barbari Nuragici. Quelle tonde sarebbero nuragiche perché i nuraghes sono rotondi e le pochissime capanne che mostrano una struttura in elevato somigliano proprio ai nuraghi, anzi … sono proprio come piccoli nuraghes.
Vero è che la tecnica costruttiva appare proprio diversa: … esse non hanno l’imponenza arcaica [non sono fatte con i consueti massi ciclopici, insomma] e … i piccoli sassi [che le compongono, sono] cementati con fango, e con l’utilizzo di architravi di legno.
Ecco, l’acuto studioso ha dato il responso logico e compiuto: ha deciso che le capanne rotonde sono nuragiche, ma tarde, mentre le altre, evidentemente sono sì pure nuragiche ma sono il frutto di un lungo – lungo apprendimento dalle consuetudini romane.
Addossare abitazioni alle alte pareti aggettanti suggerisce una logica disposizione delle capanne, “affastellata” quasi, ma con muri lineari. Questo gli basta per dire che di sovrapposizione romana si tratta. Infatti, ben presto, l’opportuno aiuto di un “antico” allievo consente al “prof” sia di allontanare i dubbi, ove mai abbia pensato di averne alcuno, e di puntualizzare meglio il suo prezioso pensiero ancora inespresso.
“… La visita è pertanto assai frettolosa; ma l’occhio sagace del dott. Chieppo, già mio allievo nell’Università di Napoli ed ora direttore delle Scuole medie a Nuoro, scorge cocci che paiono interessanti. Con l’agilità dei suoi circa ventotto anni percorre senza difficoltà quel terreno dove ogni passo è reso malagevole da sassi, da tronchi d’albero, da rottami di ogni genere e raccoglie frammenti di vasi in cui giustamente riconosce avanzi di anfore romane. Tiscali è stata dunque abitata fino ad età storica. Assai probabilmente era già stata una stazione nell’età dei cavernicoli, nei periodi iniziali della civiltà umana, e venne successivamente occupata fino alla fine della repubblica romana almeno.”
Insomma: Tiscali non può che essere – manco a dirlo – un villaggio “nuragico” ma toccato dalla civiltà romana. Ecco la conferma: i romani, già dalla prima ora hanno lasciato tracce del loro passaggio nel cuore dell’Isola e i Nuragici, ostinati e decadenti, hanno prodotto beceri nuraghetti in tecnica simil-arte povera, tanto approssimativa che, col gergo popolare dei muratori, potremmo definirla “a conca ‘e cane” (arte povera, per i colti), non tanto diversa da quella dei ben successivi civilizzatori simil-aragonesi che, naturalmente, … ci insegneranno a fare i muri nel Medioevo.
Se si deve essere ancora più espliciti, allora è bene chiarire che, anche se Ettore Pais si atteggia ad archeologo, egli proprio non lo era (proprio come tanti suoi colleghi o estemporanei d’oggi), né certamente conosceva le ceramiche romane, né poteva avere sufficienti conoscenze per distinguerle e farle risalire alle fasi repubblicane e non imperiali.
Fermo restando che molte ceramiche “romane” (sigillate chiare, per esempio) continueranno ad essere prodotte del tutto uguali a se stesse nelle non più colonie dell’Africa settentrionale: ovvero anche quando l’impero era già decaduto da generazioni, le ceramiche al tornio possono essere ben più recenti: Altomedioevali, d’epoca bizantina o, perché no… d’epoca giudicale.
In sostanza, finora nulla di serio, né di scientifico, né, dunque, di attendibile possiamo ricavare dal pensiero di E. Pais. Le capanne tonde nuragiche sono un pregiudizio; la superiorità in comodità e la collocazione culturale delle capanne a muri rettilinei è solo una fisima; l’osmosi culturale coi romani, a Tiscali, è ancora un ulteriore preconcetto (forse grato ai romanocentrici, ma infondato); l’attribuzione delle ceramiche al periodo romano e repubblicano, infine è un atto velleitario e presuntuoso.
¡Dunque, costui ha giocato a fare il Prof , ma – in questa circostanza, come in altre d’ambito archeologico – proprio non ne aveva la facoltà, né le risorse culturali!
LE “DOTTE” OPINIONI
Riprendendo a sondare ancora le opinioni di E. Pais, ci si affaccia ora nella materia che gli era propria, dove eccelleva quale studioso di classici: indiscutibilmente il migliore della sua epoca. Quasi ad ammettere indirettamente che di Tiscali proprio nulla ha capito (¡ma… perbacco .. certamente capirà tutto ben presto, quando tornerà al suo ateneo!).
Vediamo ora altre sue frasi, forse le più “importanti”, certamente le più sconcertanti. Ecco, qui emerge il famoso Accademico dei Lincei:
[…] “Per comprendere l’importanza di Tiscali occorre prendere i classici alla mano [e lui sì … lo sa fare bene!] … studiare le pagine in cui accennano alle lotte dei Sardi contro i Cartaginesi, più tardi contro i Romani … leggere quello che ci narrano gli antichi scrittori greci della fine della Repubblica e del principio dell’Impero […]”.
Molti dubbi avanzerei sui resoconti di autori romani riconducibili in modo specifico a Tiscali… figuriamoci sui resoconti dei Greci. ¡Ma perché proprio i Greci, mi chiedo! Vien da pensare, temerariamente, che il pensatore volesse alludere a quanto fossero informati di Tiscali e agli inesistenti resoconti stilati quando i grandi portatori di civiltà, Romani e Greci naturalmente, erano presenti in Sardegna.
Costoro hanno pure concesso – proprio loro finalmente – un grado di civiltà a quella progenie di cavernicoli, suggerendo a questi – si pensi – … ¡l’uso delle “comode” capanne quadrate! In primo luogo mi chiederei che fine avevano fatto i Punici, quegli odiosi nemici di Roma che già prima avevano occupato la Sardegna (tutta la Sardegna) con almeno due campagne militari (Malco e i fratelli Magonidi: Amilcare e Asdrubale, antenati del più famoso Annibale) già durante la seconda metà del sesto secolo a.C., naturalmente) e la detennero a lungo, come chiaramente affermano i due trattati con Roma, fino al 238 aC.
In secondo luogo, non mi capacito delle sue affermazioni giacché, egli riconosce che tutto mostra d’essere in difformità dalle “cose nuragiche”: dimensioni dei massi e degli edifici, l’uso dell’argilla come aggregante, uso di tronchi e frasche per architravi e coperture, ma tutto … – egli sentenzia – è certo nuragico. Perché?
¡Ma perché crede incrollabilmente che i Nuragici furono massacrati dai Romani! Pensa anche che loro – i suoi gloriosi conquistatori – portatori delle capanne quadrate – occuperanno l’Isola strappandola ai Punici ora alleati dei Nuragici (i Sardopunici), proprio come si è sempre saputo, in ambiente e come incredibilmente ancora taluno – fin troppo spesso – ripete.
Questi ultimi sono forse i più perniciosi dei suoi pregiudizi, che hanno lasciato una brutta piega mentale attraverso la prima parte del Novecento (con A. Taramelli prima e M. Pallottino poi), fino ad essere sacralizzati e resi definitivi col verbo “geniale” di G. Lilliu, dal secondo dopoguerra eq uindi – ancora fatti persistere nei decenni del Duemila tramite i suoi succedanei.
Gli effetti che ancora lasciano profonde sacche di ambiguità nella cronologia attuale consiste nel fatto che proprio Ettore Pais ha “schiacciato” l’avvento dei Romani (e dei Greci, a quanto pare) sui Nuragici. Questo pregiudizio nefasto ha prodotto molti guasti, ma soprattutto due: la nostra preistoria – di poco interesse per costui e non solo – è ben presto chiusa dalle “comode” spade romane.
Tutto ciò che appartiene all’Età del Ferro (compresa la Protostoria con influssi cosmopoliti da tutti il Mediterraneo), tutto… è indelebilmente incollato a un Nuragico che era già morto da oltre cinquecento anni alla data dell’avvento punico e da almeno un millennio dalle trionfanti stragi romane. Quegli impareggiabili vincitori hanno dunque combattuto con… i fantasmi dei Nuragici.
¡È certamente tutto vero, sia chiaro,… ma solo nella mente degli accademici nostrani!