N.60

Ferralzos di Suni

Un nuraghe da primato

Alcuni monumenti nuragici sono più noti di altri per loro caratteristiche notevoli, come l’altezza residua maggiore, un diametro di camera fuori dal comune, oppure particolari architettonici dalle misure eccezionali, nei diametri basali o nell’altezza dell’ogiva che copre la camera del piano terra, ecc. per esempio, il nuraghe Is Paras di Isili è noto per avere con l’ogiva di camera più alta nell’Isola (m 11,18); il nuraghe S. Barbara di Villanova Truschedu è il nuraghe con la camera dal diametro più ampio finora ritrovato (7 m).
Risulta quindi eccezionale poter richiamare l’attenzione su un singolo monumento che eguagli o superi nelle misure i nuraghi con volta più alta e diametro di camera maggiore fra quelli finora conosciuti e misurati. Tale edificio esiste e si chiama Ferralzos: è sito in comune di Suni, provincia di Oristano.

Il monumento ha un’architettura complessa e, per le sue condizioni (ampiamente spietrato da un lato) e la vegetazione che l’avviluppa, appare subito di non facile accesso. Come spesso accade, anche questo monumento fu “bersaglio” per realizzare muretti a secco che segnano confini tra le proprietà d’imposizione sabauda, e proprio per questo in nostro amico e guida lo chiama “nuraghe Lacana”.

Il possente edificio nuragico è (fortunatamente) ignorato da clandestini, né mostra ulteriori azioni distruttive oltre le dette. Il seminterrato è avvolto da una folta macchia di rovi e arbusti, mentre grandi alberi svettano al colmo. Le ceppaie di questi ultimi pregiudicano la stessa stabilità dell’edificio e le radici ogni anno avanzano a “scombinare” vieppiù i muri.
Nelle immediate vicinanze, intorno a Nord-Est del nuraghe, è un pozzo con alcuni abbeveratoi, alimentati da una risorgiva che imbibisce la campagna basaltica circostante, fino a raggiungere il monumento.

In questa breve comunicazione, prendo in esame solo aspetti peculiari dell’ architettura della torre centrale del nuraghe e, in particolare, della sua camera basale:
  • Il vano è coperto da un’altissima e bellissima ogiva, che attualmente è raggiungibile solo da percorso a ostacoli. Ai fini della valutazione della reale altezza della volta è utile considerare che la grande camera di base del nuraghe Ferralzos mostra attualmente un accumulo di terra e pietre determinabile in circa due metri, chiaramente valutabile dal rapporto con l’architrave dell’ingresso esterno, ostruito quasi completamente. Tale misura si deve sommare, dunque, alle altezze misurate sul riempimento attuale.
  • Il vano scale intermurario è realizzato in modo davvero insolito o, se si preferisce, non canonico. Esso prende avvio dal lato della nicchia di camera posta alla destra di chi dovesse entrare in camera dall’ingresso esterno, oggi impraticabile per il fortissimo riempimento. Il detto particolare architettonico, assai raro nel panorama dei nuraghe, richiama, per esempio, l’avvio della scala diretta al piano superiore del nuraghe Longu di Padria, dov’è analogamente collocata, a partire dalla nicchia di camera di sinistra, ancorché in quest’ultimo esempio la scala sia decisamente più ripida e dunque meno agevole.
  • Il detto accumulo interno, naturalmente occulta in parte le stesse aperture presenti in camera, ciononostante, è possibile leggere distintamente la presenza di ben quattro nicchie, tutte aperte nella parte fondale della parete (un numero raro, riscontrato solo nei nuraghe Mura ‘e Figu di Bauladu, Sa Cuguttada di Mores, Columbus di Sedilo e Appiu di Villanova Monteleone).
  • L’attuale primato per la sala più ampia appartiene invece al nuraghe Santa Barbara di Villanova Truschedu, con ben 7 m di diametro. È quindi lecito presumere che, allo sgombero del riempimento e toccato l’originale piano di calpestio, il nuraghe Ferralzos potrebbe eguagliare, se non superare, i sette metri di diametro nella camera di base.

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Numero 60 – I Semestre 2022

Disponibile da Aprile 2022, il nuovo numero 60 di Sardegna Antica

Il fascicolo 60 vuol dire 30 anni d’impegno culturale
Il n° 60 di Sardegna Antica significa ben 30 anni continuativi di lavoro per una divulgazione appassionata, condotta da una Redazione non retribuita, per una Rivista che si pregia di mantenere la propria completa indipendenza intellettuale e di non ricevere finanziamenti, pubblici o privati, salvo il sostegno dei nostri abbonati e dei lettori.
Oggi possiamo affermare che nessun’altra rivista concorrente in campo storico-archeologico, può vantare un analogo ragguardevole primato, che per noi è già un lodevole traguardo. A fronte – possiamo aggiungere serenamente – di un prezzo di copertina che resta più basso di qualsiasi altro e che corrisponde alle ineliminabili spese di stampa e di spedizione.
In più, Sardegna Antica può vantare di avere sempre proposto ai propri attenti lettori la più verosimile verità scientifica, frutto di piccole ricerche, laddove altre iniziative non esitano certo a inseguire le richieste di un pubblico di bocca buona, che predilige la favoletta mitica, l’interpretazione “identitaria”, o – peggio – la strumentalizzazione del fatto storico, o dell’informazione archeologica.
Ecco quale è oggi – per tutti noi – il vero significato di questo numero: si tratta di trenta anni continuativi di un sogno che continua, di un impegno nei confronti del Lettore e di amore per la verità della comune Storia trascorsa. Di quanto sopra, abbiamo esplicita conferma nel riscontro del pubblico di lettori, a cui va il nostro sentito, sincero ringraziamento.

Sardegna Antica n. 60 esce in tempo, malgrado tutte le difficoltà redazionali di questa incresciosa “temperie culturale”. Ci sembra un buon numero, nel quale si toccano tutti i temi cari alla nostra filosofia editoriale. La rivista apre con R. Perissutti, con molte profonde riflessioni antropologiche. Segue un’importante novità di A. Assorgia sul vulcanesimo a Baunei. M. Feo espone considerazioni importanti a proposito di dettagli poco noti dell’indagine a Duos Nuraghes. In un secondo articolo di archeologia, A. Atzeni documenta in modo gradevole e preciso i motivi per cui il Nuraghe Ferralzos di Suni merita qualche primato. Pia Avis, di M. Andreoni, fornisce un quadro completo delle disavventure biologiche e delle imprese letterarie della cicogna bianca, in anticipo con la sua stagione d’arrivo in Sardegna. Per la Storia locale, P. Pischedda ci rivela altri oscuri capitoli della vergognosa vicenda delle Carte d’Arborea, mentre Giov. G. Manca ci parla del degrado dei beni culturali di Nuoro. Intanto speriamo in un prossimo futuro di potere ospitare storie locali più edificanti! G. Enna propone una spiegazione economica degli antichi mercati mediterranei, nel complicatissimo periodo del crollo dell’Età del Bronzo. Segue una critica al vetriolo, con cui G. Manca descrive i gravi misfatti perpetrati più volte sul Nuraghe Santa Barbara (vero San Sebastiano!): alcuni sono interventi pratici spacciati per restauro, altri sono descrizioni false e impossibili, che dimostrano la pochezza di certi “archeologi” nostrani e stranieri. Una bella provocazione marinaresca di L. Scano riporta la navigazione antica sulle nostre pagine, rivalutando il personaggio “eretico” di Thor Heyerdahl, studioso sperimentatore. Per la nuova linguistica, N. Bruno visita le radici della lingua sarda, richiama regole d’indagine scientifiche e avverte dell’appartenenza di molte parole al greco antico, non dal bizantino. A. Cabiddu richiama il tema dello spopolamento del centro Sardegna, correlato a rilevanti problemi economici, zootecnici e ambientali poco conosciuti, ma condivisi con tutta l’Europa, a cui si dovrà porre rimedio. P. Cannella chiude il fascicolo narrando, in chiave sbarazzina, le complicate vicissitudini di tre santi sardi.

Tre recensioni completano questo numero: la prima – una piccola perla poco nota del Taramelli – spinge a riflessioni molto amare sul presente dell’archeologia isolana; la seconda, in breve sintesi, dice perché il libro “Grandi Statue Sarde” sia necessario per tutti i sardi che vogliano conoscere il proprio passato; la terza porta una godibile, pacata nota critica descrivendoci il “Dizionario Etimologico Dorgalese” di A. Deplano. Un augurio di buona lettura, di buona Primavera ed estate a tutti i nostri lettori e alle loro famiglie.

Sommario

  • Una folla di ominidi – Rosanna Lupieri Perissutti
  • Scoperta geologica a Baunei – Antonio Assorgia
  • Duos Nuraghes di Borore – Maurizio Feo
  • Ferralzos di Suni: un nuraghe da primato – Alessandro Atzeni e Sandro Garau
  • Pia ăvis – Maura Andreoni
  • I tre canonici – Peppino Pischedda
  • Beni culturali di Nuoro e il loro degrado – Giovanni Graziano Manca
  • Antichi mercati globalizzati – Giovanni Enna
  • Santa Barbara o San Sebastiano? – Giacobbe Manca
  • I Fenici attraverso l’oceano – Lorenzo Scano
  • La lingua perduta e il sostrato arcaico- Nello Bruno
  • L’Ogliastra in Europa – Andrea Cabiddu
  • “Chi l’ha visto?” – Paola Cannella

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Pia ăvis

Presente soprattutto nella Penisola Iberica e nelle regioni dell’Europa Orientale, l’areale della cicogna bianca (Ciconia ciconia) in Italia ha subito una forte contrazione fino alla totale mancanza di nidificazione. Solo a partire dagli anni ‘80, contemporaneamente ad una pressante campagna di sensibilizzazione, ha ripreso a nidificare dapprima in Piemonte e successivamente nelle altre regioni italiane. La specie si riconosce per il caratteristico colore bianco del piumaggio con le remiganti nere, le zampe lunghe e rosse, il becco anch’esso lungo e aranciato e per la forma slanciata del corpo. Il portamento è quello classico eretto di tutti i Ciconiformi, con la posizione di riposo spesso su una sola zampa.

Le cicogne bianche prediligono le praterie, le pianure e le zone umide, in genere; si nutrono principalmente di pesci, insetti, topi, anfibi, molluschi, rettili e spesso non disdegnano i pulcini di altre specie di uccelli. Per quanto riguarda la nidificazione, occupano generalmente i nidi abbandonati l’anno precedente e, se questo non è possibile, le coppie provvedono a una nuova costruzione, preferibilmente su punti elevati come campanili, pali, comignoli e talvolta sugli alberi. A livello nazionale, è una specie vulnerabile, mentre a livello regionale, lo status non è sufficientemente conosciuto (status indeterminato), in quanto in Sardegna la cicogna bianca è principalmente un visitatore estivo che negli ultimi anni ha fatto segnalare alcuni tentativi di nidificazione nella parte nord-occidentale dell’isola.

I fattori generali di minaccia sono la riduzione e l’alterazione degli habitat, le bonifiche e l’inquinamento delle acque, il bracconaggio e, non da ultimo, la collisione contro i tralicci, le linee e le strutture dell’alta tensione. Nonostante questo, per l’immaginario collettivo la cicogna è comunque un uccello molto amato, che da sempre ha destato simpatia e interesse. Il suo rapporto con l’uomo non è mai stato solo estetico perché, a causa della condivisione degli stessi ambienti aperti – soprattutto agricoli – e dell’utilizzo di strutture di origine antropica per la collocazione dei suoi voluminosi nidi, per l’uomo la sua presenza era familiare e abituale. Così familiare da aver anche dato luogo a un antichissimo esempio di “zoomorfismo linguistico”: a una ciconia accenna infatti il teologo Isidoro di Siviglia (VI sec. d.C.), per indicare uno strumento usato dai contadini romani e ispani per attingere l’acqua. Consisteva in un’asse posta in bilico, in modo che le estremità potessero essere alternativamente alzate e abbassate, la cui silouhette ricorda in effetti quella di una cicogna nell’atto di alimentarsi o bere. Una semplice, quanto ingegnosa, macchina (lo shaduf) già in uso nell’antico Egitto e in Mesopotamia almeno dal II millennio a.C., e poi ripresa continuamente, anche fino a tempi recenti, da altre genti.

“in altri posti, in ordine sparso, indice di quel fenomeno che vede l’uomo adottare spontaneamente le stesse soluzioni in presenza di risorse e condizioni più o meno uguali e non per scambio culturale”

Antichissime rappresentazioni su edifici sacri risalenti alla prima cultura neolitica del Vicino Oriente, papiri o manufatti egizi, pitture parietali romane, mosaici bizantini e fregi miniati medievali raffigurano spesso questi uccelli, mettendo talvolta così tanta cura nella resa dei particolari da renderli identificabili con buona sicurezza anche dal punto di vista scientifico sebbene, soprattutto in età medievale, la cicogna sovente viene confusa con la gru o con l’ibis sacro.

Soprattutto sono, però, le fonti scritte che destano interesse: le testimonianze sulla presenza e sulla distribuzione della cicogna in Italia in epoca storica ci giungono, sia attraverso trattati naturalistici (come varie opere di Aristotele – IV sec. a.C. – o la Naturalis Historia di Plinio – I sec. d. C. – l’autore antico che maggiormente scrive della cicogna) sia incidentalmente, da opere di tutt’altra natura. Leggendo le fonti, si apprende per esempio che, ai tempi dei Romani, la specie nidificava in Italia anche nella stessa Roma e costruiva i nidi addirittura sui templi, come testimonia Giovenale (I sec. d.C.), che riferisce di un voluminoso nido costruito sul tetto del Tempio della Concordia a Roma, ormai lasciato all’incuria.

La cicogna è uno degli uccelli di cui parlano anche il Levitico e il Deuteronomio, i libri veterotestamentari che trattano dei sacrifici, della consacrazione, delle norme di purità, delle leggi e delle disposizioni sui voti e sulle offerte dei sacerdoti della tribù di Levi. Gli animali vietati erano tutti quelli che i pagani consideravano sacri o che, sembrando agli occhi degli Ebrei ripugnanti considerati non graditi a Dio. Sarebbe stato quindi come essere schiavi degli dèi stranieri mangiare o avere contatti con animali che erano loro consacrati e la legge di santità doveva proibirli. Questa distinzione sarà poi definitivamente abolita dalla rivelazione  novotestamentaria, tanto che rappresentazioni di cicogne nel ruolo di ophiomachos, vale a dire “in lotta contro i serpenti” intesi come il male e il peccato, fanno bella mostra di sé tra i più antichi mosaici delle chiese paleocristiane e bizantine.

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Una Folla di ominidi

Quando si pensa all’Uomo, alludendo all’umanità in generale, a cosa siamo oggi o chi saremo domani, la prima figura che nasce nella mente con sgomento è un numero, una cifra: 8 miliardi di individui! O-t-t-o m-i-l-i-a-r-d-i!-!! Siamo come “stelle in cielo o granelli di sabbia in riva al mare” di biblica memoria, penosamente illimitati! Subito dopo arriva la seconda immagine, è la visione della Terra trasformata in un grande formicaio, brulicante di imenotteri acefali, che si muovono freneticamente, dando l’impressione di lavorare per migliorare la vita o per il bene della loro casa ma, a un più attento esame, si scopre che stanno invece distruggendo, sgretolando, avvelenando il loro paese. Abbiamo un solo formicaio, nessuno mai in tutta la storia dell’Uomo ha prodotto così tanti e grossi danni mettendo in pericolo la sua stessa sopravvivenza. Quante zolle di terra o quanti fili d’erba o spighe di grano toccheranno domani a ciascuno dei nostri discendenti? E quando avremo consumato tutte le zolle e i fili d’erba e le spighe, la Terra sarà felice di scrollarsi di dosso questi omuncoli impazziti e riprenderà la vita senza di noi.

Così, almeno a me succede, è più facile rivolgere lo sguardo al passato, rifugiandosi nel tempo già consumato, quello storico ma ancor meglio in quello profondo, dove l’immaginazione ha un buon margine di manovra. E più indietro si va, più nebulosa e incerta è la possibilità di capire, di vedere chi erano quegli esseri che popolavano la Terra. È vero che lo studio della preistoria, dell’evoluzione umana, la paleoantropologia è una scienza che tende a una puntigliosa verità, interroghiamo i fossili ma gli esami scientifici qualche volta non bastano. Le prove devono sempre confortare le teorie, ma ci sono situazioni che sfuggono completamente alla possibilità di essere comprese con sicurezza e sono questi i casi in cui si può condire le ipotetiche verità con sprazzi di fantasia, che devono sempre rientrare nella logica richiesta dal contesto.

Del resto è  proprio nella nostra natura di sognatori creare ed elaborare realtà “altre”. Non dobbiamo dimenticare che la dote che ci distingue fra i primati è il pensiero simbolico, la capacità cioè di rappresentare la realtà attraverso immagini create da noi stessi, di pensare mondi diversi dal nostro quotidiano, di capirli e condividerli attraverso un linguaggio capace di creare simboli, di trasmettere idee e insomma ragionare in termini ipotetici.

Il tempo come rifugio può, però, diventare una trappola mentale. Come si può valutare, capire il significato dell’espressione “milioni di anni”?

La nostra civiltà ne ha più o meno 5 o 6mila. Iniziando a contare il tempo dalle grandi civiltà protostoriche e storiche (Età del Bronzo, Età del Ferro, Sumeri, Egizi), forse sono abbastanza chiari solo gli ultimi duemila anni. Il tempo della nostra civiltà si potrebbe paragonare a un battito di ciglia, un sospiro sarebbe già un periodo sterminato. Andiamo allora a guardare nel profondo dell’abisso, tuffandoci in apnea nel passato servendoci del filo conduttore dell’evoluzione per non perdere la logica e la concatenazione degli eventi. Noi siamo gli ultimi, i Sapiens, gli uomini moderni, guardando indietro troviamo il Neanderthal, siamo entrambi derivati dall’Homo Heidelbergensis. Prima ancora è il tempo dell’Homo Ergaster (uomo che lavora) o Erectus, suo nonno era Homo Habilis e i primi in fondo al filo dell’ominazione sono gli australopiteci. Qui la mente si perde nel tempo…

Sul filo della discesa i cartellini riportano anziché i metri dalla superficie, gli anni in cui iniziano le tappe dell’evoluzione che ci riguarda. Il primo segna la cifra di 200mila anni fa, indica appunto i primi passi dell’avventura di noi Sapiens, l’ultimo modello del genere umano. Siamo ormai sicuri delle nostre capacità, diventiamo avventurieri, conquistatori incontenibili. Partiamo dall’Africa 60mila anni fa e in poco tempo, 20-10mila anni, ci impadroniamo dell’intero globo e ora stiamo studiando il modo di arrivare su altri mondi. Scendiamo ancora, siamo sui 350-300 mila anni fa, troviamo l’Uomo di Neanderthal, che si muove spaziando su una vastissima area che va dal Mediterraneo alla Siberia al Medio Oriente, il peiodo migliore della sua cultura è il musteriano nel Paleolitico Medio, intorno ai 140mila anni fa. 100mila anni dopo scompare, si estingue. A oggi non sono stati più trovati suoi fossili. Andiamo ancora più in profondità, ora troviamo il cartellino che indica 550mila anni fa, è il tempo di Homo Heidelbergensis, l’antenato che in Europa diventerà Uomo di Neanderthal e in Africa darà origine ai Sapiens. Dobbiamo andare ancora indietro e parleremo di milioni di anni. Ci viene incontro l’ominide che già 1,6 milioni di anni fa era molto simile a noi con una capacità cranica di 700-800 cm cubici, destinati ad arrivare fino a 1225, è ritenuto un nostro antenato certo: è l’Homo Ergaster.

La sua esistenza durerà più di un milione di anni, ha raggiunto uno sviluppo evolutivo ormai molto avanzato, che lo porta ad affrontare spazi sconosciuti al di fuori del suo piccolo territorio, infatti esce dall’Africa e si espande. In Cina diventerà Sinantropo, in Indonesia Pitecantropo, in Nord Africa Atlantropo…

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Duos Nuraghes di Borore

Tra il 1985 ed il 1998, l’archeologo Gary S. Webster, coadiuvato dalla moglie Maud, condusse nove stagioni di scavo sull’altopiano basaltico di Abbasanta, su “Duos Nuraghes”, presso Bòrore, in provincia di Nuoro. Aveva prima ottenuto il finanziamento congiunto della “National Geographic Society” e del “Sardinia Program” della Pennsylvania State University, oltre alla necessaria autorizzazione a procedere agli scavi del Ministero dei Beni Culturali di Roma (che gli affiancò P. Uras come delegato rappresentante). Gary Webster è uno dei principali interlocutori con i lettori di lingua inglese di archeologia sarda, per le sue numerose pubblicazioni e la sua familiarità con l’Italiano. Lo scavo é certamente uno dei primissimi effettuati con metodo rigoroso, da un archeologo che sapesse condurre un razionale lavoro di recupero di tutti gli elementi e reperti utili a formulare una datazione (stratigrafia, ceramiche, ossidiane, C14 sui resti biologici, flottazione). Lo scavo fu un’utilissima scuola e un prezioso esempio per quelli che assistettero e per i successivi scavi sardi. Altrettanto certamente, però, si devono poi sapere trarre le giuste conclusioni logiche dal proprio lavoro: e in questo, Webster – pur essendo un convinto fautore della cosiddetta “archeologia interpretativa” è in fondo un po’ venuto meno…

La scelta del sito

Webster giustifica la propria attenzione su un nuraghe di piccola taglia con la necessità di “mettere a fuoco una verità nuragica più quotidiana”, meno elitaria di quella espressa dai rari nuraghi giganteschi, o dalla piccola percentuale (non più di 20-30%) di quelli complessi di media taglia, che secondo lui non sarebbero altrettanto rappresentativi della realtà, anche se indubbiamente colpiscono maggiormente la fantasia.

[Già qui sembra di intravedere il concetto di “nuraghe medio”, o “nuraghe tipico”, che piace ancora a molti operatori nel campo. È da considerarsi senza dubbio un’idea ipersemplificazione]

Le fondamenta della Torre A sarebbero composte da enormi conci grezzi e irregolari, che giacerebbero direttamente sull’originale strato basaltico (a suo tempo messo a nudo dall’operazione di “stripping”) e quindi costituirebbero già uno strato artificiale, coevo a quelli che Webster interpretò come i primi e più antichi sedimenti rinvenuti nello scavo. E qui, sorge un primo problema/obiezione. È un fatto fastidioso anche per Webster, come si vedrà: una volta che si fosse raggiunto il solidissimo strato basaltico, già di per sé fondazione perfetta, quale motivo statico/strutturale/costruttivo avrebbe giustificato la sovrapposizione di un ulteriore strato di pietroni irregolari e non lavorati? Sorge il dubbio che lo strato interpretato dall’Autore come “fondazione” non lo sia davvero, bensì possa essere, forse, un esito di crollo, o anche un’aggiunta posteriore dovuta a riuso del sito.

I motivi di un’ipotesi irrispettosa

Se, per ipotesi, la “vera” fondazione originaria fosse invece proprio quello strato che fu a suo tempo esposto per decorticazione dai Costruttori, allora lo scavo di Webster non lo avrebbe raggiunto e la sua stratigrafia non prenderebbe in considerazione lo strato più antico del nuraghe stesso. Se ciò fosse vero, allora la datazione stratigrafica inizierebbe da uno strato che non è affatto il più antico, bensì è più superficiale ad esso e quindi più recente. Anche gli indicatori ceramici subirebbero la stessa sorte. L’insieme produrrebbe risultati finali non corretti.
Ma anche Webster deve avere preso in considerazione questo problema: egli ritiene di averlo risolto adducendo la possibilità che “l’edificazione nuragica sia avvenuta sopra un sito precedente”, del quale i Costruttori non avrebbero cancellato completamente le tracce.
A proposito di indicatori ceramici, Webster cita anche un frammento di vaso riferibile per aspetto all’Eneolitico e allo stile di Monte Claro. Alla fine, però, l’autore suggerisce di non prenderlo in considerazione ai fini della datazione, in quanto sarebbe un reperto “fuori posto”: la sua presenza sarebbe dovuta solo a vari rimaneggiamenti che il luogo ha subito nel corso del tempo

…Sembra quasi che ogni ragionamento debba compiacere un’ipotesi già formulata in precedenza: se non lo fa, non va tenuto in considerazione…

Questo articolo può apparire una critica ingenerosa all’operato di Webster.
In realtà, obiezioni, dubbi e quesiti, più che alla critica verso di lui, sono volti a corroborare un’affermazione che ci sembra doverosa.
Quello che si intende mettere a fuoco è la vera novità che riguarda la datazione. Seppure Webster abbia tentato di contenersi prudentemente entro i limiti del foglio protocollo imposto dall’Establishment Accademico (1500 a.C.), purtroppo uscì egualmente un poco dai margini: appena 380 anni. E così, alla fine, la datazione scientifica ufficiale che egli propose si è meritata la condanna alla non credibilità come eretica e sbagliata: eccedeva ufficialmente i limiti di antichità imposti de jure.

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