L’Incomunicabilità
L’incomunicabilità è considerata a ragione un difetto di metodo, giacché coinvolge (o è espressione di) limitazioni intrinseche del linguaggio, ma soprattutto della soggettività umana. In altre parole contraddistingue i soggetti che hanno una incapacità innata di comunicare un concetto ad altri, insomma un contenuto, un pensiero o, magari un’esperienza vissuta in prima persona.
Ciò avviene per molti motivi, come a causa dell’incompletezza, o per lacune lessicali del nostro linguaggio (o, al contrario dell’insulsa ridondanza) rispetto a chi ascolta perché forse costui è “diversamente colto” o magari sprovveduto e non possiede adeguate categorie mentali, neanche quelle definibili comuni. Si aggiunga che ciascuno possiede le proprie categorie mentali e consuetudini verbali inserite in una sintassi di diversa efficacia, talvolta non adeguata alla situazione.
Queste “dotazioni mentali” si possono definire anche categorie, che filtrano o selezionano il materiale verbale con i suoi contenuti in arrivo e ne accolgono solo una piccola parte in modo chiaro e consapevole. Spesso poi distorcono involontariamente quanto proprio non riesce a passare nei centri integrativi cerebrali superiori. Pertanto a taluni soggetti sono precluse le vie mentali deputate al di scernimento o alla comprensione! I tonti esistono e sono anche rudi, essenziali nel lessico e nei modi: sono anche irrimediabilmente incolti.
Si può ammettere, dunque, che il fenomeno del non capirsi a vicenda, in modo più o meno ampio, o anche in dati settori, è diffuso e soggetto a molti distinguo: sarà facile perciò perdersi in esso e non venirne mai compiutamente a capo. Importante però è che se ne prenda atto e che all’occorrenza ciascuno si ponga il problema, sia di voler sapere e capire, sia d’impegnarsi quando si comunica o si ricevono dati.
Questo semplice enunciato potrebbe a taluni apparire già complicato e frettoloso, magari solo a quella percentuale di professori che, poverini, “non hanno tempo da perdere, giacché possiedono solo certezze. Nel caso in cui in Archeologia si volesse comunicare una novità (¡quale arrogante lesa maestà!), magari ben appurata e pubblicata in ricerche serie rivolte a chi agisce nel settore, coloro che non sanno dovrebbero avere la decenza di leggere per capire.
Esperienze dirette d’incomunicabilità
Fra i non pochi esempi parlerei di un’esperienza personale duplice, occorsami per “arcane volontà” in distinte conferenze a Budoni e a Nuoro. Esponevo di certi miei esiti di scavo ad Altagene in Corsica, a un balzo dalla Sardegna. Spiegavo dell’esistenza di un nuraghe (così sicuramente configurato per motivi architettonici e tecnici, dunque scientifici) quando dall’oscura trincea del pubblico ricevetti aspre critiche d’impulso che, per la loro analogia, cito qui assieme. Una matura voce femminile mi apostrofò: “Ma lei, è sicuro di ciò che dice su questa torre della Corsica? (cioè non dice la verità!). Come si permette di definirlo nuraghe? Nulla di simile è riportato nei “libri sacri” dell’archeologia! Lei non rispetta la vera autorità in materia!” Dal silenzio che seguì, l’accusa apparve subito grave per l’intero pubblico eterogeneo! Il rimprovero tradotto in parole povere era: “Lei, persona insignificante, miscredente e irrispettosa non può affermare
cose diverse da ciò che l’eccelso maestro sentenziò”; “Io, che ho studiato, ne conosco il divin verbo, lei invece no!”
Da G. Spano a M. Sequi
“Scusi, dove troviamo il nuraghe Piscu? A Suelli e dintorni non c’è un’indicazione, come accade in Sardegna. Sarebbe utile apporre cartelli indicatori?”. Sorride e garantisce che sì ci penserà: la Giunta. Con la giusta dritta si giunge al grande recinto distintivo dell’area archeologica: dunque l´interesse per i monumenti ha “bussato” anche qui! Il monumento reca purtroppo i segni di una diffusa, aggressione “a base di cemento”.
A dir poco si evidenzia una prolungata azione dannosa, pervicace e del tutto gratuita. È inaccettabile che ogni spazio fra le pietre e sopra le stesse, ogni angolino sia farcito di cemento! Un addetto garantisce che, volendo, un domani, potrà essere interamente rimosso. Il “fine” vuole farlo passare per consolidamento reversibile.
Nessuno riuscirà mai a ripulire quel cemento! Perché farcire di leganti una costruzione nata “a secco” dalle mani dei Nuragici? Se la torre e le altre strutture hanno sfidato i millenni, perché mani blasfeme, ignoranti si attribuirscono l’arbitrio di falsarle in modo così devastante. È facile capire che il motivo sia riconoscibile nella consistenza dei finanziamenti che nel “restauro” sciagurato consenta alte cifre. Qui al Piscu insistono nel dire “consolidamento”: uno specchietto per volatili: . Un tale abominio è del tutto estraneo a un monumento preistorico, che malgrado la dabbenaggine delle istituzioni che qui e altrove deturpano, ma non proteggono, esprime un’imponenza e una solidità proverbiali. È proprio un triste spettacolo…
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