Alessandro Atzeni

Paesaggio di Aritzo – Tra Preistoria, Storia e Geologia

Adagiato sul versante Nord-Ovest del Gennargentu, la montagna più alta della Sardegna, il paese di Aritzo è notoriamente famoso per l’aria salubre, per la coltiva zione delle castagne (Castanea sativa) e per il delizioso sorbetto ottenuto dalle nevi del Gennargentu, chiamato carapigna. Ai prodotti del territorio, a cui sono peraltro dedicate due sagre in agosto e nel mese di ottobre, questo ridente paese affianca anche un’offerta culturale ragguardevole, con ben quattro musei: l’Ecomuseo della montagna sarda, nonché Museo etnografico, la Casa Museo Devilla, il Museo di Arte Moderna e contemporanea Antonio Mura, e le prigioni spagnole di Sa Bovida. Si tratta per la maggioranza di musei etnografici, contemporanei o antropologici, a cui sarebbe opportuno affiancare anche un museo naturalistico-archeologico.

Sebbene il comune non sia particolarmente noto per i suoi monumenti, il territorio è ricco di testimonianze che necessitano di essere “riscoperte”: documentate, elencate e valorizzate. Non può esistere alcuna tutela o valorizzazione se il bene è noto soltanto in forma verbale o, peggio, nella memoria degli anziani. Il nostro articolo nasce con queste intenzioni. L’opportunità per svolgere un simile elenco si è rivelata durante la proficua collaborazione tra gli scriventi, il comune di Aritzo, in particolare nelle figure del Sindaco Paolo Fontana, del vicesindaco Gianluca Moro, dell’assessore alla cultura Andrea Figus, e di tutti i collaboratori museali, in particolare Antonello Todde, che ci ha accompagnato durante le numerose visite.

Coadiuvati dal parere del direttore di questa stessa rivista, abbiamo così proceduto a effettuare più visite per il territorio, accompagnati dai sopraddetti rappresentanti della comunità. Il nostro censimento archeologico vuole essere inteso come un primo approccio documentabile al territorio Aritzese, affinché questi monumenti rimangano impressi nella memoria scritta, e si proceda nel futuro per la loro giusta tutela e valorizzazione. La preistoria del comune di Aritzo comincia il suo percorso evidenziata dalla presenza di diverse Domos de Janas sparse per ripidi sentieri montani, forre incassate e vette irraggiungibili se non a piedi. Le prime che possiamo documentare durante il nostro viaggio si affacciano sul versante Sud della montagna, verso il Flumendosa.
Non sembra essere un caso che la maggior parte dei monumenti da noi evidenziati siano rivolti verso il principale fiume della Sardegna.

.La preistoria del comune aritzese compie poi un balzo nel tempo, con il nuraghe Sa Mecure e la vicina tomba dei giganti di Su Carraxione, posta più in alto rispetto allo sperone roccioso in cui è situato il nuraghe, ascrivibile al tipo arcaico.Il materiale per la sua costruzione, prevalentemente granitico, sembra essere stato cavato dallo stesso sperone roccioso a strapiombo sul Flumendosa, da cui si gode una visione eccezionale sugli altri nuraghi localizzati verso ovest.

Non sembra possibile invece osservare il nuraghe Ardasai di Seui, coperto da un fianco della montagna più a Sud-Est. Il nuraghe si trova nella posizione di 39°55’24” N 9°15’47” E, ad una quota di 978 m.s.l.m. Il sito risulta sicuramente come il più monumentale del territorio di Aritzo, per la potenza dei materiali che si trovano ancora in loco e per la considerevole superficie che occupa il monumento. Il monumento, di difficile lettura per quanto riguarda la sua ipotetica planimetria, suggerisce sul lato orientale la chiara evidenza di un lungo corridoio oramai distrutto, con ancora lunghi tratti di un singolo paramento in aggetto. In vetta si osservano invece i resti di piccole camere o vani oramai distrutti o non rilevabili correttamente.
Non lontano dal monumento ciclopico, in direzione di una vicina fonte d’acqua perenne, si localizza quella che dagli anziani e dalla memoria popolare è nota come “Sa Perda ‘e su Costiu”. Questa, riconosciuta dai locali come un qualcosa di non naturale, su cui si è posata la mano umana, non si tratta in realtà di un presunto altare, come vorrebbe suggerire la fantasia popolare. In particolare, i locali raccontano che la pietra venisse utilizzata per compiere offerte animali per scopi propiziatori. A nostro giudizio si tratta invece dei resti di un più imponente muro ciclopico, con evidente presenza in un breve tratto di un autentico paramento murario e di altre sparute tracce, che possono essere osservate anche tra i massi naturali del costone roccioso su cui è stato insediato il monumento. Doveva presumibilmente trattarsi di un nuraghe, ipoteticamente del tipo arcaico, realizzato con massi di granito, ora prevalentemente crollati verso il basso, ad Est del monumento. Il facile accesso della strada, quasi a ridosso del presunto nuraghe, come la sua vicinanza ad una fonte d’acqua, sicuramente frequentata sin dall’antichità, deve aver contribuito al lento ma inesorabile smontaggio del monumento.

La tomba di Carraxione si trova nella posizione di 39°55’35” N 9°15’47” E a una quota di 1056 m.s.l.m., il monumento in questione si presenta in condizioni decisamente migliori rispetto ai precedenti due nuraghi. È stato possibile eseguire più accurate misure mediante metro laser, oltre che delle efficaci foto dall’alto. Tramite queste è stato possibile determinare che la zona archeologica risulta essere molto più ampia di quanto ipotizzato in passato, con la strada che attraversa addirittura il cerchio di pietre, che diparte dalle due ali dell’esedra, e che tange il perimetro esterno di una formazione rocciosa naturale disposta di poco più a Nord. Di estrema importanza, su tale formazione, è possibile rilevare un singolo masso di forma pressoché ellittica, con misure di 2.80 m per 2.20 m, per uno spessore medio di circa 40 cm (coordinate 39°55’36.7”N 9°15’47.3”E), apparentemente non lavorato, e di forma schiacciata, a somiglianza di uno spesso lastrone. Questo macigno apparentemente naturale risulta invece, a nostro parere, esser stato movimentato sino all’attuale posizione, e stabilizzato mediante l’inserimento su uno dei lati di un piccolo concio, come una zeppa, per bloccare il masso in posizione pressoché orizzontale.

La sua estrema vicinanza alla tomba, la sua posizione poco discosta dal sopracitato circolo di pietre e il suo aspetto di spessa lastra pianeggiante, rialzata ed elevata rispetto al suolo circostante, fanno presumere che si tratti di un altare per le offerte, o addirittura di un masso per la scarnificazione. Tale ipotesi, trova ampio conforto tra gli scritti di G. Manca, in particolare riguardo l’uso di tale rituale presso le tombe dei giganti, presso cui volatili saprofagi come corvi, cornacchie e avvoltoi procedevano alla rimozione dei tessuti molli dalle carcasse.

Il Texile: Attualmente è tutelato come area SIC (sito di interesse comunitario), e, dal punto di vista antropologico vanta anche una frequentazione dal neolitico, secondo quanto riportato da precedenti studi.
La visita corale al monumento, accompagnati dai rappresentanti civici, ha permesso di apprezzare la visione del territorio dall’alto del tacco calcareo, in tutto simile al più noto monumento di Perda Liana. Lo sguardo spazia verso Sud-Est, lungo i tonneri calcarei e le forre del Flumendosa, attraversando il territorio di Gadoni, Seulo, Sadali. Durante giornate particolarmente terse, è possibile vedere, nel cagliaritano, le assai distanti vette dei monti dei Sette Fratelli. Un monumento naturale così eccezionale come il Texile trova ulteriore importanza antropologica nel suo presumibile utilizzo antico come “luogo alto” da parte delle popolazioni che s’insediarono in Sardegna e qui radicatesi dalla fine dell’età del bronzo e forse ancor più dagli inizi dell’età del ferro. Al riguardo della presenza del luogo alto, sul tacco calacreo è possibile osservare, sia pure poco visibile, il disegno a semicerchio di un muro, facilmente equivocabile come un affioramento roccioso, proprio nel punto più alto della cima del Texile.

La forma a semicerchio consente di stimare una misura in forma ellittica di 7.40 m per 5.50 m, a integrare parzialmente gli affioramenti rocciosi del lato W, mentre nel lato N/E si osserva per un altro tratto di m 1.50 e un’altezza di 1. La sovrapposizione dei pochi massi visibili permette di determinare la presenza di un autentico paramento murario, mentre nel lato Sud, si osservano tre chiari conci a coda, disposti a raggiera con la facciata concava ben lavorata con misure di 40-50 cm per una lunghezza verso la coda dai 50 ai 67 cm. Tutti questi elementi architettonici sono attualmente seminascosti dai sedimenti. La diversa natura litologica dei massi evidenzia ti (scisti, arenarie) farebbe pensare che si tratti di un non meglio precisato monumento; i resti delle strutture murarie lasciano presumere che sul pianoro naturale del Texile sia stata realizzata dall’uomo qualche tipo di opera molto più affine a un edificio cultuale dell’età del ferro, piuttosto che un nuraghe. È documentato, infatti, che dal Texile di Aritzo provenisse una navicella bronzea (del periodo detto, appunto)con protome di animale, riportata come conservata presso il museo archeologico di Cagliari…

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Duvilinò e i “Nuraghe Arroccati”

Dall’analisi d’innumerevoli planimetrie di nuraghi registrate dagli scriventi nell’arco di ormai oltre 15 anni, abbiamo isolato una particolare categoria di nuraghi, da noi detta “nuraghi arroccati”. Sembra, infatti, di poter ravvisare un peculiare tipo di nuraghe, mai valutato come tale o non giustamente considerato nonostante la sua ampia diffusione.

A causa della natura “anomala” di questa particolare categoria, per via della ripetitiva modalità di insediamento su creste rocciose, questi monumenti sono spesso erroneamente confusi con i monumenti da altri definiti “protonuraghi”, un termine che già di per sé risulta fuorviante e di nessun valore.

Questo tipo di nuraghi, detti “arroccati”, con i nuraghi arcaici, hanno veramente poco in comune per quanto riguarda la tecnica edificatoria. I nuraghi “arroccati” si identificano immediatamente per la ripetitiva modalità con cui si insediano ad occupare gli intricati spazi presenti lungo le creste rocciose naturali. Le stesse rocce naturali affioranti sono assorbite integralmente sia nei paramenti murari dei monumenti, oppure sono utilizzate come un solido basamento (platea di fondazione).

In altri casi ancora si denota la curiosa procedura di inglobare le rocce naturali nel nucleo della struttura, occultandone la vista con abili rifasci. In questi virtuosi adattamenti si individuano vani, pozzetti e corridoi ipogeici (N.ghe Loelle di Buddusò, Siliqua di Quartu, Castrulongu di Gavoi, e molti altri casi). Nello sviluppo della cresta rocciosa occupata dal monumento si possono contare anche un certo numero di torri poste a diverse quote, secondo il naturale andamento della stessa. L’attento e minuzioso sfruttamento degli spazi è caratteristico di questi monumenti e coglie di sorpresa anche il visitatore più esperto.

All’interno di questi monumenti si possono apprezzare i collegamenti (con scalette o lunghi corridoi irregolari) tra le varie parti, che, in virtù della condizione di assorbire i massi naturali, presentano planimetrie di progetto che variano dall’essere circolari, ellittiche, sub squadrate, a semicerchio, reniformi, ecc. Nei margini della cresta, dove non si presenta la naturale continuità dei massi, sono realizzate delle muraglie di collegamento talvolta possenti, creando nell’insieme una visuale di continuità per l’intero sito.

A detta di alcuni ricercatori, la tecnica dell’“addossamento” che si osserva in queste opere ciclopiche, ha lo scopo di facilitare l’esecuzione nella costruzione; da questo dissentiamo in parte, perché si è osservato l’esatto contrario (come al Majore di Cheremule) che erigere su queste creste risulta maggiormente difficoltoso, vuoi per i precipizi in cui si va ad operare, oltre che per la stessa difficoltà di apporto del materiale litico e la sua elevazione a certe altezze, vuoi per lo stessa presenza delle rocce naturali che creano nell’atto edificatorio della struttura una discontinuità nell’opera (es. paramenti aggettanti).
In queste costruzioni, di conseguenza, oltre alla maestria e alla grande esperienza che dovevano avere i costruttori, emerge con maggior forza l’abilità degli stessi nell’adattarsi alle diverse situazioni e la capacità di variare il progetto architettonico, ma sempre cercando di mantenere esternamente quello che è l’aspetto “classico” del nuraghe monotorre al centro della struttura: Nuraghe Seruci di Gonnesa, Loelle di Buddusò Nolza di Meana Sardo, Scerì di Ilbono, Duvilinò di Orgosolo e numerosi altri presentano questa stessa caratteristica.

In questa compagine tipologica, i cui esempi vengono spesso inclusi nella categoria dei veri nuraghi arcaici, si classificano ugualmente nuraghi di forma sia semplice sia complessa (con addizione di più torri, come dei nuraghi complessi). Eppure, i nuraghi arroccati, per la maggiore, si mostrano normalmente di dimensioni più ridotte rispetto ai classici nuraghi a sviluppo verticale, ma questo è giustificato dalla conformazione della stessa vetta da insediare.
Lo sviluppo verticale e il gusto dell’“elevato”, esibito nei nuraghi a torre, in questo caso è subordinato alla stessa conformazione della cresta naturale insediata.
Il nuraghe diventa parte stessa della roccia da cui ha origine, amalgamandosi a essa, proiettandosi verso il cielo come la naturale estensione del picco roccioso di cui fa parte.

In questa categoria dei nuraghi arroccati, il Loelle di Buddusò si evidenzia per avere, innegabilmente (come anima dell’impianto strutturale) un nucleo di solida roccia, dato dalla cresta naturale su cui è stato sviluppato il monumento. In questa situazione, quindi, non si sono potuti ottenere vuoti importanti (camere di base e simili) rispetto al pieno della massa muraria. Tuttavia, il nuraghe ne guadagna sotto l’aspetto puramente estetico, sembrando a prima vista, dall’esterno, un nuraghe complesso, con tutte le caratteristiche tipiche di questa categoria. Il nuraghe esercita così un’apparente imponenza unita a una chiara volontà di essere un punto di riferimento visibile in quella porzione di territorio.

Per somiglianza con la situazione sopra esposta, portiamo all’attenzione anche sul nuraghe Adoni di Villanovatulo, che si erge da un tacco calcareo a dominare il territorio sottostante. Il complesso quadrilobato è costituito dall’ipotetica immancabile torre centrale e da altre quattro torri unite con un robusto rifascio. La planimetria si presenta alquanto irregolare, dettata dalla presenza dei diversi piani emergenti dell’affioramento roccioso. In questa torre si conserva la camera del primo piano, svettata della sua copertura a ogiva. Visitando il monumento sono visibili le torri secondarie, le scale e i corridoi ma, nonostante gli scavi operati, non è stato ancora possibile raggiungere la camera inferiore o di base della torre centrale. Pertanto è lecito chiedersi se il detto vano è realmente raggiungibile, oppure (vista la categoria di progetto), semplicemente non esiste?

A rafforzare queste nostre ipotesi, portiamo il caso del nuraghe Duvilinò di Orgosolo, sito lungo la strada per Pratobello in località Settile, a una quota di 984 m.s.l.m. Il monumento, noto anche come Dovilineò, è realizzato con conci granitici di buona pezzatura. Anch’esso risulta inquadrabile come un nuraghe “arroccato”, sempre secondo la nostra suddivisione tipologica. Ciò è confermato anche da uno dei massi affiorante nel corridoio del nuraghe, pertinente al basamento roccioso, che pare ancora incontrarsi, alla fine del corridoio del nuraghe. Visto dall’esterno si presenta con le fattezze di un nuraghe complesso, che s’innalza per circa 12 metri, costituito da quella che sembrerebbe la torre centrale alla quale furono aggiunte tutt’intorno altre tre torri secondarie. Gran parte del complesso va letteralmente a occupare un affioramento roccioso di granito, visibilmente affiorante nei paramenti all’interno del corridoio e alla base della platea. Si accede al monumento attraverso una porta architravata a luce trapezoidale (base 75 cm alt. 160, alto 60) con un notevole architrave che nella foggia e nella lavorazione ricorda un menhir aniconico…

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La prima alabarda in Sardegna

Prima alabarda preistorica ritrovata in Sardegna

Le cosiddette “alabarde” sono una particolare classe di armi, così denominate a livello archeologico, che nella pre-protostoria precedono e poi vengono completamente sostituite dalle spade nel ruolo bellico e rappresentativo.
La spada, infatti, è l’arma per eccellenza del guerriero, in quanto strumento appositamente progettato per il combattimento. A differenza di altre armi come lance, archi, frombole e asce, non esiste un uso secondario (come la caccia) per quest’oggetto, che vada aldilà dello scopo di ledere un altro essere umano. L’unica funzione alternativa della spada è quella di rappresentanza, ovvero quando assurge al rango di oggetto da esibire per rafforzare o sottolineare lo status, in vita come nella morte, del suo portatore.
Un ruolo somigliante dovette svolgere anche l’alabarda, infatti, quest’arma è ampiamente nota per aver preceduto l’invenzione della spada.
Di fatto, il suo utilizzo si colloca tra la fine dell’età del rame e l’inizio dell’età del bronzo nell’intera Europa, quando i pugnali e le daghe iniziano a svilupparsi in lunghezza, diventando vere e proprie spade.

Il termine “alabarda” non è esattamente corretto, ed è stato mutuato dalla nomenclatura delle armi medioevali.
Indica un’arma lunga, che si sviluppa intorno all’XI secolo A.D. per poi standardizzarsi intorno al XIV secolo A.D. È composta da una lama larga, solitamente più o meno parallela al manico su cui è inastata, dotata di una punta centrale, che prosegue idealmente lungo la direzione dell’asta, e da un “becco”, o una generica punta, usata per agganciare o bucare.

L’alabarda preistorica, invece, è più simile a un’ascia dotata di un’unica punta a forma di becco e solitamente asimmetrica, con uno dei lati taglienti maggiormente incurvato verso le mani dell’utilizzatore, probabilmente per accentuare il colpo di punta dato dall’alto. Sono famose le raffigurazioni di quest’oggetto sulle statue stele del Trentino, come quelle rinvenute presso riva del Garda, o le raffigurazioni rupestri della Val Camonica, dove l’arma è rappresentata numerose volte.

L’alabarda, infatti, era estremamente diffusa e viene ritenuta, a buon diritto, un’arma di rappresentanza.”

Considerate tutte le implicazioni di carattere sociale, e la considerevole mancanza di frequenti riscontri per questo oggetto in relazione alla Sardegna preistorica, è stato identificato dallo scrivente e pubblicato nella propria tesi di laurea magistrale un singolo esemplare di 25 cm rinvenuto negli scavi del Nuraghe Seruci di Gonnesa. Tale arma tuttavia, fu interpretata, a causa della semplicità estrema e della natura ambigua, come una “punta di lancia”. Singolare è che l’oggetto sia rappresentato nella cartellonistica del nuraghe e, tuttavia, le relazioni di scavo non fanno cenno alcuno a questo oggetto. In ogni caso può dirsi certa la sua provenienza dal monumento detto. Se dovesse essere accettato e condiviso che di un’alabarda si tratti, come qui sostengo, si avrebbe un rinvenimento straordinario e da esso deriverebbe una diversa ipotesi di lettura del tipo di società dalla quale esso proviene. Se appartenesse al gruppo umano che affrontò la costruzione e l’amministrazione dei monumenti propriamente nuragici, si dovrà mutare la valutazione che attualmente si vagheggia per esso…

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Ferralzos di Suni

Un nuraghe da primato

Alcuni monumenti nuragici sono più noti di altri per loro caratteristiche notevoli, come l’altezza residua maggiore, un diametro di camera fuori dal comune, oppure particolari architettonici dalle misure eccezionali, nei diametri basali o nell’altezza dell’ogiva che copre la camera del piano terra, ecc. per esempio, il nuraghe Is Paras di Isili è noto per avere con l’ogiva di camera più alta nell’Isola (m 11,18); il nuraghe S. Barbara di Villanova Truschedu è il nuraghe con la camera dal diametro più ampio finora ritrovato (7 m).
Risulta quindi eccezionale poter richiamare l’attenzione su un singolo monumento che eguagli o superi nelle misure i nuraghi con volta più alta e diametro di camera maggiore fra quelli finora conosciuti e misurati. Tale edificio esiste e si chiama Ferralzos: è sito in comune di Suni, provincia di Oristano.

Il monumento ha un’architettura complessa e, per le sue condizioni (ampiamente spietrato da un lato) e la vegetazione che l’avviluppa, appare subito di non facile accesso. Come spesso accade, anche questo monumento fu “bersaglio” per realizzare muretti a secco che segnano confini tra le proprietà d’imposizione sabauda, e proprio per questo in nostro amico e guida lo chiama “nuraghe Lacana”.

Il possente edificio nuragico è (fortunatamente) ignorato da clandestini, né mostra ulteriori azioni distruttive oltre le dette. Il seminterrato è avvolto da una folta macchia di rovi e arbusti, mentre grandi alberi svettano al colmo. Le ceppaie di questi ultimi pregiudicano la stessa stabilità dell’edificio e le radici ogni anno avanzano a “scombinare” vieppiù i muri.
Nelle immediate vicinanze, intorno a Nord-Est del nuraghe, è un pozzo con alcuni abbeveratoi, alimentati da una risorgiva che imbibisce la campagna basaltica circostante, fino a raggiungere il monumento.

In questa breve comunicazione, prendo in esame solo aspetti peculiari dell’ architettura della torre centrale del nuraghe e, in particolare, della sua camera basale:
  • Il vano è coperto da un’altissima e bellissima ogiva, che attualmente è raggiungibile solo da percorso a ostacoli. Ai fini della valutazione della reale altezza della volta è utile considerare che la grande camera di base del nuraghe Ferralzos mostra attualmente un accumulo di terra e pietre determinabile in circa due metri, chiaramente valutabile dal rapporto con l’architrave dell’ingresso esterno, ostruito quasi completamente. Tale misura si deve sommare, dunque, alle altezze misurate sul riempimento attuale.
  • Il vano scale intermurario è realizzato in modo davvero insolito o, se si preferisce, non canonico. Esso prende avvio dal lato della nicchia di camera posta alla destra di chi dovesse entrare in camera dall’ingresso esterno, oggi impraticabile per il fortissimo riempimento. Il detto particolare architettonico, assai raro nel panorama dei nuraghe, richiama, per esempio, l’avvio della scala diretta al piano superiore del nuraghe Longu di Padria, dov’è analogamente collocata, a partire dalla nicchia di camera di sinistra, ancorché in quest’ultimo esempio la scala sia decisamente più ripida e dunque meno agevole.
  • Il detto accumulo interno, naturalmente occulta in parte le stesse aperture presenti in camera, ciononostante, è possibile leggere distintamente la presenza di ben quattro nicchie, tutte aperte nella parte fondale della parete (un numero raro, riscontrato solo nei nuraghe Mura ‘e Figu di Bauladu, Sa Cuguttada di Mores, Columbus di Sedilo e Appiu di Villanova Monteleone).
  • L’attuale primato per la sala più ampia appartiene invece al nuraghe Santa Barbara di Villanova Truschedu, con ben 7 m di diametro. È quindi lecito presumere che, allo sgombero del riempimento e toccato l’originale piano di calpestio, il nuraghe Ferralzos potrebbe eguagliare, se non superare, i sette metri di diametro nella camera di base.

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