N.57

Archeologia e università

Negli anni Sessanta del secolo passato, un certo numero di noi giovani barbaricini fu felicemente parcheggiato all’università (¡u maiuscola, allora!). Con un certo senso d’inadeguatezza affrontammo quel mondo nuovo, atteso e paventato assieme. Trapelava qua e là, fra gli “altissimi” docenti, la supponenza dei giusto-collocati e – qua e là – l’opprimente olezzo d’impalpabile miseria morale e materiale: ¡inizi poco incoraggianti! Ma si paga un prezzo per crescere. Impaziente, attesi d’attingere a contenuti… che non giungevano. Non c’erano proprio, oltre le parole d’ordine. Tutto era “rivelazione”, con parole reiterate, affermazioni d’autorità e molte fiabe, condite di presunzione e così fu, tutto immutato, anche per i seguenti studi, “specialistici a parole”, tediosamente e assurdamente ripetitivi dei medesimi dogmi già ingurgitati. Le lezioni “odoravano” di catechismo e alle più che rare domande degli allievi l’esito era il nulla o il farfuglio di qualche prof arraffa-tutto, omertoso e ridanciano. In anni d’impegno e vita al lumicino, in estrema sintesi questo fu il patrimonio archeologico, morale e contenutistico da “mettere in saccoccia” nell’università parcheggio per giovani e speranze, come ben si capì in seguito

Dall’Ottocento alle grandi guerre

Dalla letteratura archeologica di un secolo precedente e oltre, a cavallo tra Ottocento e metà Novecento, galleggiava un retaggio inconsistente di autorità vanamente erudite “demandate a sapere”. Intelletti belli come “vuoti a perdere”, intrisi d’autoritarismo: patrimonio dell’antiquaria dai fermi preconcetti fenicio-egizi, calati anche in salsa biblica, con cronologie generazionali velleitarie.

Gli scrittori ottocenteschi volti al Nuragico si moltiplicano e giungono a una cinquantina (da una conta di G. Lilliu), fra cronisti studiosi e colti, scienziati di tante discipline e osservatori non sempre estranei a intenti coloniali. Si può dire che prevalessero gli ecclesiastici ma, nella seconda metà dell’Ottocento, finalmente crebbero in buona percentuale le analoghe attenzioni di laici. Nessuno si sposta, però, dal detto pregiudizio egizio – fenicio cosmico, né da risibili riflessioni sul bisogno, velleitario e insopprimibile, di stabilire quale dovesse essere la “funzione dei nuraghe”, che non sapremo mai e – in ogni caso – proprio nessuno mostrò di poter studiare con raziocinio.

Roboanti padroni delle conoscenze

Dal pensiero archeologico dell’Ottocento, caratterizzato da un elevato grado d’insipienza, giunse l’insegnamento “illuminato” di un acuto e coltissimo storico:
Ettore Pais, che “costretto quasi dall’inerzia altrui” si risolse ¡finalmente! con le sue sconfinate doti sui documenti della letteratura greca e romana, a dare soluzione ai problemi della crepuscolare Archeologia sarda. Secondo le convinzioni correnti, la “sua” letteratura non avrebbe potuto nascondere (ai soli colti s’intende), i giusti lumi sulla società “troglodita” (così la definiva), che popolò l’Isola rendendola selvaggia… giusto poco tempo prima delle “civili e salutari” spade romane.

Era uno storico di vaglia, il Pais, ma nulla-nulla capiva d’Archeologia e, tuttavia, ciò era del tutto irrilevante per le meningi dei proff d’allora (ma anche per molti che seguirono): beh… d’altronde ¡era un accademico! Dunque, il campo archeologico fu assurdamente governato, condizionato per meglio dire, da Pais, per decenni. La sua non fu arroganza, ma certamente espressione d’una ricorrente presunzione accademica, in un mare di dabbenaggine, in un settore che non gli competeva affatto. Tutti, naturalmente s’adeguarono: a lui s’ispirarono persino i succedanei del Novecento, con sicura fede volta al potente accademico sardo-torinese.

Un interrogativo imprescindibile

¿Come si è giunti, da un’archeologia umorale, basata su una storiografia inconsistente, vaga e ricca di gratuite affermazioni d’autore, a una dimensione in cui si sostiene di procedere con approcci tendenzialmente tecnici? Certo, nulla di scientifico e tuttavia si sente un clima in cui principia appena una procedura diversa, con la quale acquista rilievo la grafica del monumento esaminato: si valuta l’aspetto planimetrico e, talvolta, anche quello dell’elevato. Si trovano differenze formali fra i nuraghe apparentemente uguali, fra le tombe di giganti e persino fra le domo de janas.


Come d’incanto, Lilliu principia ad avanzare (¡mai “visto” nei predecessori!) interpretazioni inusitate e varie per le mutazioni formali o temporali, con distinzioni culturali nientemeno: spunti di cronologia relativa derivavano da osservazioni architettoniche, rigorosamente senza dimostrazioni. Lilliu lo fa col consueto piglio accademico [lo faceva anche Pais, il suo idolo], che non ammette contraddizioni o dubbi, né s’avverte (proprio non c’è) la progressione razionale o la logica inferenziale. Insomma, Egli proclama un risultato “blindato”, ma mai il nostro “genio” spiega come a esso sia giunto.

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Numero 57 – I Semestre 2020

Disponibile da Settembre 2020, il nuovo numero 57 di Sardegna Antica

In prima di copertina: La Dama de Baza, Spagna, Museo Arqueologico Nacional Madrid.

Questo numero della Rivista giunge in ritardo, in quanto la malattia covidale ha ostacolato per mesi tutte le attività umane.

Per qualche tempo, l’incertezza per il futuro ha stornato l’attenzione di ognuno da tutto ciò che non fosse in diretto rapporto con l’essenziale e con la sopravvivenza.

Oggi, seppure nessuno di noi possa dirsi ancora certo del futuro, abbiamo qualche robusto punto fermo e qualche speranza in più: e la Rivista rivede la luce, finalmente, perchè almeno qualcuno ha ripreso a scrivere e a leggere…

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Sommario

  • La grande statuaria parte seconda – Italica ed Europea – Maurizio Feo
  • Tigellio, musico e per di più sardo – Maura Andreoli
  • Sumeri e Accadi, dei e destini – Rosanna Lupieri Perissutti
  • Forme di vita ancestrali e paesaggi esotici di Baunei – Antonia Angela Tronci
  • Archeologia e Università – Giacobbe Manca
  • Sull’antico lamento funebre, tracce nel rito odierno – Andrea Muzzeddu
  • Economia di mercato e radici cattoliche – Giovanni Enna
  • Le Carte d’Arborea, ovvero falsi e falsari – Peppino Pischedda
  • La villa di Ollini, confini medioevali in lingua sarda – Salvatore Pinna
  • Nuoro diventa Provincia – Giovanni Graziano Manca
  • La macchina della verità, ll cinema documentario di Vittorio de Seta – Ignazio Figus
  • Libri & Libri
  • Editoriale

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La grande statuaria parte Seconda

La grande statuaria Italica

Inquadrato cronologicamente l’argomento generale, delineate le prime origini e la simbologia comune, oltre alle più antiche motivazioni primarie, si può finalmente affrontare quella parte del fenomeno espressivo artistico che riguarda la Statuaria Italica, con la speranza di comprenderla meglio nella sua fertile abbondanza e varietà.

I Piceni

Piceni” è un nome esoetnico, tardo, imposto dai Romani e dai Greci (con la derivazione mitologica da “Pikus”, Marte): essi chiamavano se stessi “Safini” ed erano di lingua Osca, indoeuropea. Il “Safnio Sannio dei Romani – s’estendeva dai Monti Sabini ad Abruzzo, Molise, Campania e Basilicata, fino alla Calabria. Avevano fama d’essere grandi guerrieri e mercenari molto affidabili. I Romani estesero il termine “Sabelli” agli Osco parlanti (Peligni, Vestini, Marrucini e Marsi), oltre che a popolazioni sannitiche (Sanniti, Frentani, Sidicini, Lucani, Apuli, Bruzi).

La popolazione italica dei Piceni era stanziata sulle coste del mar Adriatico. Di essa ci è pervenuta l’opera che per almeno 40 anni (dal 1934 al 1974) fu considerata l’unica rimasta e la più monumentale dell’arte italica: il guerriero di Capestrano, alto 223 cm e databile al VI secolo a.C.

Dal 1934, quando fu scoperta, fino al 1974, data della scoperta delle statue di Mont’e Prama.

La statua calcarea, sorretta da due evidenti puntelli laterali, decorati da due lance incise, raffigura un guerriero a dimensione maggiore del normale, con gioielli ed armi da parata. Si tratta probabilmente della rappresentazione di un defunto illustre, posta come segnacolo per la sua tomba. L’anatomia della figura umana non è definita come nei kouroi greci, ma è più approssimativa, mentre molta più cura è stata dispensata nel raffigurare i dettagli come le armi, che sottolineano il rango e l’importanza del personaggio. Se ne parlerà di seguito più diffusamente.

La Puglia

In Puglia i Greci trovarono le popolazioni di Dauni, Peuceti e Messapi, organizzate in centri urbani dai vivi rapporti con le città elleniche sulla sponda opposta dell’Adriatico.

Tra le produzioni più significative di queste popolazioni ci sono le stele funerarie, come quelle trovate a Siponto. Scolpite in calcare locale nel VII secolo a.C., riportano varie decorazioni a graffito, che rappresentano il defunto con immagini poco naturalistiche, incorniciate da motivi geometrici.

Gli Etruschi

In Etruria, per propria fortuna geologica, erano presenti molte specie differenti di pietra: il marmo delle Alpi Apuane (che fu da essi trascurato, salvo eccezioni, fino ad epoca tarda), la pietra serena, l’alabastro di Volterra, vari tipi di tufo (tra cui il nenfro e la pietra fetida).

Così detta per via dell’odore sulfureo che emette, quando la si scalfisce.

Di conseguenza gli Etruschi avevano un’antica  quanto grande familiarità con la pietra e certamente la sapevano lavorare. La usarono nell’urbanistica: prevalentemente nelle fondazioni, e nelle opere di difesa, che sono tutte tarde, con l’eccezione di Roselle (VII sec. a. C.). Gli alzati degli edifici erano realizzati in doppia palizzata di legno, riempita di ciottoli e poi intonacata, oppure in mattoni crudi d’argilla. Hanno sempre lesinato la pietra: per questo resta così poco della loro edilizia civile. Con la pietra – invece – identificavano volentieri l’edilizia funeraria: per questo le loro tombe hanno sfidato i secoli, tanto da sembrare a molti la loro unica realizzazione edilizia.

Tagliavano il tufo in mattoni e costruivano una volta ogivale autoportante, poi mettevano al centro, per sicurezza, un pilastro tanto imponente quanto superfluo dal punto di vista statico.

Dal V secolo non costruirono più le tombe con la pietra, bensì nella pietra: comparvero così le tombe a dado.

A “dado reale”, se con le 4 pareti in vista; a “mezzo dado” se solo con il fronte e due pareti laterali; a “finto dado” se presentavano solo il fronte, scolpito ed ornato

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Editoriale numero 57 – Maurizio Feo

Questo numero della Rivista giunge in ritardo, in quanto la malattia covidale ha ostacolato per mesi tutte le attività umane. Per qualche tempo, l’incertezza per il futuro ha stornato l’attenzione di ognuno da tutto ciò che non fosse in diretto rapporto con l’essenziale e con la sopravvivenza. Oggi, seppure nessuno di noi possa dirsi ancora certo del futuro, abbiamo qualche robusto punto fermo e qualche speranza in più: e la Rivista rivede la luce, finalmente, perché almeno qualcuno ha ripreso a leggere…

Il punto fermo è dato dalla cognizione certa di avere l’ottima arma del distanziamento sanitario, che ha già funzionato bene e che in Sardegna è più agevole, anche per via della bassa densità di popolazione (che di per sé è già una difesa contro le epidemie!). La speranza risiede nell’eventuale prossimo vaccino (più di ventidue studi nel mondo daranno, prima o poi, qualche risultato) e nel migliore trattamento medico-farmacologico. E così oggi annunciamo i nostri programmi.

Abbiamo preparato diversi argomenti interessanti, ormai già pronti, su temi sensibili per i Sardi, che ci sono stati sollecitati da tempo e che sappiamo saranno di grande interesse non solamente per loro: tanto, che di alcuni di essi stiamo già programmando un’edizione sotto forma di libro…

A differenza dei numerosi ciarlatani che oggi predicano da tutti i pulpiti, noi non fingiamo di conoscere con assoluta certezza quale futuro ci attenda: ma siamo prudenti e ottimisti, e ci auguriamo che almeno ci permetta – questo futuro – la libertà di condividere con i lettori gli studi e le intuizioni circa il nostro trascorso comune nel Mediterraneo. Perché quello – il nostro passato – crediamo invece di conoscerlo abbastanza bene e di saperlo descrivere in modo convincente e appassionante.

A tutti un “ben ritrovati”, e carissimi auguri di cuore!

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