N.67

L’Incomunicabilità

L’incomunicabilità è considerata a ragione un difetto di metodo, giacché coinvolge (o è espressione di) limitazioni intrinseche del linguaggio, ma soprattutto della soggettività umana. In altre parole contraddistingue i soggetti che hanno una incapacità innata di comunicare un concetto ad altri, insomma un contenuto, un pensiero o, magari un’esperienza vissuta in prima persona.
Ciò avviene per molti motivi, come a causa dell’incompletezza, o per lacune lessicali del nostro linguaggio (o, al contrario dell’insulsa ridondanza) rispetto a chi ascolta perché forse costui è “diversamente colto” o magari sprovveduto e non possiede adeguate categorie mentali, neanche quelle definibili comuni. Si aggiunga che ciascuno possiede le proprie categorie mentali e consuetudini verbali inserite in una sintassi di diversa efficacia, talvolta non adeguata alla situazione.
Queste “dotazioni mentali” si possono definire anche categorie, che filtrano o selezionano il materiale verbale con i suoi contenuti in arrivo e ne accolgono solo una piccola parte in modo chiaro e consapevole. Spesso poi distorcono involontariamente quanto proprio non riesce a passare nei centri integrativi cerebrali superiori. Pertanto a taluni soggetti sono precluse le vie mentali deputate al di scernimento o alla comprensione! I tonti esistono e sono anche rudi, essenziali nel lessico e nei modi: sono anche irrimediabilmente incolti.

Si può ammettere, dunque, che il fenomeno del non capirsi a vicenda, in modo più o meno ampio, o anche in dati settori, è diffuso e soggetto a molti distinguo: sarà facile perciò perdersi in esso e non venirne mai compiutamente a capo. Importante però è che se ne prenda atto e che all’occorrenza ciascuno si ponga il problema, sia di voler sapere e capire, sia d’impegnarsi quando si comunica o si ricevono dati.
Questo semplice enunciato potrebbe a taluni apparire già complicato e frettoloso, magari solo a quella percentuale di professori che, poverini, “non hanno tempo da perdere, giacché possiedono solo certezze. Nel caso in cui in Archeologia si volesse comunicare una novità (¡quale arrogante lesa maestà!), magari ben appurata e pubblicata in ricerche serie rivolte a chi agisce nel settore, coloro che non sanno dovrebbero avere la decenza di leggere per capire.

Esperienze dirette d’incomunicabilità

Fra i non pochi esempi parlerei di un’esperienza personale duplice, occorsami per “arcane volontà” in distinte conferenze a Budoni e a Nuoro. Esponevo di certi miei esiti di scavo ad Altagene in Corsica, a un balzo dalla Sardegna. Spiegavo dell’esistenza di un nuraghe (così sicuramente configurato per motivi architettonici e tecnici, dunque scientifici) quando dall’oscura trincea del pubblico ricevetti aspre critiche d’impulso che, per la loro analogia, cito qui assieme. Una matura voce femminile mi apostrofò: “Ma lei, è sicuro di ciò che dice su questa torre della Corsica? (cioè non dice la verità!). Come si permette di definirlo nuraghe? Nulla di simile è riportato nei “libri sacri” dell’archeologia! Lei non rispetta la vera autorità in materia!” Dal silenzio che seguì, l’accusa apparve subito grave per l’intero pubblico eterogeneo! Il rimprovero tradotto in parole povere era: “Lei, persona insignificante, miscredente e irrispettosa non può affermare
cose diverse da ciò che l’eccelso maestro sentenziò”; “Io, che ho studiato, ne conosco il divin verbo, lei invece no!”

Da G. Spano a M. Sequi

“Scusi, dove troviamo il nuraghe Piscu? A Suelli e dintorni non c’è un’indicazione, come accade in Sardegna. Sarebbe utile apporre cartelli indicatori?”. Sorride e garantisce che sì ci penserà: la Giunta. Con la giusta dritta si giunge al grande recinto distintivo dell’area archeologica: dunque l´interesse per i monumenti ha “bussato” anche qui! Il monumento reca purtroppo i segni di una diffusa, aggressione “a base di cemento”.
A dir poco si evidenzia una prolungata azione dannosa, pervicace e del tutto gratuita. È inaccettabile che ogni spazio fra le pietre e sopra le stesse, ogni angolino sia farcito di cemento! Un addetto garantisce che, volendo, un domani, potrà essere interamente rimosso. Il “fine” vuole farlo passare per consolidamento reversibile.
Nessuno riuscirà mai a ripulire quel cemento! Perché farcire di leganti una costruzione nata “a secco” dalle mani dei Nuragici? Se la torre e le altre strutture hanno sfidato i millenni, perché mani blasfeme, ignoranti si attribuirscono l’arbitrio di falsarle in modo così devastante. È facile capire che il motivo sia riconoscibile nella consistenza dei finanziamenti che nel “restauro” sciagurato consenta alte cifre. Qui al Piscu insistono nel dire “consolidamento”: uno specchietto per volatili: . Un tale abominio è del tutto estraneo a un monumento preistorico, che malgrado la dabbenaggine delle istituzioni che qui e altrove deturpano, ma non proteggono, esprime un’imponenza e una solidità proverbiali. È proprio un triste spettacolo…

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Alla scoperta di Cynotherium – il canide preistorico sardo-corso

La scoperta e la prima descrizione

Cynotherium è un genere di canidi estinto, un predatore endemico che visse nel Blocco sardo-corso durante il Quaternario (fossili datati tra oltre 500.000 e 13.300 anni fa). Questo animale rappresenta uno degli esempi più affascinanti di adattamento evolutivo in ambiente insulare. In Sardegna sono note due specie appartenenti a questo genere: Cynotherium malatestai, più antico e di taglia maggiore, e Cynotherium sardous, discendente del primo e di taglia inferiore.
Le prime testimonianze fossili di questo genere di canidi furono segnalate presso Bonaria (Cagliari) nel 1828 (Wagner, 1828), tuttavia, i resti non furono inizialmente riconosciuti come appartenenti a una nuova specie. Fu solo una trentina d’anni più tardi che Cesare Studiati, medico pisano, riconobbe i fossili ritrovati da Alberto La Marmora, nella stessa località di Bonaria, come appartenenti a una nuova specie che battezzò Cynotherium sardous (Studiati, 1857).

L’aspetto più singolare che Studiati notò fu la morfologia dei molari inferiori che si differenziava da quella dei rappresentanti attuali e fossili del genere Canis.
Tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, nuovi fossili provenienti da varie località della Sardegna, portarono i paleontologi a discutere su quale fosse il corretto inquadramento tassonomico di Cynotherium e dunque le sue possibili relazioni filogenetiche con le specie continentali. Alcuni studiosi lo avvicinarono alla specie asiatica Cuon alpinus (il cane rosso o cane selvatico asiatico), mentre altri mantennero l’idea di un genere distinto o di considerare Cynotherium un sottogenere di Cuon. Una svolta importante nella conoscenza dell’anatomia osteologica di questo canide avvenne negli anni ‘50, grazie agli scavi condotti nella Grotta della Medusa, nei pressi di Alghero. Qui furono scoperti numerosi resti fossili tardo pleistocenici che permisero al paleontologo Alberto Malatesta di descrivere dett agliatamente lo scheletro di Cynotherium sardous (Malatesta, 1970).

Un piccolo carnivoro insulare

Cynotherium sardous era un canide di taglia media, paragonabile a un attuale sciacallo: pesava attorno a 10 kg e mediamente raggiungeva i 40-45 cm di altezza alla spalla (Fig. 3). Il suo cranio, simile per proporzioni generali a quello di volpi e sciacalli, presenta un muso largo ma con aree ridotte per l’inserzione dei muscoli masticatori che suggeriscono una forza del morso limitata. Dal punto di vista della dentatura, pur mostrando segni di adattamento a una dieta varia, conservava tratti tipici di un predatore ipercarnivoro, probabilmente ereditati dal suo ben più robusto antenato continentale. Le sue zampe corte e robuste, unite a un’articolazione del collo molto mobile, indicano che fosse specializzato in una caccia basata sull’agguato, simile a quella delle volpi: silenzioso, agile, scattante e capace di movimenti rapidi per sorprendere piccole prede…

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Società Matriarcale e Sardegna

Nel precedente articolo di S.A. s’è accennato agli effetti delle consistenti migrazioni di popolazioni di 5.000 anni fa (Yamnaya/Kurgan), meglio spiegate dalla genetica che non dall’archeologia.
L’effetto fu la sostituzione genetica delle antichissime società matriarcali esistenti in precedenza. Per motivi di spazio non ci si è soffermati sulla definizione del “matriarcato”. Qualcuno potrebbe essere tentato di obiettare: da dove proviene la certezza che le società europee precedenti all’espansione Yamnaya fossero proprio matriarcali? E poi, che cosa s’intende per “società matriarcale?” Questo articolo approfondisce il tema e tenta di rispondere esaurientemente a queste legittime domande. Infatti, se è vero che l’esistenza di unantico matriarcato universale non è ancora stata definitivamente accettata, è anche vero che molte prove indiziarie a favore provengono da siti distinti, come Çatalhöyuk, dai siti Cucuteni-Tripillia, da quelli della società Minoica e da tanti altri ancora.
L’antico matriarcato sarebbe stato un fatto spontaneo con risvolti sociali e religiosi, come l’onnipresente devozione alla Grande Dea Madre indicherebbe. Nel ricostruire le prime fasi della storia delle religioni, gli antropologi usano termini come: culto dei morti, totemismo, feticismo, animismo, magia e altri ancora, con differenti sfumature di significato tra i vari autori, che descrivono abbastanza bene la crescente complessità del pensiero umano e il progressivo sviluppo del senso religioso.

Già dalla seconda metà del 1800 si sostenne che le primitive società umane dovessero essere forme sociali prevalentemente matriarcali, nelle quali il ruolo della donna fosse preminente. Si ritiene che le società pre-agricole interpretassero la capacità biologica della donna di produrre nuova vita come un grande e misterioso potere miracoloso: era ancora un fenomeno sconosciuto e inspiegabile. Forse mistero e miracolo si ridimensionarono in seguito all’osservazione da vicino degli animali, una volta che ne fu possibile la frequentazione quotidiana derivante dall’attività di allevamento (guarda caso, i Kurgan/Yamnaya erano allevatori, oltre che pastori).
Forse, per tale dote apparentemente soprannaturale di riprodursi della donna, le si era tributata spontaneamente una certa superiorità: ciò le garantiva anche il diritto di gestire la famiglia e di assumere un ruolo di rilievo nella società umana primitiva. Seppure non sia una certezza scientifica, questa è certamente un’ipotesi credibile, giustificata da numerosi indizi.
Si è comunque preferito attenuare il troppo rigido concetto di ginecocrazia: oggi si ritiene che un grande potere sociale, interamente in mano alle donne e che escludesse gli uomini, appartenga più verosimilmente al mito – le amazzoni, ad esempio – che non alla realtà storica. La stessa insoddisfazione spinse anche l’archeologa M. Gimbutas a adottare il termine “società gilanica”, per un modello matrilineare di società primitiva, improntata a un rapporto di tipo paritario tra i due sessi. Con il termine matriarcato oggi s’intende una società di questo tipo e non una rigida ginecocrazia, che il comune accordo del mondo scientifico non considera credibile.

Secondo Gjmbutas tale tipo di organizzazione sarebbe stata vigente in Europa tra il 7000 e il 3500 aC, e sarebbe poi stata soppiantata dal sistema androcratico e patrilineare della cultura Kurgan del bacino del Volga e delle steppe. La Genetica di Popolazioni ha dimostrato che questa intuizione era molto vicina al vero, anche se – a differenza di quanto dapprima si favoleggiava – l’intervento di aggressivi guerrieri razziatori a cavallo non sembra essere mai stato parte integrante degli eventi: non ci furono continue scorrerie, né ripetute rapine di predoni a cavallo e non ci furono mai scontri, né militari, né culturali. Alla luce della nuova e più fondata ricostruzione su base genetica della diffusione delle lingue indoeuropee, sembra che si spieghino meglio anche altre interessanti curiosità, che l’archeologia non era mai stata in grado di chiarire. In particolare, diviene più comprensibile la sopravvivenza di alcune lingue non indoeuropee proprio in quelle regioni del mondo meno accessibili ai carri a ruote piene dei Kurgan/Yamnaya: il Basco nei Pirenei, unica lingua non indoeuropea parlata in Europa ai giorni nostri; il Paleosardo in Sardegna, di cui restano solo alcuni relitti nella lingua romanza che è il Neosardo parlato oggi; infine l’Etrusco in Toscana, forse in una zona “protetta” dall’Appennino, stando all’affinità esistente tra Etrusco e Sardo, su cui molto insisteva Massimo Pittau.

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Numero 67 – II Semestre 2025

Disponibile da Dicembre 2025, il nuovo numero 67 di Sardegna Antica

In copertina il nuraghe Piscu di Suelli. Foto di Fabrizio Bibi Pinna

Sommario

  • Società Matriarcale e Sardegna – Maurizio Feo
  • Dieci Anni di Storie – Maura Andreoni
  • La Rotta Atlantica e Tesori del Nuovo Mondo (2° parte) – Antonia Angela Tronci
  • Stima dell’Età della Terra – Antonio Assorgia
  • Alla Scoperta di CynotheriumDaniel Zoboli
  • L’Oreopiteco di Fiumesanto – Lorenzo Scano
  • Dalle Terre Collettive all’Editto delle Chiudende – Giovanni Enna
  • Ancora sui Falsi d’Arborea (e di Cabras) – Peppino Pischedda
  • Orientamenti del Pozzo Sacro di Santa Cristina – Armin Frey
  • L’IncomunicabilitàGiacobbe Manca
  • Il 68° Deposito Territoriale Carburanti – Giovanni Graziano Manca


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