N.68

Duos Nuraghes di Borore: ¿un nuraghe complesso?

Nell’immaginario collettivo è ormai accettato che il nuraghe propriamente detto sia rappresentato dalle torri cilindriche troncoconiche sviluppate in altezza, maggiormente diffuse sul territorio sardo. Sono numerose le torri che svettano solitarie nella campagna e rappresentano il culmine di un’evoluzione costruttiva realizzata attraverso varie tappe, espressione di differenti gruppi umani che la produssero.
Le torri solitarie, i cosiddetti nuraghes “monotorre”, presentano una peculiarità che le identifica: il loro ingresso alla camera terrena è sempre rivolto a S-SE. Nelle torri dell’età del bronzo le camere sovrapposte, servite da scale elicoidali, potevano arrivare fino a tre. Nel loro processo evolutivo, ma anche a seconda delle possibilità economiche del gruppo umano commissionante, i monotorre diventano col tempo il centro principale di un edificio ampliatosi in forme più complesse.
La creazione di nuraghes con più torri produce edifici detti “a tancato”; al monotorre è aggiunta una seconda torre a fronte dell’ingresso e lo spazio tra le due è delimitato da un cortile racchiuso da possenti mura di raccordo (Sa Domu ‘e s’Orcu di Sarroch). Ci sono poi nuraghes bilobati, in cui oltre alla torre principale troviamo altre due torri secondarie (Orolo di Bortigali), trilobati con tre torri aggiunte (Santu Antine di Torralba), quadrilobati (Su Nuraxi di Barumini), pentalobati (Arrubiu di Orroli) e probabilmente esiste anche qualche esempio di esalobato.
In ogni caso, la torre principale, oltre all’orientamento dell’ingresso, con serva sempre alcuni accorgimenti architettonici ricorrenti: un corridoio d’ingresso, che comunemente trova aperti nel suo percorso una scala ai piani e una nicchia, una camera terrena con una o più nicchie, o la stessa scala ai piani qualora questa non si apra nel corridoio. L’intento di questo scritto è quello di proporre una ricollocazione della tipologia del singolare esempio di Duos Nuraghes in Borore.

I Duos Nuraghes

Alle due torri ancora visibili sono attribuiti i nomi di torre A, sito in posizione più meridionale e di torre B, circa otto metri poco più a nord. I primi scavi furono promossi e finanziati dalla Pennsylvania State University, tra il 1985 e il ’98. G. Webster concluse che la torre A fosse la più antica e le datazioni al C14 la riferirono inizialmente al 2230 ± 320 aC (poi corretto in 2.000-1800). Il corridoio nella torre A non presenta nicchia d’andito né il classico imbocco per la scala ai piani; residua tuttavia una modesta apertura sopraelevata, oggi parzialmente ingombra. La porticina/finestra, certamente di accesso disagevole, trovandosi aperta quasi al colmo dell’ogiva del corridoio d’ingresso, permette d’ipotizzare l’originario uso di una scala a pioli per raggiungerla dal basso; ritengo improbabile un impalcato ligneo, che avrebbe gravato sul corridoio d’ingresso. L’imbocco pare immettere in un piccolo vano, risparmiato tra il guscio esterno e quello interno della camera basale; da una vista aerea lo spazio residuo delle murature rende difficoltoso ipotizzare l’antica presenza di una scala elicoidale che conducesse sulla sommità della torre. Il vano poteva, forse, essere raggiunto da una stretta scala a partenza dal pavimento del primo piano: non mancano, infatti, esempi di strette e ripide scale ricavate tra i gusci murari delle torri (fig. 2). La camera basale residua della torre A è svettata, non presenta nicchie e tanto meno si hanno tracce di eventuale scala di camera. L’ingresso di questa torre appare ancora integro, è orientato a N-NE e sormontato da un modesto architrave, ora spezzato per metà del la sua lunghezza e sovrastato da un finestrino, che permetteva di illuminare la torre attraverso il corridoio chiuso con copertura ogivale.
La posa dei conci nella torre A, sia nel paramento esterno, sia in quello interno, si mostra con una disposizione dettata da file irregolari che risaltano per il gioco d’incastri di massi poligonali piuttosto che di conci lavorati, come possiamo notare invece nella torre B. Questo particolare costruttivo può rafforzare la suggestione di una maggiore antichità della torre A, se come termine di paragone si prenda ad esempio la posa dei conci nelle meno diffuse torri arcaiche note anche come nuraghes “a corridoio”, ma questo credo non sia sufficiente per definirla come più antica.

Il progetto unitario

Una nuova ipotesi progettuale ricostruttiva dei nuraghes complessi ha subito una spinta decisiva dopo una campagna di scavo del Santu Antine di Torralba che ha portato alla luce un pozzo ricavato nella torre nord. Il pozzo è magistralmente inglobato nella torre, la scala di accesso che conduce ai piedi della ghiera parte dal piccolo corridoio di servizio, che mette in comunicazione i due grandi corridoi al piano terra. La torre che lo ospita e il sistema dei corridoi sono quindi funzionali alla sua fruibilità. Se questa ipotesi fosse confermata, il lasso di tempo che trascorre tra l’edificazione della torre principale e le torri secondarie potrebbe anche essere molto breve, giusto il tempo di portare a termine la torre principale e il successivo inizio del progetto unitario di edificazione della struttura complessa che si addossa a essa.
Il progetto di unitarietà costruttiva suggerisce indizi molto importanti: la torre principale e le torri minori dei nuraghes complessi non differiscono per età di edificazione, ma differiscono certamente per funzionalità e per importanza. I costruttori nuragici mostrano migliore cura nella posa e lavorazione dei conci nelle torri principali: questo porta certamente a un maggiore dispendio di tempo e forza lavoro. Occorrono maestranze esperte che, oltre alle attività di cava, devono occuparsi della lavorazione dei conci. Le torri principali si avvalgono di soluzioni architettoniche che mostrano scale, nicchie spesso anche articolate, se non quasi dei veri corridoi anulari, vani di servizio e/o di transito, alloggiamenti per travi lignee che sorreggevano soppalchi utili alla suddivisione degli spazi interni alle camere. Tutti questi accorgimenti architettonici non si trovano nelle torri secondarie e tantomeno nella presunta torre A del Duos Nuraghes.

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Arthropleura, il “millepiedi gigante” del Carbonifero

Arthropleura è un genere estinto di miriapodi, cioè un gruppo di invertebrati a cui oggi appartengono animali come centopiedi e millepiedi. I miriapodi attuali si dividono in quattro gruppi: i centopiedi (Chilopoda), i millepiedi (Diplopoda), e due gruppi meno noti, Symphyla e Pauropoda.
I primi due sono tra loro più strettamente imparentati, così come lo sono gli altri due. Alcune specie di Arthropleura erano veri e propri giganti, raggiungevano infatti dimensioni straordinarie: fino a 2,6 metri di lunghezza e circa 50 chilogrammi di peso (fig. 1). Si tratta quindi dei più grandi artropodi terrestri mai esistiti, superati solo da alcuni “scorpioni marini” del Paleozoico.

I loro resti fossili, insieme a tracce del loro passaggio (piste fossili larghe fino a 50 cm), sono stati trovati in molte parti del mondo: Nord America, Europa e Asia. Questa distribuzione e la paleogeografia dell’epoca (le terre emerse costituivano il supercontinente Pangea) indicano che questi “millepiedi giganti” vivevano nelle regioni equatoriali del pianeta. I fossili risalgono al tardo Paleozoico (periodi Carbonifero e Permiano), in un lungo intervallo di circa 45 milioni di anni.
Nonostante la loro ampia diffusione, i resti fossili di Arthropleura sono spesso incompleti e per lo più si tratta di frammenti dell’esoscheletro, probabilmente abbandonati durante la muta. I fossili meglio conservati appartengo no invece a individui molto giovani, lunghi solo pochi centimetri, ritrovati in Francia. Proprio questi esemplari hanno fornito nuove informazioni sull’anatomia di Arthropleura, in particolare sulla testa, permettendo di chiarire meglio le sue relazioni evolutive con i miriapodi moderni e il suo sviluppo nel corso della vita.

La specie più nota nel registro paleontologico, Arthropleura armata, è stata rinvenuta anche in Italia, nei depositi fluvio-lacustri risalenti al tardo Carbonifero, oltre 300 milioni di anni fa, affioranti nell’area di San Giorgio, presso Iglesias. Il fossile trovato consiste in un frammento dell’esoscheletro di pochi centimetri che presenta la tipica ornamentazione della specie e che potrebbe essere appartenuto a un individuo lungo circa un metro (fig. 2). Il fossile è attualmente conservato nel Museo dei Paleoambienti Sulcitani – E.A. Martel di Carbonia, dove è esposto anche un modello in dimensioni reali e scientificamente accurato di questo iconico “mostro” preistorico.

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Narrazione o Scienza

Il territorio della Sardegna è costellato – oltre che da numerosi, splendidi e diversissimi esempi di nuraghe – anche da monumentali tombe, denominate dalla fantasia popolare “ tombe dei giganti” (TdG), gigantinos, tumbas de is mannos per la loro imponenza. In verità erano tombe per uomini di dimensioni normali, non per giganti. Si dovrebbe aggiungere che furono costruite nel periodo nuragico e che erano tombe collettive, il che giustifica le loro dimensioni notevoli e il loro nome.
Con ogni probabilità erano derivate per sincretismo da altre tombe precedenti, del Neolitico (circa V-IV millennio aC): grotte artificiali di varie dimensioni scavate nella roccia, denominate domos de janas, “case delle fate”. La continuità ideale tra le precedenti tombe ipogee scavate nella roccia e le successive tombe aeree monumentali è indicata da molti elementi, tra cui figura anche l’esistenza di stele centinate, cioè con angoli superiori arrotondati (talvolta scolpite anche sulla facciata di alcune domos de janas).

La TdG era sostanzialmente un tumulo allungato, composto di pietra e di terra: all’esterno appariva come uno spesso strato di terra sotto al quale riposava la lunga struttura trilitica portante in pietra, con commessure via via più precise e combacianti man mano che le tombe divennero più “evolute” col tempo. Spesso la base del corridoio tombale era lastricata anch’essa con elementi strettamente connessi, realizzando così una camera a buona tenuta. Un pesante portello in pietra, sito nella parte anteriore della tomba, ne chiudeva l’ingresso, posto al centro di quell’area che oggi è definita “esedra”: due braccia curve, degradanti dal centro verso l’esterno, quasi a formare una superficie rituale antistante alla tomba. Esisteva una discreta variabilità per ciò che riguarda l’esedra: talvolta ospitava al centro enormi lastre mono- o bi-litiche (stele centinate), talaltra era composta di pietre più piccole e di dimensioni simili tra loro (naturali o isodome).
Era sempre un monumento aereo, ben visibile, di struttura ciclopica (non megalitica), composto dal susseguirsi di ortostati e architravi, fino a formare un corridoio, talvolta lungo anche più di 20 metri. Incidentalmente, ci si domanda perché mai gli archeologi sardi persistano nell’errore grave di denominare ufficialmente tale sistema trilitico “copertura a piattabanda”. Confondere l’architrave (composto di un elemento singolo, che si regge per gravità ed è in equilibrio stabile) con la piattabanda (fatta di molti elementi e consistente in realtà in un arco molto ribassato, che si regge per contrasto) costituisce una gravissima lacuna tecnica, che presuppone una cattiva comprensione della statica e che non dovrebbe mai comparire su pubblicazioni scientifiche ufficiali.

La forma esteriore della TdG ha dato adito a interpretazioni varie e fantasiose da parte dei commentatori moderni: c’è chi parla di una protome taurina e chi di rappresentazione di un utero: il lettore deve costantemente ricordarsi di distinguere tra documentazione scientifica e narrazione speculativa. Per esempio, si è voluta vedere una dipendenza/corrispondenza tra nuraghe e TdG, (ipotizzata in origine da Duncan Mackenzie, quindi ripresa acriticamente dai moderni) per via della loro coesistenza nello stessoterritorio.
Non ci si stupisce se – adottando questa logica errata d’interdipendenza “geografica” tra popolazione e tombe – i ricercatori sardi non riescono proprio a spiegare la concomitanza tra l’elevato numero di domos de janas e l’assenza di nuraghi nell’agro di Ardauli. Si perpetuano vecchi errori: per esempio, a Bultei, nel sito “Sa Presona”, si trovavano in realtà cinque TdG, mentre ancora oggi sono ufficialmente tre, senza contare il pasticcio dell’interpretazione di una di esse come dolmen. Sembra quasi che le pubblicazioni ufficiali non siano sottoposte a revisione: pareidolia, errori d’interpretazione e fantarcheologia sono un rischio e una tentazione costante. È bene ricordare a questo proposito che – contrariamente a quanto talvolta si afferma, o si finge, da parte di alcuni – l’argomento funerario sardo antico, con i suoi riti e i suoi metodi, è ancora sostanzialmente ignoto, al pari della religione e della società stessa che li produsse. Vi si applica molto bene il giudizio di H. Duday: “Quando non si dispone di informazioni atte a completare le nostre osservazioni di scavo, è possibile fare solo un’archeologia dei gesti e non dei riti, che derivano dall’interazione di gesti e di pensieri”

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Numero 68 – I Semestre 2026

Disponibile da Giugno 2026, il nuovo numero 68 di Sardegna Antica

In copertina Duos Nuraghes di Borore. Foto di Paolo Lombardi

Sommario

  • Narrazione o Scienza – Maurizio Feo
  • Aragosta: da cibo per poveri a cibo per ricchi – Maura Andreoni
  • Silanus: prime Conformazioni Urbane – Frank Pittui
  • Arthropleura- il Millepiedi Gigante del CarboniferoDaniel Zoboli
  • Il supramonte di Baunei e il vulcanesimo Pliocenico Sardo – Antonio Assorgia
  • Patologia Distruttiva – Giacobbe Manca
  • Economia e Legislazione nel Giudicato di Arborea – Giovanni Enna
  • Due epoche a confronto – Maurizio Feo
  • Il Sigillum di Costantino I di Torres, chiesa San Nicola di Trullas – Gian Gabriele Cau
  • Lucia Delitàla Tedde: la banditessa “patriottica” – Peppino Pischedda
  • La Viceregina e il ballo col diavolo – Pietro Martis
  • Il Palazzo delle Poste di Nuoro – Giovanni Graziano Manca
  • Duos Nuraghes di Borore: ¿un nuraghe complesso?Paolo Lombardi


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