Maurizio Feo

Società Matriarcale e Sardegna

Nel precedente articolo di S.A. s’è accennato agli effetti delle consistenti migrazioni di popolazioni di 5.000 anni fa (Yamnaya/Kurgan), meglio spiegate dalla genetica che non dall’archeologia.
L’effetto fu la sostituzione genetica delle antichissime società matriarcali esistenti in precedenza. Per motivi di spazio non ci si è soffermati sulla definizione del “matriarcato”. Qualcuno potrebbe essere tentato di obiettare: da dove proviene la certezza che le società europee precedenti all’espansione Yamnaya fossero proprio matriarcali? E poi, che cosa s’intende per “società matriarcale?” Questo articolo approfondisce il tema e tenta di rispondere esaurientemente a queste legittime domande. Infatti, se è vero che l’esistenza di unantico matriarcato universale non è ancora stata definitivamente accettata, è anche vero che molte prove indiziarie a favore provengono da siti distinti, come Çatalhöyuk, dai siti Cucuteni-Tripillia, da quelli della società Minoica e da tanti altri ancora.
L’antico matriarcato sarebbe stato un fatto spontaneo con risvolti sociali e religiosi, come l’onnipresente devozione alla Grande Dea Madre indicherebbe. Nel ricostruire le prime fasi della storia delle religioni, gli antropologi usano termini come: culto dei morti, totemismo, feticismo, animismo, magia e altri ancora, con differenti sfumature di significato tra i vari autori, che descrivono abbastanza bene la crescente complessità del pensiero umano e il progressivo sviluppo del senso religioso.

Già dalla seconda metà del 1800 si sostenne che le primitive società umane dovessero essere forme sociali prevalentemente matriarcali, nelle quali il ruolo della donna fosse preminente. Si ritiene che le società pre-agricole interpretassero la capacità biologica della donna di produrre nuova vita come un grande e misterioso potere miracoloso: era ancora un fenomeno sconosciuto e inspiegabile. Forse mistero e miracolo si ridimensionarono in seguito all’osservazione da vicino degli animali, una volta che ne fu possibile la frequentazione quotidiana derivante dall’attività di allevamento (guarda caso, i Kurgan/Yamnaya erano allevatori, oltre che pastori).
Forse, per tale dote apparentemente soprannaturale di riprodursi della donna, le si era tributata spontaneamente una certa superiorità: ciò le garantiva anche il diritto di gestire la famiglia e di assumere un ruolo di rilievo nella società umana primitiva. Seppure non sia una certezza scientifica, questa è certamente un’ipotesi credibile, giustificata da numerosi indizi.
Si è comunque preferito attenuare il troppo rigido concetto di ginecocrazia: oggi si ritiene che un grande potere sociale, interamente in mano alle donne e che escludesse gli uomini, appartenga più verosimilmente al mito – le amazzoni, ad esempio – che non alla realtà storica. La stessa insoddisfazione spinse anche l’archeologa M. Gimbutas a adottare il termine “società gilanica”, per un modello matrilineare di società primitiva, improntata a un rapporto di tipo paritario tra i due sessi. Con il termine matriarcato oggi s’intende una società di questo tipo e non una rigida ginecocrazia, che il comune accordo del mondo scientifico non considera credibile.

Secondo Gjmbutas tale tipo di organizzazione sarebbe stata vigente in Europa tra il 7000 e il 3500 aC, e sarebbe poi stata soppiantata dal sistema androcratico e patrilineare della cultura Kurgan del bacino del Volga e delle steppe. La Genetica di Popolazioni ha dimostrato che questa intuizione era molto vicina al vero, anche se – a differenza di quanto dapprima si favoleggiava – l’intervento di aggressivi guerrieri razziatori a cavallo non sembra essere mai stato parte integrante degli eventi: non ci furono continue scorrerie, né ripetute rapine di predoni a cavallo e non ci furono mai scontri, né militari, né culturali. Alla luce della nuova e più fondata ricostruzione su base genetica della diffusione delle lingue indoeuropee, sembra che si spieghino meglio anche altre interessanti curiosità, che l’archeologia non era mai stata in grado di chiarire. In particolare, diviene più comprensibile la sopravvivenza di alcune lingue non indoeuropee proprio in quelle regioni del mondo meno accessibili ai carri a ruote piene dei Kurgan/Yamnaya: il Basco nei Pirenei, unica lingua non indoeuropea parlata in Europa ai giorni nostri; il Paleosardo in Sardegna, di cui restano solo alcuni relitti nella lingua romanza che è il Neosardo parlato oggi; infine l’Etrusco in Toscana, forse in una zona “protetta” dall’Appennino, stando all’affinità esistente tra Etrusco e Sardo, su cui molto insisteva Massimo Pittau.

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La Cultura Jamna e la Sardegna

Le enormi potenzialità sviluppatesi con la ricerca genetica sul DNA Antico hanno già permesso nuove certezze scientifiche, anche in ambito archeologico, antropologico e storico: alcune hanno rivelato verità preistoriche prima insospettate e ritenute impossibili, che hanno sgombrato il campo dalle ricostruzioni ipotetiche errate che fino a ieri erano considerate dignitosamente accettabili. In particolare, s’è finalmente chiarito uno degli intricati dubbi linguistici riguardanti l’Europa: come mai le lingue pre-indoeuropee, precedentemente parlate nella Vecchia Europa siano state quasi per intero sostituite da lingue di tipo indoeuropeo.
L’argomento riguarda anche la Sardegna: Pittau sosteneva che Etruschi e Sardi – popolazioni confinanti per mezzo del mare Tirreno – fossero accomunati da molte altre caratteristiche, oltre che da due lingue molto affini, che lui riteneva indoeuropee. La ricerca genetica ha dimostrato in modo definitivo e scientifico che non è così. È meglio prima spiegare da quali popolazioni di fondatori derivino gli abitanti dell’Europa.

La prima ondata di popolamento sarebbe avvenuta intorno a 37.000 anni fa e sarebbe stata composta di sparuti gruppi differenti di cacciatori-raccoglitori, provenienti dall’oriente, che si sarebbero sparsi lungo le vie di spostamento delle prede preferite, pertanto seguendo le vie scelte dagli animali stessi, lungo le praterie degli impluvi principali. La migrazione presuppone un cambio di ambiente, impone l’adattamento dell’organismo a nuovi agenti patogeni, differenti abitudini e modifiche nella dieta: tutti questi elementi lasciano tracce nel genoma, come si vedrà. La genetica sostiene che molti di questi gruppi avessero prevalentemente una pelle scura ed occhi azzurri e che si siano spinti fino all’estremo occidente dell’Europa, attuale Inghilterra inclusa (“Cheddar man”).
La pigmentazione era dovuta all’appartenenza a popolazioni provenienti da zone in cui era obbligata una cronica esposizione al sole per buona parte dell’anno. Si deve considerare che si trattò di un primo “popolamento” molto relativo: i cacciatori-raccoglitori hanno sempre avuto una bassissima densità di popolazione e d’abitudine furono sostanzialmente nomadi.

Una seconda migrazione si sarebbe verificata circa 9.000 anni fa: avrebbe condotto in Europa un più nutrito numero di agricoltori neolitici provenienti dall’Anatolia. Questa “ondata” di popolamento, secondo la Genetica, sarebbe stata composta da gruppi familiari già adattati all’agricoltura, che avrebbero portato con sé anche alcune piante e animali. La vicinanza con gli animali avrebbe col tempo prodotto varie modifiche nel sistema immunitario umano (per es.: resistenza a lebbra e tubercolosi). La persistenza dell’enzima lattasi anche in età adulta sembra essersi prodotta in questa popolazione in seguito a fattori di pressione ambientale. L’onda di migrazione si sarebbe introdotta in Europa e avrebbe in parte spiazzato dalle sedi prescelte i precedenti cacciatori/raccoglitori. D’altronde, il disboscamento necessario all’agricoltura in genere allontanava anche le prede stesse dei cacciatori, che già di per sé si erano rarefatte per via della caccia: insomma, non ci sarebbe stato alcun bisogno di una guerra tra i due gruppi, come un tempo si preferiva credere.
Gli agricoltori portarono con sé geni che esprimevano pelle chiara, alta statura, comparsa di tolleranza al lattosio in età adulta (persistenza della lattasi): il loro successo fece sì che questo divenne il genoma umano tipico e più diffuso del Neolitico, in tutta l’Europa, cui appartenne anche Oetzi.

La terza ondata di popolamento fu quella degli Yamnaya. Circa cinquemila anni fa si affermò in Europa la cultura Jamna (o cultura della tomba a fossa, da jamna: “fossa”), i cui esponenti sono denominati Yamnaya dalla genetica e corrispondono ai Kurgan dell’archeologia, descritti anche da M. Gimbutas. La loro economia era basata sulla pastorizia di pecore e bovini. Derivavano da più vecchie culture della regione delle steppe, ma ebbero maggior successo dei loro predecessori, perché riuscirono a sfruttare le risorse in modo molto migliore. Si diffusero in un’area veramente immensa: dall’Ungheria fino ai Monti Altai in Mongolia. La scomparsa totale o quasi totale di genomi antichi, differenti dai loro, dimostrano che essi sostituirono in molti luoghi le culture che li avevano preceduti.

È un fenomeno imponente, che gli archeologi non credevano possibile. In questa impresa furono certamente facilitati da almeno tre fattori.
1) Il primo è la ruota. Non si tratta neppure di una loro invenzione: infatti, la ruota era comparsa alcuni secoli prima della loro ascesa e si era propagata molto velocemente in tutta l’Eurasia.
2) Il secondo sta nel fatto che gli Yamnaya imitarono i carri coperti su ruote dai loro vicini meridionali, i Majkop, una popolazione insediata nel Caucaso tra il Mar Caspio ed il Mar Nero, che già seppelliva i propri morti nei kurgan (e che derivava alcuni caratteri dagli iranici e dagli armeni: alcuni loro manufatti risalgono alla cultura mesopotamica di Uruk). È inutile spiegare l’enorme importanza che ebbero la ruota ed il carro. Va però chiarito che – per chi viveva nella steppa – il carro ebbe un ruolo ancor più determinante, perché rese agibili e sfruttabili le immense pianure prima proibite, portandovi l’acqua con i carri.
3) Il terzo fattore fu l’adozione di un’altra invenzione che mutuarono da altri: l’addomesticazione del cavallo…

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Raichinas

In una bella sera d’agosto la dottoressa Maria Pala,Senior lecturer (Docente) presso l’Università di Huddersfield, ha tenuto un’interessante conferenza nel suggestivo scenario del sito archeologico Su Romanzesu, presso Bitti. Ha spiegato brevemente come si compone il DNA, che cosa siano i Geni, il Genoma, i due tipi di DNA (nucleare e mitocondriale). Quindi ha passato in rassegna gli studi di popolazione meno recenti, fino a scendere nel dettaglio di quelli più aggiornati e volti alla ricerca delle radici genetiche della popolazione sarda.
La giovane ricercatrice espone sostanzialmente due studi di genetica, di cui, come correttamente viene a precisare, non è autrice.
La sua trattazione è stata ordinata e rigorosamente scientifica, restando rispettosamente a portata di comprensibilità da parte di un pubblico numeroso e attento di non addetti ai lavori. Naturalmente, ha escluso dalla propria esposizione tutte le fantasticherie divenute tanto di moda sull’isola negli ultimi tempi.

Ha spiegato che cosa sia l’Archeogenetica, che consiste nell’applicazione della Genetica molecolare allo studio del passato delle generazioni umane. Analizza la variabilità genetica sia di popolazioni attuali, sia di popolazioni antiche. Ci si chiede: come può l’Archeogenetica, oggi, studiare il passato?
Ciò è possibile perché il nostro DNA attuale è una copia che deriva da quello dei nostri antenati del passato: letteralmente, ne contiene molti “pezzi” identici ed altri che si sono progressivamente e in varia misura modificati nel corso dei millenni (mutazioni). In un certo senso, si può dire che il DNA quasi possieda una propria “memoria”. Pertanto analizzando il Dna attuale si può ricostruire il passato e risalire fino all’origine delle specie (questo è vero in teoria; in pratica no, ma solo per l’irreperibilità del materiale, perché il Dna col tempo si deteriora). Analizzando il DNA antico si può quasi andare indietro nel tempo e avere una “visione” (genetica, s’intende) del passato: in questo modo si può talvolta aggiungere un tassello al quadro sempre incompleto della ricostruzione del passato che l’archeologia ci offre. Il sequenziamento del DNA iniziò negli anni ‘80, ma è solo dal 2000 che si è potuto tecnologica mente tentare e ottenere il completo sequenziamento di tutto il genoma (NGS: new generation sequencing).

L’archeologia fornisce il dato archeologico, cioè quali possano essere stati i cambiamenti di stile di vita (“cultura materiale”), eventuali espansioni di popolazioni, oppure il loro declino. Praticamente essa risponde – o tenta di rispondere – alle domande: cosa, dove, quando. L’Archeogenetica, invece, analizzando le composizioni dei DNA moderni e quelle del DNA antico disponibile riesce a risalire a epoche passate e a “vedere” persino movimenti migratori di popolazioni: in tal modo essa riesce a rispondere precisa mente alle domande: chi e da dove.
È poi comunemente noto che esistono due modelli teorici generali tra cui scegliere (con grande difficoltà per gli archeologi, come nel caso degli Etruschi) quando si debba descrivere nascita ed evoluzione delle civiltà del passato: essi sono quelli della diffusione culturale e demica. Il primo modello corrisponde alla trasmissione di un’idea (o di un metodo, o di una tecnica: per esempio, la coltura di un tipo di pianta non autoctona, originaria di un’altra regione geografica), senza una vera e propria migrazione di popolazione. L’unica cosa che viaggia in quel caso è l’idea: lo fa attraverso scambi verbali (e commerciali) tra individui, comunicazione interpersonale, emulazione e apprendimento.
Alla fine, lo stile di vita di una popolazione B si modifica e diviene simile a quello della popolazione A, dalla quale è originata l’idea in oggetto, ma con la tecnica Admixture, si osserva che la composizione genetica della popolazione (DNA moderno) B è rimasta invariata ed è ancora quella precedente allo scambio culturale (DNA antico). Secondo questo modello sembra possa aver viaggiato la realizzazione del “vaso campaniforme” (cultura del v. campaniforme), la cui distribuzione in Europa è tanto discontinua e irregolare da essere definita “a macchia di leopardo”.

Il secondo modello implica invece lo spostamento di un numero sensibile di individui, che portano con sé la propria tecnologia, la lingua, la filosofia: per esempio, come avvenne nella “conquista” del Nuovo Mondo da parte degli europei dopo il 1500. Nel secondo caso, si assiste – sì – alla modifica dello stile di vita, ma essa si accompagna anche a una modifica rilevabile del patrimonio genetico, che nel caso del Nord America è stata drammatica: il DNA antico dei nativi è oggi quasi scomparso, pressocché completamente sostituito da quello dei moderni coloni europei. In questo caso si parla di “replacement” (sostituzione), più che di “admixture” (mescolamento).
È evidente che una vera diffusione culturale possa essere sensibilmente più veloce di una diffusione demica, che dipende dalle possibilità di spostamento degli esseri umani. All’atto pratico, la diffusione culturale è considerata un evento più raro di quella demica. Ciò è forse anche dovuto al fatto che possa essere più difficile da dimostrare: ma è indiscusso che sia sempre stata molto meno ricercata. Forse è realmente meno frequente.
Dal 1994 si è scoperta l’unicità genetica dei Sardi, grazie ai primi studi di L. Cavalli-Sforza, Menozzi e Piazza, che adottarono – non era ancora disponibile il DNA – 95 marcatori classici (tra cui, per esempio, i gruppi sanguigni del sistema AB0 e altri indicatori non genetici, ma determinati da geni) e si accorsero di non potere rappresentare la Sardegna nelle loro mappe grafiche di gradienti di frequenza dei marcatori: perché i dati della popolazione sarda erano terribilmente fuori scala. Comparvero in seguito altri risultati con differenze di distribuzione che indicavano in modo non definitivo le popolazioni di Corsica e Sardegna come possibili “isolatigenetici”, separati dalle altre popolazioni europee…

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Peccato Capitale – il tempio ipogeo di Su Benatzu

Introduzione.
Su queste pagine si criticano spesso gli archeologi isolani, sia perché essi offrono sempre nuovi spunti, sia perché sono riluttanti ad abbandonare quei difetti che hanno ereditato: ben noti nell’ambiente, ma più spesso ignorati dal grande pubblico. Con ciò non s’intende qui affermare che il loro mestiere sia di quelli facili. Non si vuole deliberatamente ignorare il sacrificio, lo studio, la dedizione di molti. Né si vuole sminuire la cultura di tutti.
È però giusto sostenere che dalla conoscenza enciclopedica e dall’estesa e profonda cultura debbano prima o poi – scaturire deduzioni corrette e utili insegnamenti incontrovertibili circa la ricostruzione del passato storico e preistorico. E questo è proprio ciò che non accade in Sardegna, dove tali ricostruzioni e rielaborazioni consistono purtroppo ancora in infondate e fantasiose favolette ottocentesche.
Ed ecco la domanda: tale situazione è responsabilità degli archeologi sardi?

Materiali e Metodi.
Più di mezzo secolo fa, il 22 giugno 1968, alcuni giovani speleologi dell’ASI erano giunti alla piana “Su Benatzu” (“terreno acquitrinoso”) per la grotta di Pimpini presso Santadi, che era stata annunciata, con esagerazione guascona, “profonda più di 500 metri”: si rivelò invece subito una deludente cavità superficiale e di nessun interesse. Su indicazione di un abitante locale, furono allora dirottati a un’altra grotta, nella quale nessuno era mai entrato. Che fosse sita poco più elevata del paese era noto agli abitanti del luogo e alcuni residenti vi si erano anche avventurati, ma tutti erano stati scoraggiati dopo i primi pochi metri da evidenti ostacoli, che richiedevano esperienza e attrezzatura. Era stata utilizzata per l’acqua di stillicidio, che si raccoglieva in alcune vaschette site nel tratto accessibile. Il resto di questa avventura è stato documentato direttamente per iscritto dai principali protagonisti, diretti testimoni e primi responsabili di una scoperta di valore culturale sensazionale.
Purtroppo, il tarlo dell’Invidia ha prodotto su questa splendida meraviglia quegli enormi e irreparabili danni, con cui la maldicenza e le false accuse riescono talvolta a guastare per sempre un irripetibile patrimonio culturale comune. Per sempre.
La vicenda è anche stata riportata a suo tempo in un libro ben argomentato e rigorosamente documentato, dal giornalista e cronista dell’Unione Sarda Angelo Pani. Purtroppo, l’esito della storia non è felice. Esserne informati è un preciso dovere civile e culturale, di noi tutti. Chi scrive questo articolo ha avuto l’onore ed il piacere d’intervistare di persona l’ultimo sopravvissuto dei protagonisti di questa storia: il geologo Antonio Assorgia, ex docente dell’Università di Cagliari, che oggi vive serenamente a Baunei e che a suo tempo ha messo per iscritto la sua esperienza speleologica: “Il tesoro del Tempio ipogeo di Su Benatzu” (GrafPart 2019), dedicandolo ai suoi compagni d’avventura, oggi scomparsi, Franco Todde e Sergio Puddu.

Risultati.
Gli speleologi si trovarono a scendere in una grotta di non grandi dimensioni, che presentava quattro ingressi a partire da una dolina di crollo.
Il percorso non è facile, ma neppure molto lungo: dopo appena 120 metri ci si trova in una cavità ampia – circa 10 per 12 mt, con un’altezza variabile dai 2,5 ai 4 mt – che è stato chiamato “tempio”. (Si veda la figura) Tale denominazione è giustificata dal fatto che questa “sala” era ingombra di un’enorme quantità di vasi anneriti e concrezionati (saldati tra loro e con il pavimento), posati come alla rinfusa, alcuni piccoli dentro ad altri più grandi, semi-immersi in un fondo nerastro di cenere, acqua e sedimenti. I vasi sembravano contenere cenere. Erano grossolanamente raccolti in tre grandi mucchi: il più grande, prossimo all’ingresso della sala, era diviso in due sotto-unità distinte, allungate su uno spazio di circa 5 metri ed era composto di ceramiche di piccole dimensioni; il secondo mucchio era più modesto ma composto di ceramiche di foggia più varia, alcuni decorati ed altri incisi – costeggiava una vasca naturale e giungeva fino a circondare quasi una particolare stalagmite, che è stata definita “altare”, alla cui base si trova una vaschetta artificiale, circolare, contenente acqua e un manufatto in metallo, che fu denominato “barchetta con testa d’ariete”. Il terzo mucchio, più piccolo, si trovava in prossimità di un residuo di cenere coperto di concrezioni calcaree che è stato chiamato “focolare sacro”.
La visione era spettacolare e stupefacente, senza precedenti: una scena rara, strana e affascinante, senz’altro mai vista prima da occhi moderni.

E qui – si deve ammetterlo – entra in gioco l’ignoranza della legge da parte dei giovani speleologi: prelevarono qualche campione e – purtroppo – ritennero giusto affidarlo alla custodia del professor Carlo Maxia, per averne una prima valutazione.
Maxia era sia direttore dell’Istituto di Antropologia dell’Università di Cagliari, sia presidente dei Centri speleologici sardi. Credevano fosse una scelta giusta fare riferimento al loro presidente, che era anche a capo di un Istituto Universitario. Quest’ultimo prese in consegna quei reperti (cui ne aggiunse altri: da un’ispezione personale alla grotta, ne prelevò un totale di 194 ceramiche e 81 oggetti di metallo, stando ai documenti d’archivio) e “autorizzò” gli speleologi a proseguire nelle loro ricerche: va detto che – a rigore – egli non aveva alcun titolo per conferire tale permesso, né per eseguire personalmente scavi e ricerche in loco…

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[Recensione] Archeologia di Sardegna

L’isola Selvaggia e Duncan Mackenzie

Catturare un lettore è ardua impresa e così c’è, specie in Preistoria locale, chi ricorre a fantascienza e a fole piacevoli.

Giacobbe Manca è un archeologo, quindi attinge alla concreta realtà del passato, antico e recente.

Si tratta di un’analisi dettagliata, lucida, spietata, dell’Archeologia preistorica Sarda in un libro originalissimo che, insieme, parla dell’ambiente accademico sardo. In sinergia con Piero Cicalò, ottimo traduttore dall’inglese, pubblica gli scritti dell’archeologo scozzese Duncan Mackenzie, per la prima volta tutti insieme e in italiano.

Sono i resoconti delle esplorazioni eseguite nel primo decennio del Novecento su incarico della British School of Rome, diretta da Th. Ashby. In concreto sono appunti di viaggio tenuti da un turista speciale. Mackenzie era un valido orientalista, plurilingue; aveva affiancato Evans a Cnosso, ma era inesperto dei monumenti dell’Isola selvaggia e della Preistoria della Sardegna, sconosciuti proprio a tutti. Solo Nissardi gli diede delle dritte per orientarsi appena con i nuraghe.

Fu ignorato dagli altri “archeologi” sardi e dall’iperattivo Taramelli. Commise molti errori e ciò capita a chi fa ricerca in campi nuovi. Ciò non può essere motivo accettabile di ipocrita rivalsa da parte di infingardi, incapaci nei fatti tecnici e nelle conoscenze archeologiche, che avidamente avocarono a sé!

All’opera Giacobbe Manca premette un quadro articolato, chiaro nell’esposizione di complessi contenuti, motivi e procedura seguiti nello studio annoso. I pensieri integrali, finalmente tradotti, dei resoconti di Duncan Mackenzie (paternità ben sottaciuta per generazioni), sono disposti nelle pagine pari: a fronte di esse, sono le note che Manca appunta per l’indispensabile attualizzazione dei contenuti.

Ben presto si comprenderà che l’assoluta novità editoriale [tutta “l’opera sarda” di Mackenzie in italiano affidabile] non è affatto l’unico, né il maggior merito del libro. Traspare ovunque in quest’opera, “scomoda” per forma e sostanza, la padronanza della materia archeologica dell’Autore, al pari della sua acuta e intransigente capacità critica, ora divertita, ora sdegnata, ma sempre chiara e diretta: virtù essenziale di ogni docente.

Manca spiega anche molte cose, paradossali e dolorose per chi abbia a cuore l’archeologia in Sardegna e senta l’urgenza d’interventi salvifici.

Si tratta anche di un documentato, utilissimo avvertimento ai futuri archeologi sardi, che insegnerà molto a chi voglia e sappia leggere davvero; a chi ancora non conosca (?) certe scorciatoie nascoste e sordide della “cultura” accademica.

Nella sostanza, si tratta di un contenuto irriducibilmente ribelle, profondamente sarcastico, nei confronti di un establishment archeo-sardo inconcludente, pomposo e infingardo.

L’Autore, gentile e riguardoso verso la propria materia, è sempre rispettoso della verità, sopra ogni cosa. Deplora l’archeologia “senza contatto” (quella, per intenderci, di chi “mai scese da cavallo” per toccare con mano e cervello i monumenti sardi), che misconosce “l’archeologia interpretativa”, l’unica che proietta la luce dell’intelligenza sui muri sapienti e sui reperti trovati nel fango delle stratigrafie.

Giacobbe Manca ci racconta alcune verità innovative e inattese, non solo archeologiche, ma storiche e biografiche insieme. Alla fine si dovrà constatare come la realtà possa superare qualsiasi fantasia romanzesca. In verità, non è certo un “libro per tutti”: si deve leggerlo intimamente; bisogna comprenderne la necessità, ma se ne ottiene in premio una personale, fondata e libera opinione sui fatti archeologici e storiografici narrati.

Ai “figliocci” coinvolti per carriera o conniventi per altri interessi darà ulteriori esacerbanti motivi per protestare (debolmente indignati) che solamente di menzogne malevoli si tratti: nessuno li priverà del sonno, né porrà in crisi le loro coscienze volatili, ma potranno ricevere buone dritte per pensare, finalmente! Anche quest’ultimo effetto s’aggiungerà ai molti innegabili meriti di questo libro, ennesimo atto d’amore – come tutti i numerosi scritti dell’Autore – verso la troppo bistrattata e mal compresa preistoria in cui ha profonde radici la popolazione sarda.

Maurizio Feo

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Duos Nuraghes di Borore

Tra il 1985 ed il 1998, l’archeologo Gary S. Webster, coadiuvato dalla moglie Maud, condusse nove stagioni di scavo sull’altopiano basaltico di Abbasanta, su “Duos Nuraghes”, presso Bòrore, in provincia di Nuoro. Aveva prima ottenuto il finanziamento congiunto della “National Geographic Society” e del “Sardinia Program” della Pennsylvania State University, oltre alla necessaria autorizzazione a procedere agli scavi del Ministero dei Beni Culturali di Roma (che gli affiancò P. Uras come delegato rappresentante). Gary Webster è uno dei principali interlocutori con i lettori di lingua inglese di archeologia sarda, per le sue numerose pubblicazioni e la sua familiarità con l’Italiano. Lo scavo é certamente uno dei primissimi effettuati con metodo rigoroso, da un archeologo che sapesse condurre un razionale lavoro di recupero di tutti gli elementi e reperti utili a formulare una datazione (stratigrafia, ceramiche, ossidiane, C14 sui resti biologici, flottazione). Lo scavo fu un’utilissima scuola e un prezioso esempio per quelli che assistettero e per i successivi scavi sardi. Altrettanto certamente, però, si devono poi sapere trarre le giuste conclusioni logiche dal proprio lavoro: e in questo, Webster – pur essendo un convinto fautore della cosiddetta “archeologia interpretativa” è in fondo un po’ venuto meno…

La scelta del sito

Webster giustifica la propria attenzione su un nuraghe di piccola taglia con la necessità di “mettere a fuoco una verità nuragica più quotidiana”, meno elitaria di quella espressa dai rari nuraghi giganteschi, o dalla piccola percentuale (non più di 20-30%) di quelli complessi di media taglia, che secondo lui non sarebbero altrettanto rappresentativi della realtà, anche se indubbiamente colpiscono maggiormente la fantasia.

[Già qui sembra di intravedere il concetto di “nuraghe medio”, o “nuraghe tipico”, che piace ancora a molti operatori nel campo. È da considerarsi senza dubbio un’idea ipersemplificazione]

Le fondamenta della Torre A sarebbero composte da enormi conci grezzi e irregolari, che giacerebbero direttamente sull’originale strato basaltico (a suo tempo messo a nudo dall’operazione di “stripping”) e quindi costituirebbero già uno strato artificiale, coevo a quelli che Webster interpretò come i primi e più antichi sedimenti rinvenuti nello scavo. E qui, sorge un primo problema/obiezione. È un fatto fastidioso anche per Webster, come si vedrà: una volta che si fosse raggiunto il solidissimo strato basaltico, già di per sé fondazione perfetta, quale motivo statico/strutturale/costruttivo avrebbe giustificato la sovrapposizione di un ulteriore strato di pietroni irregolari e non lavorati? Sorge il dubbio che lo strato interpretato dall’Autore come “fondazione” non lo sia davvero, bensì possa essere, forse, un esito di crollo, o anche un’aggiunta posteriore dovuta a riuso del sito.

I motivi di un’ipotesi irrispettosa

Se, per ipotesi, la “vera” fondazione originaria fosse invece proprio quello strato che fu a suo tempo esposto per decorticazione dai Costruttori, allora lo scavo di Webster non lo avrebbe raggiunto e la sua stratigrafia non prenderebbe in considerazione lo strato più antico del nuraghe stesso. Se ciò fosse vero, allora la datazione stratigrafica inizierebbe da uno strato che non è affatto il più antico, bensì è più superficiale ad esso e quindi più recente. Anche gli indicatori ceramici subirebbero la stessa sorte. L’insieme produrrebbe risultati finali non corretti.
Ma anche Webster deve avere preso in considerazione questo problema: egli ritiene di averlo risolto adducendo la possibilità che “l’edificazione nuragica sia avvenuta sopra un sito precedente”, del quale i Costruttori non avrebbero cancellato completamente le tracce.
A proposito di indicatori ceramici, Webster cita anche un frammento di vaso riferibile per aspetto all’Eneolitico e allo stile di Monte Claro. Alla fine, però, l’autore suggerisce di non prenderlo in considerazione ai fini della datazione, in quanto sarebbe un reperto “fuori posto”: la sua presenza sarebbe dovuta solo a vari rimaneggiamenti che il luogo ha subito nel corso del tempo

…Sembra quasi che ogni ragionamento debba compiacere un’ipotesi già formulata in precedenza: se non lo fa, non va tenuto in considerazione…

Questo articolo può apparire una critica ingenerosa all’operato di Webster.
In realtà, obiezioni, dubbi e quesiti, più che alla critica verso di lui, sono volti a corroborare un’affermazione che ci sembra doverosa.
Quello che si intende mettere a fuoco è la vera novità che riguarda la datazione. Seppure Webster abbia tentato di contenersi prudentemente entro i limiti del foglio protocollo imposto dall’Establishment Accademico (1500 a.C.), purtroppo uscì egualmente un poco dai margini: appena 380 anni. E così, alla fine, la datazione scientifica ufficiale che egli propose si è meritata la condanna alla non credibilità come eretica e sbagliata: eccedeva ufficialmente i limiti di antichità imposti de jure.

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[Recensione] Grandi Statue Sarde

Il fenomeno Orientalizzante nel cuore del Mediterraneo

Se si parte da premesse sbagliate, è quasi certo che non si raggiungeranno conclusioni corrette.

Così, quando si parla delle statue di Monti Prama, persino la prima definizione di “giganti” – dovuta al Lilliu, che le definì “kolossoi” – s’inizia già con il piede sbagliato. Perché mai ricorrere alla cultura greca e alla sua lingua estranea, per descrivere qualche cosa di prepotentemente sardo, così profondamente differente da ogni altra cosa greca?

E così, l’Autore propone piuttosto un altro nome, per lui più appropriato: quello di Grandi Statue Sarde. Esse sono di poco più grandi del vero, non gigantesche; sono statue a tutti gli effetti, indiscutibilmente sarde e sono “volumetriche”, cioè scolpite a tutto tondo; infine, sono senz’altro statue molto originali. Amare qualche cosa significa vincolarsi a rappresentarlo esattamente per ciò che è: con i pregi per cui si ama e con i difetti malgrado i quali si ama. Il libro, breve e chiaro, di agevole lettura, si attiene a questo principio di base.

Le statue non sono così antiche come qualcuno preferirebbe credere. Ci sono anzi chiare prove storiche, ben note all’archeologia internazionale, del fatto che – tra le statue prodotte dai paesi che si affacciano sul Mediterraneo – le Grandi Statue Sarde figurano solo nel gruppo meno antico.

Il “monte delle palme” – Monti Prama, come lo chiamano i locali – non è un monte, bensì un dolce rilievo collinare: e se oggi ospita numerosi cespi spontanei di Palma Nana (Chamaerops Humilis, Palma di San Pietro), nulla ci assicura che anche nell’antichità fosse così.

Ecco: il libro procede prudentemente, elencando i dettagli con dati di fatto alla mano, senza condimenti di favole, né aggiunta di miti infondati, esaminando da vicino le prove materiali e formulando solo le più probabili e verosimili tra le ipotesi, sfrondando l’argomento di tutte le invenzioni.
Quello che resta è la realtà nuda, quella incontrovertibile, forse anche imbarazzante per alcuni, ma altrettanto stupefacente quanto tutte le multicolori falsità che nel tempo si sono andate inventando su queste antiche statue, su chi le scolpì, su quando e perché furono fatte…

Si ricorda appena di passaggio, in un’immagine, come il mito della Caverna di Platone da migliaia d’anni ci ammonisca su quanto sia facile cadere nell’errore: l’ombra, proiettata ingigantita sulla parete della caverna, sembra reale; e in fondo è reale, pur non costituendo affatto mai la realtà per intero! La Verità intera è data solamente dall’oggetto tridimensionale, la cui ombra si proietta sulla parete della caverna…

Alla fine della lettura di questo breve testo, corredato da un centinaio d’immagini, il Lettore otterrà un’idea piuttosto precisa e chiara dei grandi eventi storici che si verificarono nel Mediterraneo, cambiandolo per sempre e trasformandolo in un grandioso crogiolo culturale, regalandoci infine – insieme a numerosissimi doni – anche queste preziosissime Grandi Statue Sarde. Per quanto sembrino logore e frammentate, esse sono rivelatrici di un periodo della
storia sarda che è spesso stato colpevolmente sottovalutato, se non addirittura completamente frainteso. Esse ci aprono una comoda finestra sulla Verità di una Sardegna in cui le élite economiche del Sinis espressero appieno la propria orgogliosa ricchezza familiare anche nei sepolcri monumentali.

Una realtà sorprendente, che molti Sardi ancora neppure sospettano e che certamente non può (e non deve!) definirsi “nuragica”, come invece ancora molti oggi s’ostinano a fare.

Giacobbe Manca

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Le grandi statue sarde

Monti Prama

Si deve ammettere che il ritrovamento delle statue fu purtroppo presentato nel modo sbagliato, fin dal principio. Nel 1974, un quotidiano sardo annunciava trionfalmente per la prima volta, ovviamente dopo avere ottenuto le notizie da qualcuno che aveva l’autorità di diffonderle:

“Si tratta di un probabile tempio punico, con colonne fittili e lignee, capitelli, grossi blocchi squadrati di arenaria e i resti di un lastricato realizzato con blocchi di basalto scalpellato. Solo uno scavo potrà chiarire la forma del monumento. Dagli elementi finora in possesso si può ipotizzare un tempietto quadrangolare, con quattro colonne in arenaria di cui sono stati recuperati quattro capitelli decorati e basi in arenaria e basalto in cui s’infilavano travi lignee”.

È già evidente nell’annuncio di allora tutto l’entusiasmo immaginifico di oggi: nulla di quanto asserito inizialmente fu in seguito confermato dagli scavi, ma la miccia di quanto sarebbe successo dopo era stata imprudentemente accesa. Nel 1977 Lilliu escludeva che le statue potessero essere funerarie: oggi ci si orienta esclusivamente verso questa ipotesi. In particolare, il “lastricato” non è mai stato rinvenuto e così il “tempio” (ma ci si ostina ad ipotizzarli possibili). I “capitelli” erano in realtà i c.d. “modelli di nuraghi” e i “grossi blocchi” vari costituiscono reperti sparsi ancora non compresi. Non si sono rinvenute “colonne fittili” e naturalmente nessuno può aspettarsi che le colonne lignee possano essersi conservate, però le si ipotizza. Infine, il sito è interamente sardo, anche se niente affatto “nuragico” e meno che mai punico.

È ormai necessario prendere le distanze da una situazione imbarazzante, in cui troppi non addetti parlano a sproposito, spesso con toni niente affatto degni della cultura, rendendo incomprensibile ai più ogni questione archeologica e storica.

Le grandi statue sarde sono solamente personaggi maschili. Sembrano anzi ispirarsi all’iconografia di alcuni “bronzetti” sardi: quelli che portano armi. In particolare, si tratta di guerrieri con spada, schinieri e scudo, di arcieri con arco, bracciale paracorda e cardiophilax e di una terza (e duplice) categoria che nei bronzetti è molto rara, mentre nelle statue è invece preponderante: i “pugili”. Il termine adottato è probabilmente inappropriato.

Chi fece le statue

Su questo argomento c’è un discreto consenso scientifico: si pensa che gli artigiani delle statue sarde fossero di cultura siriana. La prima causa di tale attribuzione è tratta dai numerosi motivi stilistici (gli occhi tondi e grandi, la loro vernice nera, le trecce fluenti, la stola sfrangiata sulla tunica, il bordo dentellato delle calze sotto gli schinieri: tutti della medesima origine orientale, di cui esistono molti esempi). Poi, esiste il dato storico di una fuga di artigiani dalle coste della Siria, effettuata su vettori Fenici, probabilmente all’epoca del loro primo arrivo in Sardegna. Ciò daterebbe lo sbarco degli artigiani nella seconda metà del IX secolo a.C.

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La grande statuaria parte Seconda

La grande statuaria Italica

Inquadrato cronologicamente l’argomento generale, delineate le prime origini e la simbologia comune, oltre alle più antiche motivazioni primarie, si può finalmente affrontare quella parte del fenomeno espressivo artistico che riguarda la Statuaria Italica, con la speranza di comprenderla meglio nella sua fertile abbondanza e varietà.

I Piceni

Piceni” è un nome esoetnico, tardo, imposto dai Romani e dai Greci (con la derivazione mitologica da “Pikus”, Marte): essi chiamavano se stessi “Safini” ed erano di lingua Osca, indoeuropea. Il “Safnio Sannio dei Romani – s’estendeva dai Monti Sabini ad Abruzzo, Molise, Campania e Basilicata, fino alla Calabria. Avevano fama d’essere grandi guerrieri e mercenari molto affidabili. I Romani estesero il termine “Sabelli” agli Osco parlanti (Peligni, Vestini, Marrucini e Marsi), oltre che a popolazioni sannitiche (Sanniti, Frentani, Sidicini, Lucani, Apuli, Bruzi).

La popolazione italica dei Piceni era stanziata sulle coste del mar Adriatico. Di essa ci è pervenuta l’opera che per almeno 40 anni (dal 1934 al 1974) fu considerata l’unica rimasta e la più monumentale dell’arte italica: il guerriero di Capestrano, alto 223 cm e databile al VI secolo a.C.

Dal 1934, quando fu scoperta, fino al 1974, data della scoperta delle statue di Mont’e Prama.

La statua calcarea, sorretta da due evidenti puntelli laterali, decorati da due lance incise, raffigura un guerriero a dimensione maggiore del normale, con gioielli ed armi da parata. Si tratta probabilmente della rappresentazione di un defunto illustre, posta come segnacolo per la sua tomba. L’anatomia della figura umana non è definita come nei kouroi greci, ma è più approssimativa, mentre molta più cura è stata dispensata nel raffigurare i dettagli come le armi, che sottolineano il rango e l’importanza del personaggio. Se ne parlerà di seguito più diffusamente.

La Puglia

In Puglia i Greci trovarono le popolazioni di Dauni, Peuceti e Messapi, organizzate in centri urbani dai vivi rapporti con le città elleniche sulla sponda opposta dell’Adriatico.

Tra le produzioni più significative di queste popolazioni ci sono le stele funerarie, come quelle trovate a Siponto. Scolpite in calcare locale nel VII secolo a.C., riportano varie decorazioni a graffito, che rappresentano il defunto con immagini poco naturalistiche, incorniciate da motivi geometrici.

Gli Etruschi

In Etruria, per propria fortuna geologica, erano presenti molte specie differenti di pietra: il marmo delle Alpi Apuane (che fu da essi trascurato, salvo eccezioni, fino ad epoca tarda), la pietra serena, l’alabastro di Volterra, vari tipi di tufo (tra cui il nenfro e la pietra fetida).

Così detta per via dell’odore sulfureo che emette, quando la si scalfisce.

Di conseguenza gli Etruschi avevano un’antica  quanto grande familiarità con la pietra e certamente la sapevano lavorare. La usarono nell’urbanistica: prevalentemente nelle fondazioni, e nelle opere di difesa, che sono tutte tarde, con l’eccezione di Roselle (VII sec. a. C.). Gli alzati degli edifici erano realizzati in doppia palizzata di legno, riempita di ciottoli e poi intonacata, oppure in mattoni crudi d’argilla. Hanno sempre lesinato la pietra: per questo resta così poco della loro edilizia civile. Con la pietra – invece – identificavano volentieri l’edilizia funeraria: per questo le loro tombe hanno sfidato i secoli, tanto da sembrare a molti la loro unica realizzazione edilizia.

Tagliavano il tufo in mattoni e costruivano una volta ogivale autoportante, poi mettevano al centro, per sicurezza, un pilastro tanto imponente quanto superfluo dal punto di vista statico.

Dal V secolo non costruirono più le tombe con la pietra, bensì nella pietra: comparvero così le tombe a dado.

A “dado reale”, se con le 4 pareti in vista; a “mezzo dado” se solo con il fronte e due pareti laterali; a “finto dado” se presentavano solo il fronte, scolpito ed ornato

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Editoriale numero 57 – Maurizio Feo

Questo numero della Rivista giunge in ritardo, in quanto la malattia covidale ha ostacolato per mesi tutte le attività umane. Per qualche tempo, l’incertezza per il futuro ha stornato l’attenzione di ognuno da tutto ciò che non fosse in diretto rapporto con l’essenziale e con la sopravvivenza. Oggi, seppure nessuno di noi possa dirsi ancora certo del futuro, abbiamo qualche robusto punto fermo e qualche speranza in più: e la Rivista rivede la luce, finalmente, perché almeno qualcuno ha ripreso a leggere…

Il punto fermo è dato dalla cognizione certa di avere l’ottima arma del distanziamento sanitario, che ha già funzionato bene e che in Sardegna è più agevole, anche per via della bassa densità di popolazione (che di per sé è già una difesa contro le epidemie!). La speranza risiede nell’eventuale prossimo vaccino (più di ventidue studi nel mondo daranno, prima o poi, qualche risultato) e nel migliore trattamento medico-farmacologico. E così oggi annunciamo i nostri programmi.

Abbiamo preparato diversi argomenti interessanti, ormai già pronti, su temi sensibili per i Sardi, che ci sono stati sollecitati da tempo e che sappiamo saranno di grande interesse non solamente per loro: tanto, che di alcuni di essi stiamo già programmando un’edizione sotto forma di libro…

A differenza dei numerosi ciarlatani che oggi predicano da tutti i pulpiti, noi non fingiamo di conoscere con assoluta certezza quale futuro ci attenda: ma siamo prudenti e ottimisti, e ci auguriamo che almeno ci permetta – questo futuro – la libertà di condividere con i lettori gli studi e le intuizioni circa il nostro trascorso comune nel Mediterraneo. Perché quello – il nostro passato – crediamo invece di conoscerlo abbastanza bene e di saperlo descrivere in modo convincente e appassionante.

A tutti un “ben ritrovati”, e carissimi auguri di cuore!

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