Società Matriarcale e Sardegna
Nel precedente articolo di S.A. s’è accennato agli effetti delle consistenti migrazioni di popolazioni di 5.000 anni fa (Yamnaya/Kurgan), meglio spiegate dalla genetica che non dall’archeologia.
L’effetto fu la sostituzione genetica delle antichissime società matriarcali esistenti in precedenza. Per motivi di spazio non ci si è soffermati sulla definizione del “matriarcato”. Qualcuno potrebbe essere tentato di obiettare: da dove proviene la certezza che le società europee precedenti all’espansione Yamnaya fossero proprio matriarcali? E poi, che cosa s’intende per “società matriarcale?” Questo articolo approfondisce il tema e tenta di rispondere esaurientemente a queste legittime domande. Infatti, se è vero che l’esistenza di unantico matriarcato universale non è ancora stata definitivamente accettata, è anche vero che molte prove indiziarie a favore provengono da siti distinti, come Çatalhöyuk, dai siti Cucuteni-Tripillia, da quelli della società Minoica e da tanti altri ancora.
L’antico matriarcato sarebbe stato un fatto spontaneo con risvolti sociali e religiosi, come l’onnipresente devozione alla Grande Dea Madre indicherebbe. Nel ricostruire le prime fasi della storia delle religioni, gli antropologi usano termini come: culto dei morti, totemismo, feticismo, animismo, magia e altri ancora, con differenti sfumature di significato tra i vari autori, che descrivono abbastanza bene la crescente complessità del pensiero umano e il progressivo sviluppo del senso religioso.
Già dalla seconda metà del 1800 si sostenne che le primitive società umane dovessero essere forme sociali prevalentemente matriarcali, nelle quali il ruolo della donna fosse preminente. Si ritiene che le società pre-agricole interpretassero la capacità biologica della donna di produrre nuova vita come un grande e misterioso potere miracoloso: era ancora un fenomeno sconosciuto e inspiegabile. Forse mistero e miracolo si ridimensionarono in seguito all’osservazione da vicino degli animali, una volta che ne fu possibile la frequentazione quotidiana derivante dall’attività di allevamento (guarda caso, i Kurgan/Yamnaya erano allevatori, oltre che pastori).
Forse, per tale dote apparentemente soprannaturale di riprodursi della donna, le si era tributata spontaneamente una certa superiorità: ciò le garantiva anche il diritto di gestire la famiglia e di assumere un ruolo di rilievo nella società umana primitiva. Seppure non sia una certezza scientifica, questa è certamente un’ipotesi credibile, giustificata da numerosi indizi.
Si è comunque preferito attenuare il troppo rigido concetto di ginecocrazia: oggi si ritiene che un grande potere sociale, interamente in mano alle donne e che escludesse gli uomini, appartenga più verosimilmente al mito – le amazzoni, ad esempio – che non alla realtà storica. La stessa insoddisfazione spinse anche l’archeologa M. Gimbutas a adottare il termine “società gilanica”, per un modello matrilineare di società primitiva, improntata a un rapporto di tipo paritario tra i due sessi. Con il termine matriarcato oggi s’intende una società di questo tipo e non una rigida ginecocrazia, che il comune accordo del mondo scientifico non considera credibile.
Secondo Gjmbutas tale tipo di organizzazione sarebbe stata vigente in Europa tra il 7000 e il 3500 aC, e sarebbe poi stata soppiantata dal sistema androcratico e patrilineare della cultura Kurgan del bacino del Volga e delle steppe. La Genetica di Popolazioni ha dimostrato che questa intuizione era molto vicina al vero, anche se – a differenza di quanto dapprima si favoleggiava – l’intervento di aggressivi guerrieri razziatori a cavallo non sembra essere mai stato parte integrante degli eventi: non ci furono continue scorrerie, né ripetute rapine di predoni a cavallo e non ci furono mai scontri, né militari, né culturali. Alla luce della nuova e più fondata ricostruzione su base genetica della diffusione delle lingue indoeuropee, sembra che si spieghino meglio anche altre interessanti curiosità, che l’archeologia non era mai stata in grado di chiarire. In particolare, diviene più comprensibile la sopravvivenza di alcune lingue non indoeuropee proprio in quelle regioni del mondo meno accessibili ai carri a ruote piene dei Kurgan/Yamnaya: il Basco nei Pirenei, unica lingua non indoeuropea parlata in Europa ai giorni nostri; il Paleosardo in Sardegna, di cui restano solo alcuni relitti nella lingua romanza che è il Neosardo parlato oggi; infine l’Etrusco in Toscana, forse in una zona “protetta” dall’Appennino, stando all’affinità esistente tra Etrusco e Sardo, su cui molto insisteva Massimo Pittau.
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