La statuaria di Monti Prama - Aspetti e problemi 1

La statuaria di Monti Prama – Aspetti e problemi

La statuaria di Monti Prama - Aspetti e problemi 2
Monti Prama; gli scavi del 2014 con indicati i saggi Tronchetti 1979

La statuaria a figura umana rinvenuta nel sito di Monti Prama (Cabras-OR) nella Sardegna centro-occidentale è una straordinaria manifestazione della vitalità e creatività delle genti tardo-nuragiche dell’età del Ferro, che si può definire paradigmatica per lo studio e la comprensione dei complessi fenomeni di contatto, interazione, ibridizzazione, creolizzazione (a seconda dell’ottica e della terminologia usata dai diversi Studiosi) che avvengono tra i diversi popoli nel Mediterraneo.
Prima di affrontare questi problemi è opportuna una breve presentazione del sito, della scoperta e dei dati materiali su cui possiamo basarci.

Descrizione del sito

Monti Prama (il monte delle palme, così chiamato dalla quantità di palme nane spontanee, localmente chiamato anche Mont’e Prama, Monti Pramma italianizzato in Monte Prama) è un piccolo rilevamento che appartiene alla modesta catena collinare che si trova grosso modo parallela alla costa occidentale della Sardegna, immediatamente a Nord del Golfo di Oristano, e si colloca tra questa e lo Stagno (adesso laguna) di Cabras. Si tratta di un’area geografica assai favorevole all’insediamento umano, ricca di spazi per caccia e pesca, terreno fertile, pozzi di acqua, con la massiccia mole del Monti Ferru e le sue risorse minerarie poco più a Nord, possibilità di facile approdo e penetrazione nell’interno dell’isola sfruttando la comoda valle del fiume Tirso.
Anche solo limitandoci all’età nuragica, le testimonianze della frequentazione umana sono notevolissime. I nuraghi monotorri e pluriturriti costellano il territorio, culminando nel grande complesso del S’Uraki di San Vero Milis, poco più di una decina di chilometri a Nord-Est di Monti Prama.
In questa area, tra la fine dell’Età del Bronzo e l’inizio dell’Età del Ferro, grosso modo tra il 1000 e il 900 a.C. per parlare in termini di cronologia assoluta, viene impiantata una necropoli, la cui ampiezza totale è ancora da definire, che presenta caratteristiche di assoluta novità rispetto alla tipologia sepolcrale diffusa nell’isola durante la precedente Età del Bronzo. In tale epoca le comunità nuragiche seppellivano i loro defunti inumandoli in tombe collettive, definite “tombe dei giganti”, segnalate abitualmente da betili lavorati in modi diversi, a secondo delle diverse zone dell’isola. Le tombe di Monti Prama, invece, sono tombe singole a pozzetto; anche le poche altre tombe note databili sicuramente nell’Età del Ferro si qualificano con assoluta prevalenza come tombe a pozzetto singolo, anche se sono attestate sporadiche tombe a cassone. Quindi siamo dinanzi ad un salto culturale notevole: dalla tomba collettiva alla tomba singola; ma vedremo dopo quali sono gli elementi di continuità tradizionale che ancora permangono.

Gli interventi di scavo

Nel 1974 alcuni contadini riconobbero, in un mucchio di spietramento nelle campagne del Sinis, una testa umana scolpita in pietra. Informate le autorità, il manufatto venne consegnato alla Soprintendenza Archeologica di Cagliari e Oristano e il Prof. G. Lilliu dell’Istituto di Antichità, Archeologia e Arte dell’Ateneo Cagliaritano, effettuò con i suoi colleghi ed allievi un piccolo saggio di scavo nell’area, rinvenendo alcuni frammenti di sculture. L’anno successivo il Dr. A. Bedini, Ispettore della Soprintendenza, realizzò una breve campagna di scavo, portando alla luce alcuni frammenti scultorei e parte di una necropoli, che sarà meglio descritta di seguito.
Nel 1977 le arature portarono alla luce altri frammenti di statue e fu deciso un intervento congiunto tra l’Università di Cagliari nella persona della Prof.ssa M.L. Ferrarese Ceruti, e la Soprintendenza Archeologica nella persona dello scrivente, per verificare con precisione la situazione e programmare una eventuale congrua campagna di scavo. I risultati delle tre settimane di indagini, in un piovoso dicembre, furono più che incoraggianti, e conseguentemente si richiesero al Ministero per i Beni e le Attività Culturali finanziamenti per lo scavo, che vennero assegnati per l’anno 1979.
Nel frattempo, per motivi sui quali non è il caso di tornare in questa sede, i rapporti tra la Soprintendenza e l’Università si interruppero e lo scavo fu affidato interamente alla responsabilità di chi scrive, con la preziosissima collaborazione del Sig. G. Saba, Assistente Tecnico di Scavo della Soprintendenza, che gestì come un orologio svizzero tutta l’organizzazione logistica del cantiere con i suoi operai, al quale parteciparono anche due giovani archeologi appena entrati in Soprintendenza (Dr.ssa E. Usai e Dr. P. Bernardini) e un laureando in Archeologia (Sig. R. Zucca).

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