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Danza Nuragica

I principî giuridici sono molto importanti nella vita. Mi viene in mente un breve articolo letto qualche generazione fa, dove si ricordava una verità su un mondo di grassatori volti a tutto ciò che è animato e inanimato. Tutto è a rischio di furto e lucro privato. Una riflessione del diritto romano riguarda la… res omnium, che non può essere res nullius (le cose di tutti, poiché tali, non sono di qualcuno in particolare o, ancor meno, sono a disposizione dei più furbi).
Inoltre, godere in vita di un bene comune, inalienabile, non può dare il destro di assaltare a proprio uso e consumo la proprietà pubblica.
Il guardaboschi vivrà gran parte della vita fra alberi e animali selvatici, ma ciò non lo renderà mai padrone di quei beni naturali, che sono res omnium e non res nullius, ancorché egli li senta come suoi o vi sia profondamente affezionato.
Simile discorso si può fare per milioni di persone al servizio di privati e dello Stato.

Analogo discorso vale per l’usciere di un Museo o per i burocrati addetti alla tutela dei monumenti, per giochi politici o fatalità, dei quali beni si sentono certo i padroni e mostrano di fare di essi ciò che vogliono. Purtroppo, a volte occorrono secoli perché si conseguano norme giuridiche corrette.
Dunque: i monumenti preistorici, come le risorse naturali sono res omnium (o dovrebbero esserlo), nella loro fisicità e nell’importanza sociale, culturale e magari economica. Tutti sanno che è banale dirlo, lapalissiano… moltissimi ne sono certi, ma altrettanti no, sia perché l’argomento non li tocca sia perché asservono i beni archeologici come mezzi della propria ingorda carriera, sempre troppo lucrosa. Questi ultimi sono notevolmente i peggiori nemici dei beni archeologici; in loro prevale l’arroganza, la presunzione di un senso di potere assoluto: ne dispongono in nome di un vago diritto inesistente, solo preteso. Sono avvezzi alle scorciatoie per tessere di partito (le nuove chiavi elettroniche) e appartenenza alla nuova feudalità politica.
I monumenti preistorici, per loro stessa specificità, sono i più fragili davanti a tali bipedi narcisi, egocentrici e dunque insensati. Spesso, i giovani che lavorano al mantenimento e al godimento dei presidi turisticamente proponibili sono o hanno motivo per sentirsi sotto ricatto dalla superbia di questi tacchini tronfi, che spesso diventano aggressivi, impongono le loro amene favole da incapaci e minacciano ritorsioni… ove i giovani non manifestino sottomissione!

Invito al ballo
Casualmente, in una conferenza in quel di Ozieri, si parla di nuraghe. Un’attempata oratrice, fra le varie gaiezze da salotto disse che in un suo scavo archeologico – mi sfuggì dove – mise in luce una rampa gradinata nuragica a cielo aperto, posta fra due torrette. Sì è vero, non si disponeva ancora di questa casistica dacché mancò il Padre garante.
Oggidì ciascuno, sia pure con molte incertezze, ormai elabora per sé… lutto e disciplina.
Un mio fugace invito a specificare il fatto fu stroncato come lebbra: segreti di stato e… personali, soprattutto. Le domande non sono gradite: ¡nulla si concede ai rivali! C’è sempre qualcosa che sfugge a molti: la scala nuragica intermuraria a cielo aperto (sic?) mi mancava proprio, dopo mezzo secolo di visite attente ai monumenti nuragici. Urge tener conto di così acute novità.

Primo movimento
Per non cambiare pista da ballo… mi sovviene un’immagine lontana del nuraghe di San Nicola (ciò che ne resta), dell’omonima frazione distaccata di Ozieri, che fu svuotato nel cuore e nel “pericardio”.
Pressoché fagocitato dalle palazzine dell’abitato, sorprende per non essere ancora divenuto sede di una comoda discarica; per ora, qua e là, poche porcheriole eterogenee: ¡Un plauso al civismo dei popolani!
Davanti alla torre centrale è un piccolo cortile che accoglie le aperture di due torrette addossate e antistanti alla detta. È ben costruita… nella parte basale residua, più alta delle affiancate e foriera di curiosità per certa regolarità e ingiustificate aggiunte sopra e oltre l’architrave d’ingresso: ci sono anche tre filari elevati su tutti.
A Nord-Est del cortile si vedono gli esiti “a cielo aperto” di una rampa posta tra la torre centrale e l’edificio aggiunto intorno a Est; i blocchi ben martellati; tutto è in trachite e basalto.
Che sia quella la scala sotto le nuvole orecchiata alla conferenza? Indubbiamente, da qui puoi vedere le stelle… ora che l’edificio ha subito le chiudende ottocentesche e la frenesia dei grassi proprietari terrieri e chissà quali altri assalti per almeno tre quarti del Novecento.
Orbene, se all’archeologo manca una visione d’insieme della logica e dello spirito nell’architettura nuragica, per chi valuta, diviene difficile “vedere” la complessità originaria di un edificio con “scale aperte” e si è preda di idee naïves. Mi pare assurdo e non voglio credere… ma tutto è possibile!
Ricordo la patologica autostima dei burocrati per il ruolo rivestito, acuito davanti a un’eterogenea assemblea animata, legittimo campione del ben più ampio parco buoi produttore di biomassa, e così si affossa ancor più l’archeologia preistorica sarda.
Come quando ci si sente osservati, qualcosa nel San Nicola disturba equilibri e fascino antico.
È presto detto: al culmine della torre centrale è disposto in più filari, solo per un terzo del giro verso chi arriva, una sorta di placcaggio: una coroncina… da principessa, fatta di lastre affiancate poste di coltello e in altri modi: a un solo paramento per fortuna, fissato con zeppe e abbondante cemento… di ottima qualità.

Ci si accorge della genialità di tale realizzazione archeologica, certo freudiana, solo guardando alle spalle della chiostra di conci, dove – lieve sollievo – nessun muro di spalla sostiene tanta magnificenza: non ci speravo proprio e c’è da incrociare le dita.
La cosa ha prodotto, verso Sud-Est, un innalzamento regale del nuraghe centrale aprendo così cento altri inchini, come epiteti, adatti per i mai abbastanza “apprezzati archeologi/ghe” della soprintendenza: oserei dire ¡mai onorati/e abbastanza!
La prima piroetta introduce al diritto mondiale dei monumenti. Per esempio: ¿Chi autorizza i burocrati della soprintendenza a violentare in questo modo una reliquia della preistoria contro ogni dettato di leggi italiane e accordi internazionali in materia? ¿Ora il nuraghe è più bello?… ¿Scientificamente è più rilevante? ¡Buon Signore del cielo, guardi e lasci fare! ¿Mai un fulmine?…

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Homo Patiens

Quindici anni or sono, la magistratura affidò in custodia giudiziale all’Antiquarium Arborense di Oristano alcuni materiali in bronzo: una brocca askoide nuragica in bronzo fuso, un frammento di tripode del Tardo Cipriota III e un gruppo di “strumenti chirurgici romani”, apparentemente provenienti da Forum Traiani (Fondongianus, 27 chilometri a nord-est di Oristano).
Il fatto del rinvenimento di strumenti chirurgici sarebbe stato davvero eccezionale perché poteva essere il primo contesto accertato dell’attività della chirurgia di un centro romano della Sardegna con medici che, a giudicare dai ferri rinvenuti, dovevano essere stati certamente di alto livello.

Il Professor Zucca dell’Università di Sassari parlò del rinvenimento alla stampa, evidenziando il rilievo della scoperta e accingendosi alla pubblicazione nella serie “L’Africa romana” dell’Università di Sassari insieme all’archeologo Tanino Demurtas. Contestualmente però, scoprendo il filone delle riproduzioni contemporanee di strumenti chirurgici romani provenienti soprattutto da Pompei e dalla Britannia, dopo un’ampia ricerca con il confronto tra gli oggetti sequestrati e i repertori provenienti da vari musei italiani ed europei, il professore si convinse dell’imitazione moderna e dunque rinunciò alla pubblicazione.

Morale della storia, gli unici rinvenimenti di “strumentazione chirurgica” in Sardegna al momento rimangono solo i singoli pezzi rinvenuti a Tharros e a Turris Libissonis (Porto Torres), secondo quanto tramandato dai dati ottocenteschi del Canonico Giovanni Spano, che però considerò “stromenti chirurgici” romani in bronzo quelli che oggi conosciamo essere rasoi punici, abbondanti a Tharros e Karales.
Forti di altre documentazioni sia letterarie sia archeologiche però (altre collezioni estremamente importanti sono state ritrovate in vari altri luoghi dell’impero, primo tra tutti Rimini, con la splendida strumentazione chirurgica rinvenuta nella c.d. Domus del Chirurgo), questa è comunque una bella occasione per fare alcune considerazioni sulla medicina e la chirurgia in età romana che, rinvenimenti a parte, anche nell’isola doveva senz’altro essere praticata.

A differenza della società greca, che riteneva la salute un fatto privato e personale, Roma con il tempo andò sempre più tutelando la sanità pubblica con l’istituzione di una serie di servizi igienici e sanitari per prevenire le malattie e migliorare le condizioni di salute: acquedotti, bagni pubblici, reti per le acque reflue, terme, sorveglianza igienica sugli alimenti, cloache e leggi sanitarie per la difesa della salute pubblica riconosciute e rinomate in tutto l’impero.
La medicina romana delle origini si connette alla medicina di altri popoli latini e, in particolar modo, all’etrusca disciplina, una pratica che consisteva nell’evocazione delle divinità attraverso oggetti, simboli, formule o altro.5 Medicina e religione erano strettamente interconnessi e gli aruspici rivestivano un ruolo fondamentale

“il maggiore esponente della medicina greca rimase Ippocrate (V/IV sec. a.C.), “il Padre della medicina”, che ebbe il merito di abbandonare l’approccio magico-religioso, far avanzare lo studio sistematico della medicina clinica riassumendo le conoscenze mediche delle scuole precedenti e descrivere le pratiche mediche attraverso il Corpus Hippocraticum e altre opere.”

I medici greci erano rinomati in tutto il mondo antico ma, leggendo le fonti, si nota che all’inizio non tutti a Roma erano ben disposti nei loro confronti. In fondo erano “barbari” che vantavano la capacità di guarire con metodi disinvolti, e spesso brutali, i malati.
Per i tradizionalisti, questa artificiosa medicina straniera sostituiva la buona vecchia medicina amministrata dal pater familias che generalmente, almeno nell’uomo adulto e libero, collegava le malattie del corpo ai mali dell’anima, il cui rilassamento rendeva il corpo meno attento e quindi più vulnerabile. Quella amministrata dal pater familias era una medicina domestica il cui fulcro erano il vino, alcuni frutti, parti di animali, l’olio, la lana e alcune piante, in primis il cavolo (brassica), ritenuto in grado di curare ogni tipo di malattia.

Nonostante tutto questo e la sfiducia dei tradizionalisti però, i medici greci continuarono ad arrivare. Secondo quanto attesta Plinio, il primo giunse a Roma dal Peloponneso nel 219 a.C.. Si trattava di Archagatos, figlio di Lysanias, che all’inizio fu così ben accolto che gli venne addirittura concessa la cittadinanza romana e un locale a spese dello stato. Esercitava come “vulnerarius”, specialista di ferite, effettuava amputazioni e incisioni e cauterizzazioni (secare, urĕre). Fu dapprima molto popolare, ma i suoi metodi energici gli fecero poi perdere la simpatia della popolazione che presto gli affibbiò il soprannome di carnifex (boia, macellaio).

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La prima alabarda in Sardegna

Prima alabarda preistorica ritrovata in Sardegna

Le cosiddette “alabarde” sono una particolare classe di armi, così denominate a livello archeologico, che nella pre-protostoria precedono e poi vengono completamente sostituite dalle spade nel ruolo bellico e rappresentativo.
La spada, infatti, è l’arma per eccellenza del guerriero, in quanto strumento appositamente progettato per il combattimento. A differenza di altre armi come lance, archi, frombole e asce, non esiste un uso secondario (come la caccia) per quest’oggetto, che vada aldilà dello scopo di ledere un altro essere umano. L’unica funzione alternativa della spada è quella di rappresentanza, ovvero quando assurge al rango di oggetto da esibire per rafforzare o sottolineare lo status, in vita come nella morte, del suo portatore.
Un ruolo somigliante dovette svolgere anche l’alabarda, infatti, quest’arma è ampiamente nota per aver preceduto l’invenzione della spada.
Di fatto, il suo utilizzo si colloca tra la fine dell’età del rame e l’inizio dell’età del bronzo nell’intera Europa, quando i pugnali e le daghe iniziano a svilupparsi in lunghezza, diventando vere e proprie spade.

Il termine “alabarda” non è esattamente corretto, ed è stato mutuato dalla nomenclatura delle armi medioevali.
Indica un’arma lunga, che si sviluppa intorno all’XI secolo A.D. per poi standardizzarsi intorno al XIV secolo A.D. È composta da una lama larga, solitamente più o meno parallela al manico su cui è inastata, dotata di una punta centrale, che prosegue idealmente lungo la direzione dell’asta, e da un “becco”, o una generica punta, usata per agganciare o bucare.

L’alabarda preistorica, invece, è più simile a un’ascia dotata di un’unica punta a forma di becco e solitamente asimmetrica, con uno dei lati taglienti maggiormente incurvato verso le mani dell’utilizzatore, probabilmente per accentuare il colpo di punta dato dall’alto. Sono famose le raffigurazioni di quest’oggetto sulle statue stele del Trentino, come quelle rinvenute presso riva del Garda, o le raffigurazioni rupestri della Val Camonica, dove l’arma è rappresentata numerose volte.

L’alabarda, infatti, era estremamente diffusa e viene ritenuta, a buon diritto, un’arma di rappresentanza.”

Considerate tutte le implicazioni di carattere sociale, e la considerevole mancanza di frequenti riscontri per questo oggetto in relazione alla Sardegna preistorica, è stato identificato dallo scrivente e pubblicato nella propria tesi di laurea magistrale un singolo esemplare di 25 cm rinvenuto negli scavi del Nuraghe Seruci di Gonnesa. Tale arma tuttavia, fu interpretata, a causa della semplicità estrema e della natura ambigua, come una “punta di lancia”. Singolare è che l’oggetto sia rappresentato nella cartellonistica del nuraghe e, tuttavia, le relazioni di scavo non fanno cenno alcuno a questo oggetto. In ogni caso può dirsi certa la sua provenienza dal monumento detto. Se dovesse essere accettato e condiviso che di un’alabarda si tratti, come qui sostengo, si avrebbe un rinvenimento straordinario e da esso deriverebbe una diversa ipotesi di lettura del tipo di società dalla quale esso proviene. Se appartenesse al gruppo umano che affrontò la costruzione e l’amministrazione dei monumenti propriamente nuragici, si dovrà mutare la valutazione che attualmente si vagheggia per esso…

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Ferralzos di Suni

Un nuraghe da primato

Alcuni monumenti nuragici sono più noti di altri per loro caratteristiche notevoli, come l’altezza residua maggiore, un diametro di camera fuori dal comune, oppure particolari architettonici dalle misure eccezionali, nei diametri basali o nell’altezza dell’ogiva che copre la camera del piano terra, ecc. per esempio, il nuraghe Is Paras di Isili è noto per avere con l’ogiva di camera più alta nell’Isola (m 11,18); il nuraghe S. Barbara di Villanova Truschedu è il nuraghe con la camera dal diametro più ampio finora ritrovato (7 m).
Risulta quindi eccezionale poter richiamare l’attenzione su un singolo monumento che eguagli o superi nelle misure i nuraghi con volta più alta e diametro di camera maggiore fra quelli finora conosciuti e misurati. Tale edificio esiste e si chiama Ferralzos: è sito in comune di Suni, provincia di Oristano.

Il monumento ha un’architettura complessa e, per le sue condizioni (ampiamente spietrato da un lato) e la vegetazione che l’avviluppa, appare subito di non facile accesso. Come spesso accade, anche questo monumento fu “bersaglio” per realizzare muretti a secco che segnano confini tra le proprietà d’imposizione sabauda, e proprio per questo in nostro amico e guida lo chiama “nuraghe Lacana”.

Il possente edificio nuragico è (fortunatamente) ignorato da clandestini, né mostra ulteriori azioni distruttive oltre le dette. Il seminterrato è avvolto da una folta macchia di rovi e arbusti, mentre grandi alberi svettano al colmo. Le ceppaie di questi ultimi pregiudicano la stessa stabilità dell’edificio e le radici ogni anno avanzano a “scombinare” vieppiù i muri.
Nelle immediate vicinanze, intorno a Nord-Est del nuraghe, è un pozzo con alcuni abbeveratoi, alimentati da una risorgiva che imbibisce la campagna basaltica circostante, fino a raggiungere il monumento.

In questa breve comunicazione, prendo in esame solo aspetti peculiari dell’ architettura della torre centrale del nuraghe e, in particolare, della sua camera basale:
  • Il vano è coperto da un’altissima e bellissima ogiva, che attualmente è raggiungibile solo da percorso a ostacoli. Ai fini della valutazione della reale altezza della volta è utile considerare che la grande camera di base del nuraghe Ferralzos mostra attualmente un accumulo di terra e pietre determinabile in circa due metri, chiaramente valutabile dal rapporto con l’architrave dell’ingresso esterno, ostruito quasi completamente. Tale misura si deve sommare, dunque, alle altezze misurate sul riempimento attuale.
  • Il vano scale intermurario è realizzato in modo davvero insolito o, se si preferisce, non canonico. Esso prende avvio dal lato della nicchia di camera posta alla destra di chi dovesse entrare in camera dall’ingresso esterno, oggi impraticabile per il fortissimo riempimento. Il detto particolare architettonico, assai raro nel panorama dei nuraghe, richiama, per esempio, l’avvio della scala diretta al piano superiore del nuraghe Longu di Padria, dov’è analogamente collocata, a partire dalla nicchia di camera di sinistra, ancorché in quest’ultimo esempio la scala sia decisamente più ripida e dunque meno agevole.
  • Il detto accumulo interno, naturalmente occulta in parte le stesse aperture presenti in camera, ciononostante, è possibile leggere distintamente la presenza di ben quattro nicchie, tutte aperte nella parte fondale della parete (un numero raro, riscontrato solo nei nuraghe Mura ‘e Figu di Bauladu, Sa Cuguttada di Mores, Columbus di Sedilo e Appiu di Villanova Monteleone).
  • L’attuale primato per la sala più ampia appartiene invece al nuraghe Santa Barbara di Villanova Truschedu, con ben 7 m di diametro. È quindi lecito presumere che, allo sgombero del riempimento e toccato l’originale piano di calpestio, il nuraghe Ferralzos potrebbe eguagliare, se non superare, i sette metri di diametro nella camera di base.

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Pia ăvis

Presente soprattutto nella Penisola Iberica e nelle regioni dell’Europa Orientale, l’areale della cicogna bianca (Ciconia ciconia) in Italia ha subito una forte contrazione fino alla totale mancanza di nidificazione. Solo a partire dagli anni ‘80, contemporaneamente ad una pressante campagna di sensibilizzazione, ha ripreso a nidificare dapprima in Piemonte e successivamente nelle altre regioni italiane. La specie si riconosce per il caratteristico colore bianco del piumaggio con le remiganti nere, le zampe lunghe e rosse, il becco anch’esso lungo e aranciato e per la forma slanciata del corpo. Il portamento è quello classico eretto di tutti i Ciconiformi, con la posizione di riposo spesso su una sola zampa.

Le cicogne bianche prediligono le praterie, le pianure e le zone umide, in genere; si nutrono principalmente di pesci, insetti, topi, anfibi, molluschi, rettili e spesso non disdegnano i pulcini di altre specie di uccelli. Per quanto riguarda la nidificazione, occupano generalmente i nidi abbandonati l’anno precedente e, se questo non è possibile, le coppie provvedono a una nuova costruzione, preferibilmente su punti elevati come campanili, pali, comignoli e talvolta sugli alberi. A livello nazionale, è una specie vulnerabile, mentre a livello regionale, lo status non è sufficientemente conosciuto (status indeterminato), in quanto in Sardegna la cicogna bianca è principalmente un visitatore estivo che negli ultimi anni ha fatto segnalare alcuni tentativi di nidificazione nella parte nord-occidentale dell’isola.

I fattori generali di minaccia sono la riduzione e l’alterazione degli habitat, le bonifiche e l’inquinamento delle acque, il bracconaggio e, non da ultimo, la collisione contro i tralicci, le linee e le strutture dell’alta tensione. Nonostante questo, per l’immaginario collettivo la cicogna è comunque un uccello molto amato, che da sempre ha destato simpatia e interesse. Il suo rapporto con l’uomo non è mai stato solo estetico perché, a causa della condivisione degli stessi ambienti aperti – soprattutto agricoli – e dell’utilizzo di strutture di origine antropica per la collocazione dei suoi voluminosi nidi, per l’uomo la sua presenza era familiare e abituale. Così familiare da aver anche dato luogo a un antichissimo esempio di “zoomorfismo linguistico”: a una ciconia accenna infatti il teologo Isidoro di Siviglia (VI sec. d.C.), per indicare uno strumento usato dai contadini romani e ispani per attingere l’acqua. Consisteva in un’asse posta in bilico, in modo che le estremità potessero essere alternativamente alzate e abbassate, la cui silouhette ricorda in effetti quella di una cicogna nell’atto di alimentarsi o bere. Una semplice, quanto ingegnosa, macchina (lo shaduf) già in uso nell’antico Egitto e in Mesopotamia almeno dal II millennio a.C., e poi ripresa continuamente, anche fino a tempi recenti, da altre genti.

“in altri posti, in ordine sparso, indice di quel fenomeno che vede l’uomo adottare spontaneamente le stesse soluzioni in presenza di risorse e condizioni più o meno uguali e non per scambio culturale”

Antichissime rappresentazioni su edifici sacri risalenti alla prima cultura neolitica del Vicino Oriente, papiri o manufatti egizi, pitture parietali romane, mosaici bizantini e fregi miniati medievali raffigurano spesso questi uccelli, mettendo talvolta così tanta cura nella resa dei particolari da renderli identificabili con buona sicurezza anche dal punto di vista scientifico sebbene, soprattutto in età medievale, la cicogna sovente viene confusa con la gru o con l’ibis sacro.

Soprattutto sono, però, le fonti scritte che destano interesse: le testimonianze sulla presenza e sulla distribuzione della cicogna in Italia in epoca storica ci giungono, sia attraverso trattati naturalistici (come varie opere di Aristotele – IV sec. a.C. – o la Naturalis Historia di Plinio – I sec. d. C. – l’autore antico che maggiormente scrive della cicogna) sia incidentalmente, da opere di tutt’altra natura. Leggendo le fonti, si apprende per esempio che, ai tempi dei Romani, la specie nidificava in Italia anche nella stessa Roma e costruiva i nidi addirittura sui templi, come testimonia Giovenale (I sec. d.C.), che riferisce di un voluminoso nido costruito sul tetto del Tempio della Concordia a Roma, ormai lasciato all’incuria.

La cicogna è uno degli uccelli di cui parlano anche il Levitico e il Deuteronomio, i libri veterotestamentari che trattano dei sacrifici, della consacrazione, delle norme di purità, delle leggi e delle disposizioni sui voti e sulle offerte dei sacerdoti della tribù di Levi. Gli animali vietati erano tutti quelli che i pagani consideravano sacri o che, sembrando agli occhi degli Ebrei ripugnanti considerati non graditi a Dio. Sarebbe stato quindi come essere schiavi degli dèi stranieri mangiare o avere contatti con animali che erano loro consacrati e la legge di santità doveva proibirli. Questa distinzione sarà poi definitivamente abolita dalla rivelazione  novotestamentaria, tanto che rappresentazioni di cicogne nel ruolo di ophiomachos, vale a dire “in lotta contro i serpenti” intesi come il male e il peccato, fanno bella mostra di sé tra i più antichi mosaici delle chiese paleocristiane e bizantine.

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Una Folla di ominidi

Quando si pensa all’Uomo, alludendo all’umanità in generale, a cosa siamo oggi o chi saremo domani, la prima figura che nasce nella mente con sgomento è un numero, una cifra: 8 miliardi di individui! O-t-t-o m-i-l-i-a-r-d-i!-!! Siamo come “stelle in cielo o granelli di sabbia in riva al mare” di biblica memoria, penosamente illimitati! Subito dopo arriva la seconda immagine, è la visione della Terra trasformata in un grande formicaio, brulicante di imenotteri acefali, che si muovono freneticamente, dando l’impressione di lavorare per migliorare la vita o per il bene della loro casa ma, a un più attento esame, si scopre che stanno invece distruggendo, sgretolando, avvelenando il loro paese. Abbiamo un solo formicaio, nessuno mai in tutta la storia dell’Uomo ha prodotto così tanti e grossi danni mettendo in pericolo la sua stessa sopravvivenza. Quante zolle di terra o quanti fili d’erba o spighe di grano toccheranno domani a ciascuno dei nostri discendenti? E quando avremo consumato tutte le zolle e i fili d’erba e le spighe, la Terra sarà felice di scrollarsi di dosso questi omuncoli impazziti e riprenderà la vita senza di noi.

Così, almeno a me succede, è più facile rivolgere lo sguardo al passato, rifugiandosi nel tempo già consumato, quello storico ma ancor meglio in quello profondo, dove l’immaginazione ha un buon margine di manovra. E più indietro si va, più nebulosa e incerta è la possibilità di capire, di vedere chi erano quegli esseri che popolavano la Terra. È vero che lo studio della preistoria, dell’evoluzione umana, la paleoantropologia è una scienza che tende a una puntigliosa verità, interroghiamo i fossili ma gli esami scientifici qualche volta non bastano. Le prove devono sempre confortare le teorie, ma ci sono situazioni che sfuggono completamente alla possibilità di essere comprese con sicurezza e sono questi i casi in cui si può condire le ipotetiche verità con sprazzi di fantasia, che devono sempre rientrare nella logica richiesta dal contesto.

Del resto è  proprio nella nostra natura di sognatori creare ed elaborare realtà “altre”. Non dobbiamo dimenticare che la dote che ci distingue fra i primati è il pensiero simbolico, la capacità cioè di rappresentare la realtà attraverso immagini create da noi stessi, di pensare mondi diversi dal nostro quotidiano, di capirli e condividerli attraverso un linguaggio capace di creare simboli, di trasmettere idee e insomma ragionare in termini ipotetici.

Il tempo come rifugio può, però, diventare una trappola mentale. Come si può valutare, capire il significato dell’espressione “milioni di anni”?

La nostra civiltà ne ha più o meno 5 o 6mila. Iniziando a contare il tempo dalle grandi civiltà protostoriche e storiche (Età del Bronzo, Età del Ferro, Sumeri, Egizi), forse sono abbastanza chiari solo gli ultimi duemila anni. Il tempo della nostra civiltà si potrebbe paragonare a un battito di ciglia, un sospiro sarebbe già un periodo sterminato. Andiamo allora a guardare nel profondo dell’abisso, tuffandoci in apnea nel passato servendoci del filo conduttore dell’evoluzione per non perdere la logica e la concatenazione degli eventi. Noi siamo gli ultimi, i Sapiens, gli uomini moderni, guardando indietro troviamo il Neanderthal, siamo entrambi derivati dall’Homo Heidelbergensis. Prima ancora è il tempo dell’Homo Ergaster (uomo che lavora) o Erectus, suo nonno era Homo Habilis e i primi in fondo al filo dell’ominazione sono gli australopiteci. Qui la mente si perde nel tempo…

Sul filo della discesa i cartellini riportano anziché i metri dalla superficie, gli anni in cui iniziano le tappe dell’evoluzione che ci riguarda. Il primo segna la cifra di 200mila anni fa, indica appunto i primi passi dell’avventura di noi Sapiens, l’ultimo modello del genere umano. Siamo ormai sicuri delle nostre capacità, diventiamo avventurieri, conquistatori incontenibili. Partiamo dall’Africa 60mila anni fa e in poco tempo, 20-10mila anni, ci impadroniamo dell’intero globo e ora stiamo studiando il modo di arrivare su altri mondi. Scendiamo ancora, siamo sui 350-300 mila anni fa, troviamo l’Uomo di Neanderthal, che si muove spaziando su una vastissima area che va dal Mediterraneo alla Siberia al Medio Oriente, il peiodo migliore della sua cultura è il musteriano nel Paleolitico Medio, intorno ai 140mila anni fa. 100mila anni dopo scompare, si estingue. A oggi non sono stati più trovati suoi fossili. Andiamo ancora più in profondità, ora troviamo il cartellino che indica 550mila anni fa, è il tempo di Homo Heidelbergensis, l’antenato che in Europa diventerà Uomo di Neanderthal e in Africa darà origine ai Sapiens. Dobbiamo andare ancora indietro e parleremo di milioni di anni. Ci viene incontro l’ominide che già 1,6 milioni di anni fa era molto simile a noi con una capacità cranica di 700-800 cm cubici, destinati ad arrivare fino a 1225, è ritenuto un nostro antenato certo: è l’Homo Ergaster.

La sua esistenza durerà più di un milione di anni, ha raggiunto uno sviluppo evolutivo ormai molto avanzato, che lo porta ad affrontare spazi sconosciuti al di fuori del suo piccolo territorio, infatti esce dall’Africa e si espande. In Cina diventerà Sinantropo, in Indonesia Pitecantropo, in Nord Africa Atlantropo…

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Duos Nuraghes di Borore

Tra il 1985 ed il 1998, l’archeologo Gary S. Webster, coadiuvato dalla moglie Maud, condusse nove stagioni di scavo sull’altopiano basaltico di Abbasanta, su “Duos Nuraghes”, presso Bòrore, in provincia di Nuoro. Aveva prima ottenuto il finanziamento congiunto della “National Geographic Society” e del “Sardinia Program” della Pennsylvania State University, oltre alla necessaria autorizzazione a procedere agli scavi del Ministero dei Beni Culturali di Roma (che gli affiancò P. Uras come delegato rappresentante). Gary Webster è uno dei principali interlocutori con i lettori di lingua inglese di archeologia sarda, per le sue numerose pubblicazioni e la sua familiarità con l’Italiano. Lo scavo é certamente uno dei primissimi effettuati con metodo rigoroso, da un archeologo che sapesse condurre un razionale lavoro di recupero di tutti gli elementi e reperti utili a formulare una datazione (stratigrafia, ceramiche, ossidiane, C14 sui resti biologici, flottazione). Lo scavo fu un’utilissima scuola e un prezioso esempio per quelli che assistettero e per i successivi scavi sardi. Altrettanto certamente, però, si devono poi sapere trarre le giuste conclusioni logiche dal proprio lavoro: e in questo, Webster – pur essendo un convinto fautore della cosiddetta “archeologia interpretativa” è in fondo un po’ venuto meno…

La scelta del sito

Webster giustifica la propria attenzione su un nuraghe di piccola taglia con la necessità di “mettere a fuoco una verità nuragica più quotidiana”, meno elitaria di quella espressa dai rari nuraghi giganteschi, o dalla piccola percentuale (non più di 20-30%) di quelli complessi di media taglia, che secondo lui non sarebbero altrettanto rappresentativi della realtà, anche se indubbiamente colpiscono maggiormente la fantasia.

[Già qui sembra di intravedere il concetto di “nuraghe medio”, o “nuraghe tipico”, che piace ancora a molti operatori nel campo. È da considerarsi senza dubbio un’idea ipersemplificazione]

Le fondamenta della Torre A sarebbero composte da enormi conci grezzi e irregolari, che giacerebbero direttamente sull’originale strato basaltico (a suo tempo messo a nudo dall’operazione di “stripping”) e quindi costituirebbero già uno strato artificiale, coevo a quelli che Webster interpretò come i primi e più antichi sedimenti rinvenuti nello scavo. E qui, sorge un primo problema/obiezione. È un fatto fastidioso anche per Webster, come si vedrà: una volta che si fosse raggiunto il solidissimo strato basaltico, già di per sé fondazione perfetta, quale motivo statico/strutturale/costruttivo avrebbe giustificato la sovrapposizione di un ulteriore strato di pietroni irregolari e non lavorati? Sorge il dubbio che lo strato interpretato dall’Autore come “fondazione” non lo sia davvero, bensì possa essere, forse, un esito di crollo, o anche un’aggiunta posteriore dovuta a riuso del sito.

I motivi di un’ipotesi irrispettosa

Se, per ipotesi, la “vera” fondazione originaria fosse invece proprio quello strato che fu a suo tempo esposto per decorticazione dai Costruttori, allora lo scavo di Webster non lo avrebbe raggiunto e la sua stratigrafia non prenderebbe in considerazione lo strato più antico del nuraghe stesso. Se ciò fosse vero, allora la datazione stratigrafica inizierebbe da uno strato che non è affatto il più antico, bensì è più superficiale ad esso e quindi più recente. Anche gli indicatori ceramici subirebbero la stessa sorte. L’insieme produrrebbe risultati finali non corretti.
Ma anche Webster deve avere preso in considerazione questo problema: egli ritiene di averlo risolto adducendo la possibilità che “l’edificazione nuragica sia avvenuta sopra un sito precedente”, del quale i Costruttori non avrebbero cancellato completamente le tracce.
A proposito di indicatori ceramici, Webster cita anche un frammento di vaso riferibile per aspetto all’Eneolitico e allo stile di Monte Claro. Alla fine, però, l’autore suggerisce di non prenderlo in considerazione ai fini della datazione, in quanto sarebbe un reperto “fuori posto”: la sua presenza sarebbe dovuta solo a vari rimaneggiamenti che il luogo ha subito nel corso del tempo

…Sembra quasi che ogni ragionamento debba compiacere un’ipotesi già formulata in precedenza: se non lo fa, non va tenuto in considerazione…

Questo articolo può apparire una critica ingenerosa all’operato di Webster.
In realtà, obiezioni, dubbi e quesiti, più che alla critica verso di lui, sono volti a corroborare un’affermazione che ci sembra doverosa.
Quello che si intende mettere a fuoco è la vera novità che riguarda la datazione. Seppure Webster abbia tentato di contenersi prudentemente entro i limiti del foglio protocollo imposto dall’Establishment Accademico (1500 a.C.), purtroppo uscì egualmente un poco dai margini: appena 380 anni. E così, alla fine, la datazione scientifica ufficiale che egli propose si è meritata la condanna alla non credibilità come eretica e sbagliata: eccedeva ufficialmente i limiti di antichità imposti de jure.

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Nascita degli Dei

La formidabile scoperta nel 1994 di Göbekli Tepe in Turchia dell’archeologo tedesco Klaus Schmidt, che lavora allo scavo fino al 2014, anno del suo prematuro decesso, ci pone di fronte a una situazione complessa, di non facile lettura. É l’opera dell’uomo primitivo che cambia il mondo. Secondo Schmidt è una grande svolta dell’evoluzione; rappresenta il preludio al Neolitico e a tutto quello che ne consegue. La datazione è certa e oscilla fra gli 11.000 e i 12.000 anni fa. Siamo nel Mesolitico, il breve periodo intermedio tra la “pietra antica” – Paleolitico – e quella “nuova” – Neolitico. Sappiamo che le suddivisioni del tempo preistorico si scandiscono in classificazioni convenzionali per facilitare gli studiosi e per dare un senso e un ritmo al susseguirsi dei periodi. Gli uomini del Mesolitico sono cacciatori-raccoglitori seminomadi, cioè uomini che si procurano il cibo cacciando e raccogliendo tutto quello che è edibile del mondo vegetale, che occupano un piccolo spazio di tempo prima della rivoluzione neolitica. Sono indubbiamente i costruttori di Göbekli Tepe. Questo luogo è un complesso architettonico monumentale che stupisce e affascina per la potenza che emana sia dal lato materiale per il lavoro gigantesco di ingegneria costruttiva e di organizzazione della forza lavoro, sia per il potente senso del sacro che queste pietre comunicano, questo è un luogo dove il divino era evocato e vissuto, un luogo al confine del reale dove accogliere il volere e il potere degli dei.

È davanti a opere simili che prendono forma nella mente le millenarie domande (retoriche): “quando e perché e come” nasce nell’uomo il sentimento religioso, il bisogno del sacro e del trascendente. E altrettanti millenni di studi di filosofia, teologia, etica e morale hanno tentato e tentano di spiegare la nostra inquietudine davanti all’Infinito e lo smarrimento che la solitudine nel tempo e nello spazio opprime la nostra fragile condizione umana, ma ancora, ovviamente, non abbiamo risposte. Forse alla domanda “quando”, in quale fase del cammino inizia questo bisogno di sentire e spiegare l’arcano, di cercare e trovare un Creatore, di prendere coscienza della a vita umana, si può trovare la risposta nell’archeologia. Si pensa che la prima scintilla nasca nella mente dell’uomo di Neanderthal, quando mostra empatia perché si prende cura dei suoi simili colpiti da gravi menomazioni, le prove sono nelle ossa fossili di soggetti sopravvissuti a lungo dopo aver perso un arto perché aiutati a procurarsi il cibo. Ma soprattutto compie un atto davvero rivoluzionario: dà sepoltura ai morti. Forse questo uomo si è chiesto cosa sia questo “smettere di vivere” e perché e dove si vada poi… forse si può continuare da un’altra parte? Forse il corpo va protetto dai predatori, nascosto nella terra. Forse esegue i primi semplici riti per accompagnare il defunto. Forse il sacro, il divino, l’entità superiore si prenderà cura di colui che deve passare oltre.

La prima apparizione del sacro manifestata nell’opera dell’uomo viene espressa nelle grotte dipinte già molto tempo prima di Göbekli Tepe. Le più famose si trovano in Francia e anche qui come in Turchia, migliaia di anni dopo, i soggetti protagonisti della narrazione sono animali. Molto rare e schematiche sono le figure che rappresentano l’uomo . Animali, molti, magnifici, potenti, come un’arca di Noè le caverne ospitano le immagini della fauna che si aggirava in Europa intorno a 40.000 anni fa: leoni, rinoceronti, cavalli, uri, renne, mucche, tori, cervi, animali che in parte troviamo anche a Göbekli Tepe. Perché animali? Che cosa rappresentavano? Che rapporto c’era fra loro e l’uomo? E riproducendone le figure in luoghi nascosti e arcani se ne voleva carpire la forza, l’abilità, l’agilità, la naturale potente vitalità? Animali, animali… qualche volta anche l’uomo ne ruba le sembianze, come l’uomo-leone (Germania, Hohlenstein, 40.000 anni fa) o l’uomo che si cela sotto la pelle di una chimera: corna, coda, occhi sono un miscuglio di vari soggetti assemblati in questa figura che nasconde all’interno un uomo, se ne vedono le mani e i piedi, vistosi genitali e un bagliore negli occhi in fondo alla maschera che copre completamente viso e corpo (sud della Francia, grotta di Les Trois-Frères, 15.000 anni fa). Chi sono? Maghi, stregoni, sciamani che entrano nello spirito dell’animale o diventano la bestia stessa. Creature totemiche a Göbekli Tepe: ne troviamo tantissimi, questa volta scolpiti nella pietra di santuari costruiti dall’ingegno e dal lavoro dell’uomo. Spesso sono feroci o velenosi ed è ancora più misterioso il loro rapporto con l’uomo e i suoi riti. Sono passati millenni dall’epoca delle grotte dipinte di Chauvet o Lascaux o Altamira. Che cosa vogliono rappresentare ora? Nel Paleolitico superiore trasmettono forza, grazia, armonia. I protagonisti di Göbekli Tepe invece sono cupi, inquietanti, quasi macabri.La storia che raccontano sembra essere diversa, anche se altrettanto misteriosa. È proprio durante l’ultimo tratto del Paleolitico superiore che avviene un profondo cambiamento nella vita degli uomini. È questo il momento in cui l’evoluzione ci farà imboccare un percorso che ci porterà ad essere prima contadini e allevatori e poi sedentari fondatori di città. Ci sono molte teorie che cercano di fare luce sulle cause di questo grandissimo mutamento.


Arriviamo all’inizio dell’VIII millennio, quando si verifica un evento il cui significato ci è impossibile capire: non solo non si costruiscono più edifici sacri ma si dismette anche l’uso di quelli ancora in funzione: vengono celati alla vista, coperti con sassi e terra, sepolti ma non distrutti. Il santuario viene abbandonato e occultato, probabilmente dalle stesse genti che lo avevano costruito e frequentato, il motivo ancora una volta resterà un mistero. L’idea di Schmidt è che questa azione di annullamento fosse volontaria, oggi questa teoria non è accettata pienamente da qualche archeologo, si parla di cause naturali che avrebbero ricoperto il luogo come grandi smottamenti e frane con conseguente crollo degli edifici. Il mondo dei mesolitici è cambiato. Il loro modo di vivere ora si basa su un nuovo tipo di economia che li trasformerà in contadini sedentari. Il “cacciatore” perde importanza assieme ai suoi riti e ai suoi vincoli religiosi e assieme a essi scompaiono anche i suoi luoghi di culto. Prenderanno altre forme in altri luoghi. La montagna sacra, priva di sorgenti d’acqua e di spazi coltivabili, non è adatta alle nuove esigenze degli uomini e viene abbandonata. Ora c’è bisogno di terreni pianeggianti e fertili, perché l’uomo, anche grazie alla immane costruzione del tempio, ha imparato per necessità a seminare e mietere. La vita si sposta nei fondovalle, dove lo sviluppo dell’agricoltura e in seguito dell’allevamento di animali domesticati, permetterà e favorirà il grande passo verso il Neolitico.


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Capricci al cemento

Lontano antefatto necessario

L’ufficio tecnico della Provincia di Nuoro progettò (inizio anni ‘60) e attuò lavori (ultimati nel 196x), per abbreviare la contorta strada statale ottocentesca 389, che da Nuoro porta in Ogliastra (allora si passava per Fonni). “Piccola manna” fu la bretella stradale da Genna ‘e Ferru (sbocco sull’altopiano se giungi da Mamojada), al Passo Caravai (verso l’alto valico di Correboi) [S.P. 2]. Non esisteva la nuova variante alla detta S.S. 389 (scorrimento veloce… ¡a due corsie!, con l’infinita galleria sotto il detto Correboi, e i sorprendenti viadotti di Navile (tra Orani e Mamojada), interminabili anch’essi. I progetti – per legge – furono analizzati dagli Enti preposti, si deve credere: tutela del paesaggio e dei monumenti… e da essi approvati, ipotizzo. Col procedere dei lavori, furono certo visionati tracciati, come le varianti (¿di quando in quando?) da tecnici preposti. Ora si percorra la cosiddetta bretella fino alla regione Madau (detta Gremanu negli anni ‘50 – per il rio omonimo – vedi G. Melis cartografo ed E. Melis, ingegnere), dove, manco a dirlo, ci fu una sorpresa (¿prevedibile?). Alla ruspa, lungo il tracciato, si opponeva un rialzo: col suo abbattimento si travolsero, dal culmine, alcune capanne da cui sortirono – “inattese” – alcune statuine (si parlava di tre bronzetti) e cocci di vasetti non descritti. Questo si può dire sulla base del racconto, divenuto ben presto segreto di pubblico dominio a Fonni. Il ventre delle capanne restituì (voce di Dio) reperti che, da natura e descrizione, desumo dell’Età del Ferro (dal IX – VIII sec. a.C. e più giù).

In quei frangenti, anche la t.d. giganti n. 1 dell’omonima necropoli, prossima al tracciato stradale (circa 10 metri), fu avidamente demolita dal lato orientale: sparì l’esedra, via il lato Est del corpo, con relative fondazioni. I blocchi derivati dalle distruzioni delle capanne e delle tombe di giganti furono “valorizzati”, dissero alcuni operai, come vespaio sotto la strada e nel ponticello vicino, per la costruenda strada [¡così si fa, a regola d’arte, con risparmio d’inerti!]. ¡C’è da restare basiti! ¿Come si possono affermare particolari così sconcertanti? È semplice: alle testimonianze (anche se omertose) si possono confrontare, sia la realtà attuale sia gli schemi planimetrici tramandatici dai due Melis (malgrado la grafica utilizzata riveli evidenti ingenuità tipiche dei comunque neofiti in archeologia). Una prima riflessione spinge a domandare: ¿Ma, non è stato ipotizzato che la soprintendenza sapesse delle opere in corso? Il progetto esecutivo avrà certo seguito sul terreno, come dalle carte, il tracciato della edificanda bretella. Perché mai si accettò che la strada sventrasse il rialzo con le capanne (bastava volerle vedere) e in ogni caso il tracciato è colpevolmente a ridosso della necropoli di tdg, già note in storiografia, come ben si doveva sapere.

Vedere un monumento quasi integro conforta e forse entusiasma visitatori di bocca buona, che con lo stesso buon gusto sarebbero eccitati dalla sfinge di cartongesso di un parco giochi alla Disneyland.

Qui a Madau come altrove l’umanità ha perduto qualcosa d’irripetibile. Analizzando utilmente i ruderi scampati allo scempio e sottoposti a violenze, moltissimi interrogativi resteranno senza risposte. Spostando ora lo sguardo dieci metri verso Nord-Ovest dal luogo dello scempio, troviamo radicata la tomba n. 2, la maggiore della necropoli: bella e – a un primo sguardo – “quasi integra” (molti s’illudono). Ben presto s’intuisce la realtà: questo monumento è stato “baciato in fronte”, in unità col grande padre dell’archeologia isolana postbellica, dalla soprintendenza (¡alla faccia della tutela!). Bella, si diceva: banalmente si osserva invece solo un brutto fac-simile dell’originale; tutte forme ben note già da decenni, ma non si capisce ancora, né si capirà facilmente, come fosse compiutamente composta, per esempio, sia questo tipo tombale sia la facciata di Madau n. 3, lì accanto. Mai sapremo, in particolare, dove e com’era collocato il blocco in forma di trapezio isoscele, fregiato dai consueti tre incavi appuntati a un margine della base minore. Insomma, sia dal punto di vista di un “ungulato” sia per la curiosità di un turista da spiaggia, o di un archeologo somaro o non preistorico, è questo un risultato apprezzabile (¡attingono alla giusta parte di rude non scienza, atta alla loro cervice!). Da un punto di vista scientifico e sostanziale, però, si tratta del ¡grottesco massacro di un monumento! reso ormai illeggibile; resta ¡un costoso e irreparabile danno culturale attuato da chi avrebbe dovuto difendere e studiare il monumento! alla luce di questa violenza inaccettabile, ha certo poco rilievo dire che i conci ritrovati sparsi davanti alla tdg (tutti autentici) siano stati collocati in grande numero e… sottosopra stigmatizzando per i posteri (parte dei responsabili sono morti e fra un po’ lo saranno tutti) l’evidente grossolanità dell’intervento. Nella parte absidale, dove ogni concio avrebbe dovuto essere esattamente ubicato (per esempio, a convergere nella forma ogivale dell’abside), il pasticcio è sommo.

Su tutto domina il prezioso cemento, patologicamente profuso in ogni angolino (horror vacui), a recuperare la statica di un monumento ben poco elevato, ampiamente garantita in origine dall’intelligenza nuragica, implicita nell’esatta collocazione dei conci embricati con arte sapiente e progressiva nelle diverse parti dei muri a due paramenti, a bell’apposta apprestati dagli antichi. Obnubilati dalla presunzione i detti “feudatari” dell’archeologia isolana (i Kric e Kroc della situazione) hanno giocato al Lego nella variante hard, la più megalomane e disdicevole: tutto con molta presunzione, nessuna conoscenza tecnica e cemento a gogò.

…forse questa inusitata, estemporanea e obnubilata volontà ricostruttiva fu – ma è solo un sospetto – un’impellente bisogno di cancellare le malefatte dell’impresa e dei c.d. burocretini autorizzati che non controllarono, come da norma…

Credo che ce ne sia già abbastanza, ma se si volesse dare uno sguardo alla tdg n. 3 si troverà non solo una rinnovata grettezza istituzionale, ma anche ampia conferma della perfetta incapacità dei detti operatori. Sfido gli archeologi cooptati a capire il monumento, ora inchiodato (crocifisso) da ulteriori carriolate di cemento, sia nei punti oggetto di ricostruzioni demenziali (a dir poco), sia laddove si osservano inaccettabili, kafkiane, ricostruzioni ispirate a… trappole per topi. Insomma, coloro che attuarono l’intervento qui analizzato (sia pure molto sveltamente – tralasciando volutamente i fatti tecnici) erano più che scellerati. L’intervento fu altamente irriflessivo, certo non accettabile né come restauro e ancor meno come anastilosi (l’unica consentita e possibile solo in casi specialissimi).

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La statuaria di Monti Prama – Aspetti e problemi (2)

seconda parte di due (segue dal fasc. n. 58)

Sulla base dei realia a nostra disposizione si tratta adesso di cercare di proporre una lettura di questo straordinario contesto, con tutte le difficoltà che comporta il cercare di leggere una situazione sinora unica, e quindi priva di confronti, con il rischio di sovrapporre nell’ interpretazione visioni derivate da altri ambiti culturali. A questi ci si potrà riferire per valutare dissimiglianze ed eventuali convergenze. Il primo elemento che si pone all’attenzione è la massiccia presenza di statuaria a figura umana di dimensioni ragguardevoli. Le statue non sono identiche fra loro sia nei dettagli che nelle dimensioni: le loro altezze variano da poco più di cm 180 a poco più di cm 200 anche nell’ambito della stessa iconografia. Solo considerando le statue più o meno ricomposte nel restauro terminato nel 2012 e quelle rinvenute successivamente siamo almeno a 30 esemplari, connessi con una necropoli disposta a fianco di un percorso stradale e caratterizzata da tombe coperte da un lastrone litico, messa in luce per una lunghezza di circa mt 80. Assieme si trovano modelli di nuraghe ed i betili che verosimilmente segnalavano gruppi distinti di sepolture. Un apparato monumentale ostentativo di grande rilievo che vede nella statuaria umana il suo aspetto più significante, e per cercare di comprenderlo appieno dobbiamo affrontare il complesso e dibattuto problema della sua cronologia.
Appare evidente che lo scavo della discarica in cui i frammenti scultorei sono stati rinvenuti fornisce dati solo sull’epoca di formazione della discarica stessa, che abbiamo già indicata tra il IV ed il III sec. a.C.. Al suo interno, considerate le modalità di formazione del deposito, si trovano ovviamente anche materiali più antichi che risalgono all’VIII sec. a.C. che indicano come la zona fosse frequentata in quel periodo. Le sepolture entro i pozzetti allineati lungo la strada si sono rivelate priva di corredo, tranne la tomba 25 Tronchetti, nella quale sono stati rinvenuti i resti di una collana con vaghi in pasta vitrea, cristallo di rocca, bronzo (tra cui un frammento della lama di una lunga e sottile spada, arrotondato e forato), e un sigillo scaraboide; il corredo è stato convincentemente collocato da Minoja nel corso dell’VIII sec. a.C. (Fig. 29).
Altri dati desunti dall’analisi stratigrafica interessano la situazione delle tombe più antiche, quelle spostate ad Est del filare monumentale. Ceramiche rinvenute sia in alcune sepolture che al di sotto di piccole massicciate in pietra che ricoprivano alcuni gruppi di pozzetti portano ad una datazione che oscilla tra la parte terminale del Bronzo Finale e la prima Età del Ferro, sembra con una maggiore presenza di oggetti riferibili a questa fase, che trovano un sostanziale riscontro cronologico con la datazione del vano B, cui abbiamo accennato sopra.

Sono stati poi condotti esami di datazione al 14C su resti ossei di alcune tombe. Quelli pertinenti alle sepolture degli scavi 1975-19793 direi che sono scarsamente affidabili, in quanto le ossa non furono prelevate con le indispensabili modalità di attenzione alla non contaminazione dei reperti, e la loro vita nei depositi, con vari spostamenti in contenitori non sterili, prima delle analisi rendono poco cogente l’arco cronologico indicato.
Ma anche i risultati delle analisi successive invitano alla prudenza. Sono state infatti effettuate numerose datazioni su reperti dalle tombe e dalla zona circostante che avrebbero dovuto fornire un arco di tempo di datazione assoluta. Purtroppo, come riconosce con obiettiva chiarezza Alessandro Usai, le risultanze di queste analisi vanno prese con molta, ma molta, cautela, per evidenti incoerenze. Ad esempio: due analisi ripetute sullo stesso reperto nello stesso laboratorio hanno restituito date distanti fra loro di circa 100 anni; le date offerte da tombe strati- graficamente omogenee sono risultate diverse tra loro; alcune datazioni sono poi assolutamente inattendibili, quale quella di una tomba a pozzetto del tipo più antico datata in piena epoca punica. Infine analisi sugli stessi campioni effettuate presso laboratori diversi hanno dato datazioni diverse. In questa situazione conviene rimanere ancorati ai dati offerti dallo scavo e dallo studio dei purtroppo pochi materiali rinvenuti, che restituiscono questa sequenza, ancora con larghe lacune, come se di un libro ci rimanessero l’indice, alcune pagine isolate e qualche gruppo di pagine consecutive, da cui ricavare l’intera storia.

È ovvio, ma appare opportuno e doveroso ribadirlo, che la ricostruzione presentata non pretende di essere “verità rivelata” fissa e immutabile. È solo un’interpretazione basata sui dati finora a disposizione e su quanto sappiamo dell’ideologia di diverse strutture sociali del Mediterraneo in questo ambito cronologico. Non è detto che future indagini non possano portare a modifiche e mutamenti, ma questo rientra nel normale processo scientifico: quanti più dati abbiamo, più siamo in grado di ricostruire le situazioni antiche, di cui riusciamo ad avere unicamente frammenti .

Miti e leggende moderne

Il grandissimo clamore mediatico suscitato dalle statue di Monti Prama deve la sua origine da diversi motivi ed ha avuto esiti differenziati, utili e corretti taluni, sinceramente discutibili altri. Non rientra nelle mie competenze discutere a fondo dell’aspetto sociologico della ricaduta del fenomeno Monti Prama nella situazione sarda contemporanea; questo travalica le mie conoscenze e chi è interessato al problema potrà utilmente leggere i migliori contributi apparsi su questo argomento ad opera di Roberto Sirigu. È opportuno, invece, fare chiarezza su alcune controversie e sfatare talune, molto diffuse, leggende metropolitane. Iniziamo dalla denominazione giganti per le statue, denominazione ampiamente contestata e di cui è stata proposta la sostituzione con eroi. Le statue sono gigantesche? In effetti no. Sono superiori alla statura umana (soprattutto di quel periodo) ma non sono gigantesche. Il significato di “giganti” non è riferito tanto all’apparenza fisica, ma a come venivano percepiti i defunti e la loro rappresentazione da chi attraversava la necropoli. Una diffusa diceria è la narrazione, da molti (troppi) condivisa, di come le statue siano state nascoste a tutti e occultate nei depositi del Museo di Cagliari per oltre trent’anni. Abitualmente si dice che ciò è stato fatto per tenere nascosta al mondo la scoperta più importante del secolo che illuminava la grandezza della civiltà sarda. In tutto ciò non esiste praticamente niente di vero…

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La statuaria di Monti Prama – Aspetti e problemi (2) Leggi tutto »