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Letteratura: conquista dell’uomo

In 3000 anni di storia Sumeri, Accadi, Babilonesi e Assiri esprimono la loro grande tradizione mitologica e religiosa attraverso migliaia di testi cuneiformi che ci offrono un quadro molto ampio e complesso della loro letteratura. Il termine Mesopotamia (fra i fiumi), indica la terra fra i bacini idrografici dei gran- di fiumi Eufrate a ovest e Tigri a est.

In questo territorio si sviluppa precoce- mente quel fenomeno poi chiamato “Rivoluzione neolitica”: domesticazione di piante e animali, rapida aggregazione urbana: prima piccoli villaggi e poi formazione di grandi città.

Le condizioni ottimali per la coltivazione dei cereali di- pendevano dal regime delle precipitazioni atmosferiche che in questo territorio erano e sono insufficienti, dunque fu necessario ideare grandi opere di irrigazione e canalizzazione artificiali per attingere l’acqua dai due fiumi.

Queste abilità presumono l’intervento di personaggi con capacità organizzative e di comando, che daranno origine a società controllate e guidate da caste dominanti.

Quella società stratificata poneva al centro del potere il “Tempio” o il “Palazzo”, che immagazzinano scorte alimentari, materie prime e prodotti artigianali, la cui distribuzione alla comunità è controllata e pianificata.

Ora nasce l’esigenza di tenere i conti, codificare e prendere nota di movimenti, merci e beni. Il materiale usato per liste e annotazioni amministrative sono l’argilla e lo stilo, materiali abbondanti nel Paese del limo e delle canne.

Rilievo assiro in alabastro che ritrae Gilgamesh, VIII secolo a.C

A questo scopo sono ideati, già a partire dal Neolitico (10.000 anni fa), piccoli gettoni d’argilla (contatori) che servono per comunicare informazioni precise su quantità e qualità dei prodotti e delle risorse. Questo sistema durerà a lungo, almeno per 5000 anni, fino ad arrivare alla semplice scrittura su tavolette piane di argilla fresca e il loro scopo rimane a lungo nell’ambito dell’amministrazione e della contabilità.

Quando finalmente scrittura e operazioni contabili si separano, intorno al 2700-2600 a.C., si compongono testi storici, religiosi, legali, scolastici e letterari, inclusa la poesia. In particolare, si ha una sorprendente fioritura della letteratura.

La tradizione orale, elaborando riflessioni approfondite, è fissata con la scrittura in componimenti di grande respiro, profondità e pregio letterario. Nascono i miti nei quali gli uomini creano risposte: gli dei e i loro conflitti, l’origine del mondo e dell’uomo, la creazione dell’universo, tale da assicurarne il perpetuo funzionamento, il senso della vita, le disgrazie, i problemi posti dal male, l’inevitabilità della morte.

La Mesopotamia, terra dei Sumeri prima e degli Accadi di origine semita poi, è popolata da mille e più divinità, il mondo è il loro dominio e gli uomini sono sudditi, servitori.

Statua in alabastro della dea Ishtar che indossa un mantello e un copricapo di vello di montone. III millennio a.C

Esse possedevano, amministravano e governavano come re. Un pantheon sterminato, popolato sia dagli dei principali, fondatori e protettori delle città-stato, sia da un gran numero di divinità minori a protezione d’ogni attività umana, dal lavoro del contadino e dell’artigiano, coi loro attrezzi, alle funzioni del sovrano.

Gli dei erano visti come esseri superumani, dotati di poteri ultraterreni, ma anche di tutti i difetti di uomini e donne.

Erano immaginati come esseri possenti e di enorme statura; erano intelligenti e astuti, anche se potevano essere ingannati; garanti della giustizia e dell’ordine costituito ma capaci di azioni discutibili o im morali; pativano lo sconvolgimento delle passioni, della gelosia, dell’odio e della lussuria, i morsi del- la fame e della sete come gli esseri mortali.

Le divinità più importanti erano l’espressione della natura e dell’ordine cosmico. Il dio supremo, An, “l’In Alto” o “Cielo”, governava la parte superiore dell’Universo.

Enlil “Signore dell’Atmosfera”, sovrano del Mondo di Mezzo, dove vivono gli uomini, cioè la Terra coperta dalla Sfera Celeste, sospesa sulle acque primordiali e percorsa dai soffi dei venti cosmici, alito vitale della Terra stessa.

Enki “Signore dell’Apsu”, l’abisso di acqua dolce, l’oceano sotterraneo che regge l’intero universo (in pratica, la Mesopotamia), è il mediatore fra la sfera divina e l’umanità: è benevolo, giusto, intelligente, lungimirante, creativo, scaltro e ragionevole, è il dio più vicino al genere umano, somigliante all’uomo ideale e perfetto.

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Vandalusia di Sardegna

Vandali storici e Vandali odierni

Dei Vandali storici sappiamo molte cose: partirono dal regno fondato in Africa guidati dal re Genserico nel 455 d.C., si stanziarono in Sardegna per proseguire verso Roma, decadente capitale imperiale, che saccheggiarono nello stesso 455.

Erano Germani, provenivano dalle rive del Baltico (tra l’Oder e la Vistola), quindi si spostarono in Pannonia (409) per poi invadere la Gallia e la Spagna (La Vandalusia , oggi Andalusia).

Passato lo stretto di Gibilterra (428), si fusero con gli Alani (erano Irani o Ariani), divenendo potenti al comando di Genserico.

Il loro regno si estendeva lungo l’ex provincia romana dell’Africa mediterranea, da Gibilterra alla Cirenaica (attuali Marocco, Algeria, Tunisia e Libia, cui presto di aggiunsero la Sicilia, le Baleari e la Sardegna).

In quest’Isola misero piede nel 455 quando, sempre al comando di Genserico, volsero le prue verso Roma (455), che fu saccheggiata.

Volendo dare credibilità a certe raffigurazioni pittoriche del “sacco di Roma” vandalico, si dovrebbe credere – senza prova – che allora fu trafugata la menorah aurea, tenuta a Roma dopo la distruzione del tempio a Gerusalemme

Imperversarono in Sardegna per circa 80 anni, fino alla sconfitta subita dai Bizantini nel 534.

Nessun monumento di rilievo restò nell’Isola dalla loro azione di rude spoliazione, ma è indubitabile che anche loro seppellissero i defunti con una modalità che da diversi anni tende a delinearsi attraverso tombe dalle caratteristiche assai essenziali e, in modo analogo – è verosimile – seppellirono i depredati isolani, superstiti della Roma famelica.

Il loro nome, tutti sanno, ha l’accezione di incolti, rozzi e violenti, quali furono. Seguivano, però, la dottrina cristiana, secondo i dettami dell’Eresia Ariana.

Significativa la novella di L. Pirandello, dove l’umorismo e il sarcasmo della vita cade su un docente erudito. Assai miope, costui tenne una memorabile Letio Magistralis avverso l’Eresia Ariana, nella sua aula sempre deserta, ma il giorno, per l’irresistibile richiamo della detestata e “oscura” eresia, era invece gremitissima … di soprabiti lì posati casualmente, in un giorno di forte pioggia (in Novelle per un anno, (1937e 1938), postuma).

Veri Vandali e loro emuli odierni, per incultura e genetica, hanno sempre parassitato la società civile.

L’archeologia, nel suo piccolo, ne “parla”, lamentando cicatrici quali esiti di malefatte segnalate, con pervicace cadenza, nelle pagine di Sardegna Antica C. M..

Da tempo però si dà anche conto di rinvenimenti o rivisitazioni su certi monumenti dalla “strana” consistenza, collocabili tra il “ciclopico e l’approssimativo”; essi figurano già nella fantasiosa, “obbligatoria”, letteratura universitaria del dopoguerra, i cui autori “attinsero” in modo discreto (= s’appropriarono in silenzio) – serpeggia la certezza, di certe pubblicazioni del primo Novecento, (una in italiano e tre in inglese), dell’archeologo Duncan Mackenzie, scozzese di buon scotch.

D. Mackenzie

Di D. Mackenzie si conosceva una breve pubblicazione della rivista usonia del 1908, tradotta in italiano dal direttore della British School di Roma, utilizzata come biglietto da visita per fare cassa (convogliata a Londra) per la loro attività di “esplorazione” (periodo coloniale).

Altre tre pubblicazioni erano in inglese e qualche docente se le fece tradurre (fino all’8 settembre del ‘44 si masticava il tedesco). Alla ripresa univer- sitaria, uno scritto del 1910 fu ritenuto particolarmente “fruttuoso” per gli accademici cooptati del secondo dopoguerra, dopo le distruzioni belliche, il vuoto culturale e lo sgomento lasciato dalle leggi razziali, pure acclamate da neo docenti universitari che s’avvantaggiarono della situazione.

Comunque Mackenzie morì nel ‘35; in Sardegna non lo conosceva nessuno e all’università dei miei tempi i docenti si guardarono bene dal consigliarci o procurarci le sue letture: neanche era citato alle lezioni. Era “pascolo riservato” come le fanciulle… “riservate al sovrano”. Ora è tutto più chiaro

Definito “allievo” della British Scool di Roma, in quel momento storico aveva molti motivi per affermare le sue riflessioni: quelle stesse che artigli “padroni”, ingordi, presero dai suoi scritti, in mancanza di studi personali. Presero le sue inferenze e i buoni schemi, per lui realizzati dall’architetto Newton.

Quei disegni sono ancora utilizzati, per cronica mancanza di nuovi apporti (ché gli archeologi indigeni non sanno rilevare i monumenti, né disegnarli e… manco li conoscono).

C’è da dire che i non pochi errori di Mackenzie derivavano dall’inesperienza con i monumenti dell’Isola selvaggia (peraltro, malgrado i trattatelli onirici e gli scritti “autorevoli” di molti, tra Ottocento e Novecento, nessun accademico li conosceva, proprio come accade oggi.

I monumenti dell’Isola “sconosciuta” hanno varietà e particolarità che egli non poteva immaginare malgrado i suoi scavi, a Filacopi, e prima ancora, con A. Evans nell’Egeo, a Micene e a Cnosso.

Dunque Mackenzie ha molte scusanti per gli svarioni delle sue esegesi, magari un po’ meno per i granitici preconcetti mutanti, che lo indirizzavano tra uno scritto e l’altro.

In concreto egli descrisse anche alcuni monumenti culturalmente “intermedi” – secondo lui – tra dolmen e domo de janas, tra dolmen e tombe di giganti, ma diede anche saggi di lettura su alcuni nuraghe.

Quasi tutto ormai fa parte integrante dei manuali universitari detti, ma non alla di lui gloria e memoria, ma d’altri nomi che hanno fatto epoca e che pensavano anche di meritare le medagliette di carta che andavano appiccicandosi al petto (¡l’archeologia era roba di quei Mazzarò! Avrebbe convenuto Verga).

È meglio chiarire che il lesto-prestito, omertoso, non di vantaggio si rivelerà, ma – alla lunga – sarà per loro di grande e disonorevole svantaggio.

Menhir di Biru ‘e Concas (Sorgono)

Fra i detti monumenti figurano – per i prof attuali – una dozzina di dolmen e come tali da loro collocati nel Neolitico: a ben vederli sono apprestamenti essenziali, senz’arte, fatti con pietre brute e di recupero, spesso gravanti su monumenti ben più antichi che, di per sé, se saputi leggere, offrono riferimenti di cronologia relativa, quantomeno, e comunque allontanano dalle sirene del Neolitico

Per l’archeologia, ben si comprende, le sepolture sono molto importanti, non solo per le civiltà più ricche, ma anche per le culture (= popolo, in Antropologia) più essenziali.

Testimonianze architettoniche (o tipo tombale) o scrigni di ritualità e talvolta di contenuti religiosi, sono testimonianza di chi le produsse. Questo vale anche per i Vandali, che in Sardegna null’altro – parrebbe – abbiano lasciato di sé e della loro violenta società di cavalieri transumanti e grassatori; nell’Isola queste tombe, riconosciute ancora da pochissimi, furono e sono ritenute “dolmen neolitici”, nientemeno, a segno di una sostanziale incapacità di “leggere” le architetture e le loro tecniche costruttive.

L’errore, non da poco, è triplice: limiti nell’approccio conoscitivo in architettura preistorica; limiti culturali; solenne strafalcione cronologico (¡4000 anni di deriva!).

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  • Biru ‘e Concas (Sorgono)
  • 2. ¡Vandali di Stato, per esempio! – grotta Pirosu o Su Benatzu (Santadi)
  • 3. L’ultima dei Vandali – S’Ena ‘e sa Vacca (Olzai )
  • 4. Vandali e “vandalate”di casa nostra – Monte Baranta (Olmedo)
  • 5. Da Biru ‘e Concas a Monte de S’Abe

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Numero 56 – II Semestre 2019

Disponibile da Gennaio 2020, il nuovo numero 56 di Sardegna Antica

In prima di copertina: Portale di Persepoli, Iran, custodito dalla presenza imponente di poderosi lamassu.

Descrivere il passato della Sardegna come si vorrebbe sia stato (anche se lo si vuole fortemente), è azione ipocrita, infondata, antistorica, ascientifica e vergognosa.

Certi furbi descrivono storie e vicende proprio come i loro “seguaci” desiderano: lo sanno bene.

Vogliono solo vendere i propri libri o “comprare” voti, acquisire fama, soldi, simpatie e vantaggi, inviti a feste (anche inventate ad arte), sagre, congressi vari, presentazioni e manifestazioni… tutte occasioni per vendere “libri zeppa”, solo buoni per fermare tavoli pencolanti.

La linea di Sardegna Antica è invece quella di combattere le malefatte, le inesattezze, le stupidaggini archeologiche o storiche ecc., senza quartiere né remore di sorta.

D’ora in avanti contiamo di stigmatizzare meglio i soprusi e i danni perpetrati a danno del comune patrimonio culturale e monumentale sardo, chiunque sia l’attore e di qualsivoglia levatura e “autorità acquisita”, senza eccezioni.

Questo vale per la recente (e antica) denuncia a carico dei menhir di Bidu ‘e Concas (non sono chiari gli intenti, ma c’è qualche fondamento), mentre rimandiamo alle passate denunce, come pure alle future che ci premureremo di segnalare ai lettori e… alla magistratura (non se ne può più di gravi scempi e abusi di certe mancate spose).

Combatteremo anche con recensioni di libri, specie se inutili, costosi e spesso finanziati con fondi regionali.

[………..] Leggi l’Editoriale completo di Giacobbe Manca

Sommario

  • La grande statuaria – Inquadramento generale – Maurizio Feo
  • Vandalusia di Sardegna – Giacobbe Manca
  • Dalle penne alle pinne – Maura Andreoni
  • Letteratura: conquista dell’uomo – Rosanna Lupieri Perissutti
  • Nuoro tra storia e letteratura – Giovanni Graziano Manca
  • Evoluzione delle cooperative sarde – Giovanni Enna
  • Quattro protagoniste del ‘900 – Peppino Pischedda
  • La Contessa di Castelvì tra eros e potere – Pietro Martis
  • Magia nera a Ortueri – Salvatore Pinna
  • Francesco Ciusa e il monumento ai caduti di Terralba – Carlo Maccioni
  • Palmenti rupestri di Ruinas – Cinzia Loi
  • La Macchina della Verità – Ignazio Figus
  • Libri & Libri
  • Editoriale

Numero 56 – II Semestre 2019 Leggi tutto »

La Grande Statuaria

È necessaria una certa pazienza al fine d’ottenere la rappresentazione completa di un quadro composito. Esso si è andato componendo in un lunghissimo periodo di tempo, in varie aree geografiche distanti tra loro e presso differenti culture, confermando alla fine che esiste un unico meccanismo creativo sottostante, che è proprio dell’Uomo.

La statuaria è solo una delle numerose espressioni dell’Arte, in particolare di quella che riguarda la scultura della pietra locale nelle sue varietà.

L’arte Italica è quella prodotta dalle varie popolazioni abitanti la penisola italiana nel periodo protostorico, tra la prima età del ferro (IX-VIII secolo a.C.) e il completo dominio di Roma (inizio del I secolo a.C.).

Per la produzione artistica precedente si parla di arte preistorica, per quella successiva di arte romana, per la quale gli influssi originali provenienti dalla tradizione artistica italica divengono solo una delle tante componenti di quella dominante Si deve guardare all’arte dello scolpire nella sua prospettiva, a partire dai primi tentativi realizzativi e quindi motivazionali. In quest’ottica i betili, i menhir e i differenti tipi di stele, tutti insieme rappresentano i primi stadi evolutivi di questa particolare espressione dell’arte.

Stele (sing. e plur. ; raro il plur. -i), lastra oblunga di pietra, ornata con decorazioni, bassorilievi, iscrizioni e sim., infissa nel terreno o poggiata su un basamento, avente lo scopo di ricordare un seppellimento (s. funeraria), lo scioglimento di un voto (s. votiva), un fatto memorabile avvenuto in quel luogo, o anche di indicare un termine di confine

A saper ben leggere le forme, i simboli e i materiali, se ne possono trarre di volta in volta preziose informazioni sulle culture che ne permisero la comparsa e ne fecero uso.

Per ciò che attiene alla statuaria, la storiografia generalmente non include nell’arte italica né quella prodotta nelle colonie greche della Magna Grecia e della Sicilia, né quella etrusca, né quella sarda che era peraltro di fatto sconosciuta fino alla scoperta delle statue inizialmente dette “Giganti di Monte ‘e Prama”, avvenuta nel 1974.

In linea di massima i popoli italici, anche sotto il dominio greco, mantennero sempre una tendenza ad un’espressione artistica meno formalizzata e più vivace e spontanea.

Questa espressività locale rimase più chiaramente avvertibile in particolare nelle popolazioni abitanti in aspre zone montane, più lontane dal contatto greco, come i Piceni o i Sanniti.

Si devono aggiungere a questi i Sardi, che certamente filtrarono gli apporti culturali esterni, scegliendo ed adottando ciò che di quelli trovavano più consoni a propri gusti ed esigenze.

È corretto credere che l’arte italica abbia avuto origine già secoli prima del IX secolo a.C., quando ci furono i primi scambi commerciali nel sud Italia, e gli esempi più chiari sono i dolmen e i menhir del Salento, insieme ai graffiti nelle grotte del Gargano.

“Autoctono” non è mai veramente nessuno: ognuno deriva da qualcun altro, altrove, cui è debitore di qualche prestito culturale e genetico

Le popolazioni che meglio svilupparono un’arte propria, sempre sotto l’influenza dei coloni della Grecia, a partire dall’VIII secolo a.C., furono gli Etruschi e i Dauni di Puglia, seguiti dai campani di Capua.

L’arte spaziò dall’architettura monumentale dei templi, come nel miglior esempio nell’area sacra di Paestum, all’uso della ceramica, della terracotta e del bronzo per sculture minori di monumenti funebri, di vasi e di statuette votive.

L’arte italica, sviluppatasi nell’VIII secolo a.C., si fuse infine con quella di Roma nel I secolo a.C. dopo le campagne di conquista dell’Urbe del III secolo a.C., partendo da Taranto, dalla Sicilia durante le guerre puniche, e infine durante le guerre sannitiche e la guerra sociale nel I secolo a.C.; i primi contatti, al livello architettonico, erano comparsi nel III secolo a.C..

Dopo l’assimilazione romana di tutto il potere italico, l’arte di tali popolazioni scomparirà con la piena unificazione politica di Roma del territorio peninsulare.

Comunicazione mediatica

È inteso che vi sia stato un obbligatoriamente lungo periodo di evoluzione dell’espressività umana attraverso la scultura della pietra.

Oggi forse nessuno si stupisce più tanto del fatto che un messaggio possa essere indifferentemente comunicato da un’immagine fissa su un cartellone, come anche da un’immagine mobile su uno schermo riflettente, o addirittura da uno schermo diafano sul quale l’immagine è trasferita da molto lontano.

Al riguardo, la tecnologia mediatica più avanzata 5.000 anni fa era la pietra incisa eventualmente colorata: ed era altrettanto stupefacente quanto lo è oggi un sofisticato ologramma tridimensionale.

Naturalmente, doveva essere grande la motivazione, per spingere all’impiego di tanto impegno e del lungo tempo necessario alla realizzazione dell’opera.

Perché fare le statue?

La simbologia rappresentativa delle statue è – in fondo – anche la simbologia dei gesti. L’espressione umana attraverso le immagini grafiche graffiate, o dipinte e quelle volumetriche sempre più corpose degli altorilievi e delle statue a tutto tondo si basa su alcune posture ed alcuni gesti ed espressioni che dovettero essere inventati. È in Mesopotamia che si codifica per la prima volta il sistema dei valori semantici legati a ciascun gesto.

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  • I Lamassu
  • Statue stele
  • Le stele lunigianesi
  • Un inciso

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Dalle penne alle pinne

Vola sull’acqua per ore, senza sosta. Può rimanere in mare aperto e perlustrarne la superficie alla ricerca di cibo per settimane, senza mai toccare terra.

Tra i luoghi di nidificazione ci sono le piccole isole del Mediterraneo e la Sardegna, lungo le sue alte coste rocciose, negli anfratti, o in tane appositamente scavate. Si tratta della berta maggiore (Calonectris diomedea), specie simbolo del mar Mediterraneo.

Il nome scientifico di berta maggiore, così come quello del genere dei grandi albatri (Diomedea) richiamano quello di Diomede, uno dei principali eroi achei della guerra degli Epigoni e della Guerra di Troia. Nel mito, Diomede assunse un ruolo fondamentale come diffusore della civiltà, specialmente nell’Adriatico dove, con due enormi blocchi provenienti dalla distrutta rocca di Pergamo, creò il Subappennino e il Gargano e, infine, essendogli rimasti in mano alcuni ciottoli, le isole Tremiti, dove si era ritirato assieme ai suoi compagni.

Dopo la sua morte, Venere, per compassione verso il dolore dei compagni, trasformò questi ultimi in uccelli, perché facessero la guardia al sepolcro del loro re, che ancora oggi continuano a piangere. Secondo Aristotele questi uccelli accoglievano con amicizia i Greci e con aggressività i barbari, come se riuscissero a distinguerli istintivamente. Sull’isola di San Nicola vi è una tomba di epoca ellenica chiamata ancora oggi la Tomba di Diomede

La berta maggiore (Calonectris diomedea) è un uccello marino di medie dimensioni, dal piumaggio bruno sul dorso, che sfuma verso il bianco sul collo e sul ventre. Ha ali strette, allungate, con una apertura alare di quasi un metro e la coda corta e rotondeggiante.

Il becco è giallo e le zampe rosate. Il suo verso caratteristico può apparire all’orecchio umano affascinante e inquietante allo stesso tempo. Udibile anche dal mare, si dice che sia proprio il canto delle berte ad aver dato origine, nell’Antichità, al mito delle sirene (foto di Massimo Picentino)

Il suo verso è molto simile ad una voce umana, o meglio al vagito di un bambino, più acuto nel maschio e più grave nella femmina. Gli Antichi conoscevano molto bene questi canti notturni che, al contempo, affascinavano e spaventavano.

Molto probabilmente è stato questo caratteristico richiamo a ispirare l’antico mito delle sirene. Ma va fatta un po’ di chiarezza. L’immagine più comune e popolare che oggigiorno si ha delle sirene è quella di splendide donne-pesce, ma in origine erano figure della mitologia greca rappresentate con l’aspetto umano nella parte superiore del corpo e di uccello in quella inferiore e in loro mancava la forte sensualità che invece contraddistingue le sirene più tarde. Le antiche sirene mitologiche greche non ammalia- vano con il corpo ma con il canto.

Cfr. Platone a proposito dell’origine delle cicale e del loro dono del canto “[…] invece (le cicale) vedano che dialoghiamo e le oltrepassiamo navigando, come davanti alle Sirene, senza farci affascinare […]” (Plat., Phaidr. 258-59).

Esse incantavano i marinai, che, se incautamente sbarcavano sulla loro isola (che secondo Omero si trovava presso Scilla e Cariddi, ma secondo altre versioni sotto l’Etna o al largo di Terina) vi morivano.

Le sirene promettevano agli uomini di svelare tutto ciò che accadeva o era accaduto sulla terra, li invi- tavano “a sapere più cose”, li portavano a una co- noscenza onnisciente e talmente totalizzante da far dimenticare loro perfino i legami familiari, cosa condannata dallo stesso Omero, tanto da fargli descrivere la loro isola come mortifera e disseminata di cadaveri in putrefazione.

moglie e i figli bambini gli sono vicini, felici che a casa è tornato, ma le Sirene lo incantano con limpido canto, adagiate sul prato: intor- no è un mucchio di ossa di uomini putridi, con la pelle che raggrinza“ (Hom. Od. XII,39-46).

Immagine in apertura Napoli, Fontana di Spina Corona: la sirena Partenope (copia del XX secolo dell’originale del 1498 circa) in procinto di spegnere le fiamme del vulcano Vesuvio con l’acqua che le sgorga dai seni (foto di Monia Noviello)

Le sirene tentarono anche Odisseo/Ulisse che, pur di ascoltare il loro canto si espose al pericolo facendosi legare all’albero della nave, senza farsi tappare le orecchie con la cera, come fece fare ai suoi compagni su suggerimento della maga Circe.

Nel XX secolo, in un racconto di una pagina soltanto (Il silenzio delle sirene, Das Schweigen der Sirenen, 1917), il genio letterario di Kafka sembra volerci dire che Ulisse si sia difeso non tanto dal canto delle Sirene bensì dal loro silenzio. Il canto delle sirene era noto a tutti nell’ Antichità e non sarebbero certo bastate una corda e dei tappi di cera per le orecchie per sfuggirvi.

Impegnato a distribuire tappi di cera e a sistemare corde intorno all’albero maestro, Ulisse non si accorge che le Sirene fissano lo sguardo nel riverbero dei suoi grandi occhi e dimenticano di cantare. Ma le Sirene hanno un’arma che è ancora più terribile del loro canto, ossia il silenzio che Ulisse scambia per il canto da cui pensa di proteggersi.

Egli vede di sfuggita, mentre la nave passa davanti al loro scoglio, i loro occhi pieni di lacrime e le loro bocche socchiuse e crede che ciò faccia parte del canto che, non udito, risuona intorno a lui. E proprio quando è più vicino a loro esse scompaiono alla sua vista perchè, abbagliate da ciò che avevano scorto di profondo o di terribile nel suo sguardo, non vogliono più sedurre.

Proprio Ulisse, il più astuto fra gli uomini, non si è accorto che le Sirene in realtà tacevano. O forse se ne è accorto e ha opposto a loro la sua finzione (da http://www.poesiaeletteratura.it/wordpres- s/2012/02/l-irresistibile-melodia-del-silenzio-franz-kafka/).

Omero riporta il canto: “Vieni, celebre Odisseo, grande gloria degli Achei, e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce. Nessuno è mai passato di qui con la nera nave senza ascoltare con la nostra bocca il suono di miele, ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose”.

L’origine letteraria delle sirene è proprio nell’Odissea di Omero (intorno al IX sec. a.C.), che ne cita due, senza dar loro nomi propri. Nel corso dei secoli numero e nomi variano: da due si passa a tre, poi a quattro e i nomi sono Aglaophone, Leucosia, Lìgeia, Pisinoe, Telsiope, Partenope…

[……..continua………..]

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LA CARTA DE LOGU della Giudicessa Eleonora

Eleonora d’Arborea (1340-1403), giudicessa di Arborea della famiglia dei “de Serra Bas”, assunse un ruolo di primo piano nella storia della Sardegna.
Figlia di Mariano IV (visconte di Bas: territorio in Catalogna, vicino alla città di Girona) e sposa di Brancaleone Doria, resse il giudicato d’Arborea dal 1383 fino alla morte, avvenuta durante un’epidemia di peste.

Moglie, madre, abile diplomatica e legislatrice, Eleonora d’Arborea è una delle figure femminili più importanti del Medioevo italiano (anche se avvolta nelle nebbie dell’anonimato).

Eleonora si autoproclamò Juighissa de Arbaree, in qualità di reggente del figlio Federico, minorenne. Nella seconda metà del XIV secolo, per merito della sua fermezza e perseveranza nei propositi e nell’azione, resse il confronto con la Corona d’Aragona conquistando la quasi totalità dei territori della Sardegna.

È famosa anche per la Carta de Logu (Carta de logu de Arborea; Statuto del luogo di Arborea) che è un codice di leggi, emanato dal giudice Mariano IV (1345-76) ma da lei integrato e completato nella sua forma definitiva. Eleonora ebbe il merito di introdurre nella Carta concetti innovativi per l’epoca. Redatta in volgare arborense (le leggi, di norma, erano espresse in latino), la Carta fu emanata tra il 1393 e il 1395 e restò in vigore, come legge generale della Sardegna, fino al 1827, quando venne sostituita dal Codice feliciano.

Tale codice rappresenta una testimonianza legislativa durevole della Sardegna medievale. Il testo appare prezioso e caratterizzato dalla sconcertante attualità a causa delle tematiche che affrontava (tra cui, la tutela delle donne e dei minori, la difesa del territorio, l’usura).
Il codice di Eleonora rappresentava una delle maggiori espressioni del “diritto volgare”, inteso come complesso di norme e consuetudini provenienti dalla tradizione romano-bizantina, che in Sardegna aveva assunto qualità peculiari.

Dai Bizantini ai giudicati

Nel 534 la Sardegna venne conquistata dai Bizantini e inclusa nell’esarcato di Cartagine anziché in quello di Ravenna. Come provincia dell’impero romano d’Oriente, era amministrata da uno iudex civile, residente a Cagliari, e da un magister militum, una sorta di governatore militare, che sottostava all’esarca di Cartagine.

Tale condizione si protrasse fino agli inizi del secolo IX, quando le incursioni saracene posero fine alla dominazione bizantina e la Sardegna si trovò a dover provvedere autonomamente alla propria difesa nei con- fronti dei pirati barbareschi. In questo periodo si forma- rono probabilmente i “giudicati”: Torres a nord-ovest; Gallura a nord-est; Cagliari a sud-ovest e Arborea, nella parte centro-occidentale dell’isola.

Queste nuove quattro circoscrizioni, governate da famiglie isolane strettamente imparentate tra di loro, abbandonarono le precedenti ripartizioni territoriali bizantine. Durante l’Alto Medio- evo, la Sardegna non subì alcuna dominazione e fu in grado di strutturare un modello politico proprio, decentralizzato e di tipo monarchico.

Tra il 1113 e il 1115 la minaccia saracena venne definitivamente debellata mediante l’intervento
dei Pisani e della flotta genovese. Le due Repubbliche marinare influirono, in seguito, sui destini dell’isola.
Struttura socio-economica durante i giudicati L’amministrazione del Giudicato di Arborea era centrale e periferica (affidata ai curatores).

I luoghi in cui si amministrava la giustizia erano denominati “Corone” (tribunali). Le principali erano quattro:
la Corona de “Sabios” (tribunale supremo presieduto dal giudice); la Corona de Chida de Berruda (riunione dei majorales o consiglio degli anziani; le curatorie e parte degli abitanti dei villaggi si riunivano a Oristano per assumere decisioni); la Corona de logu (indetta dai giudici) e la Corona de portu (decideva sulle controversie marittime).

Esaminando gli eventi dell’epoca attraverso le norme vigenti, affiora un contrasto fra due componenti importanti dell’economia di quel tempo: i pastori e i contadini. I giudici di Arborea, per il fatto che la coltivazione dei cereali era di primaria importanza per il sostentamento del popolo e, in particolare, delle milizie locali, assumevano soprattutto le difese dei contadini dal mo- mento che i pastori non rispettavano la destinazione dei terreni coltivati.

La struttura economica isolana del Medioevo era chiusa e curtense, basata sull’agricoltura e la pastorizia.
Tuttavia, non erano carenti delle forme artigianali vivaci, come la tessitura dell’orbace, la lavorazione dei pellami,la produzione del sale, la pesca del corallo, l’estrazione del ferro e del rame, la grande disponibilità di legname.

Anche se gran parte della popolazione, specialmente all’interno del territorio, versava in condizioni di indigenza, la Sardegna non era priva di risorse e alcune attività commerciali apparivano remunerative.

Nei primi anni del ‘300, gli abitanti del villaggio erano tenuti, se capifamiglia, al pagamento di un datium (tributo dovuto per l’appartenenza a un territorio, quindi, un’imposta personale, che tassa la ricchezza di un contribuente tenendo conto delle sue condizioni familiari, economiche, sociali); i coltivatori erano obbligati al conferimento del triticum (grano e orzo, in lingua sar- da: laore) per l’uso della terra; gli allevatori assegnavano il pecus (pegus) quale corrispettivo per il pascolo (queste ultime erano imposte reali, che assoggettano oggettivamente ad imposta i singoli redditi posseduti).

I giudici sardi favorirono l’insediamento dei pisani e dei genovesi nelle città portuali, mediante la concessione di franchigie doganali ed agevolazioni tributarie, al fine di incrementare gli scambi mercantili. In un’economia prevalentemente di sussistenza, con scambi interni per molto tempo fondati sul baratto, non si avvertiva la necessità di una monetazione indigena.

Per questo motivo, nei “giudicati”, era sufficiente la circolazione di monete provenienti dall’esterno. Fino alla presenza nell’isola degli Aragonesi, la circolazione monetaria corrente era quasi interamente composta da monete pisane e genovesi (per lo scambio con l’esterno si utilizzava il fiorino d’oro, moneta pregiata dell’epoca).

L’argento, prodotto a Villa di Chiesa (Iglesias) veniva esportato, tranne quello utilizzato per coniare monete.

Alla presenza pisana è connessa la prima moneta coniata in Sardegna nel Medioevo. Guelfo e Lotto, figli del conte Ugolino della Gherardesca, in aperto conflitto con il comune di Pisa in seguito alla sconfitta nella battaglia della Meloria, si arroccarono dentro le mura di Villa di Chiesa e disposero la coniazione di una moneta a bassa lega d’argento.

Nella Sardegna catalano-aragonese la monetazione ebbe inizio intorno al 1234, con l’emissione dell’alfonsino d’argento e dell’alfonsino minuto di mistura.3
Più o meno di pari passo nasce nell’Isola, nella seconda metà del ᾽300, una monetazione di origine giudicale, arborense, documentata da fonti storiche dell’epoca.

In quel periodo era in atto un risveglio dell’economia reale: i prodotti della terra e della pastorizia abbondavano e venivano esportati nella penisola italiana, in Francia e in Spagna, sovente con navi condotte da marinai sudditi del giudicato d’Arborea. La moneta arborense (il denaro), introdotta nei primi anni dopo il 1390, corrispondeva al progetto politico di disporre di risorse finanziarie proprie necessarie a sostenere le ingenti spese di una attività governativa, che aveva mire espansionistiche, e di possedere mezzi monetari diversi da quelli in uso nello Stato nemico.

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LA CARTA DE LOGU della Giudicessa Eleonora Leggi tutto »

CRONOLOGIA MISTICA

Pieghe mentali e mancata Scienza di Giacobbe Manca

É una questione di credibilità.

Molti, troppi indizi consentono dubbi sulla strana cronologia del Nuragico attualmente utilizzata in Sardegna e, incredibile a dirsi, viene pure presa sul serio dagli studiosi italiani e persino dagli europei: credo in buona fede e per mancanza d’altro.


La questione è molto, direi troppo importante per lasciarla correre. Specialmente per i molti guasti che derivano da una periodizzazione attualmente diffusa “in ambiente”: alquanto miope, a mio vedere.
Di fatto s’ingenerano errori, perdite di tempo, spreco di carta e inchiostri, in ricercatori che assai meglio potrebbero impiegare il loro ingegno in cose più costruttive.

Per associazione di idee, esco dal vago ed entro nel velleitario, penso alla presunta scrittura nuragica, che a iniziali tratti di stimolo lascia il campo a pedanti e caparbie posizioni speculative.

Penso che se il nuragico non fosse ridotto dalla cosiddetta accademia a quel “calderone” smodatamente ampio e accomodante, molte ambiguità sarebbero non solo superate, ma non sarebbero state neanche intraprese:
uno scritto più o meno vago o proponibile, databile a un’avanzata Età del Ferro, per esempio, in nessun modo potrebbe essere ritenuto e preteso come nuragico, se fosse finalmente chiaro a tutti che la detta, straordinaria epoca dei costruttori di nuraghe, si era già conclusa da secoli prima.

Si tratta di voler vedere e accettare, secondo scienza – per metodo – e non per schieramento di una o altra tifoseria.

Per questo ho da tempo il desiderio struggente di ripercorrere le tappe che hanno visto i presunti ricercatori archeologi predecessori alla scrupolosa ricerca del quadro cronologico in cui calare le vicende
preistoriche della Sardegna.

Si tratta, insomma, di chiarire come si è giunti infine a determinare quella
griglia del tempo nuragico e, per capire, quale valore scientifico essa possa avere: un esercizio che sarebbe salutare anche per le povere università isolane, dove “la cosa” è rifilata agli allievi come garantita, in virtù di altere posizioni dogmatiche (gli archeologi sono tutti “credenti”) e sottaciuta nella sua intima dinamica compositiva (prendere o lasciare: a scatola chiusa, senza spazi per dubbi).

Sarà un impegno gravoso, lungo e paziente, forse tedioso, e per questo da anni tengo “lontano da me questo calice amaro”.

Col passare del tempo, però, è divenuto necessario e persino urgente, quagliare argomenti solidi per uscire dalle molte facce dell’ambiguità,
con cui sono costretto a confrontarmi.
Per principiare il gravoso excursus storiografico, credo sia opportuno andare rapidi sui calcoli fatti dal canonico G. Spano nel suo trattatello sui nuraghe.


1 Egli propone date assolute incontrollabili, ma garantite dalle discendenze bibliche, ¡da lui interpretate!
Nei popoli Caldei, che si dispersero tra Siria e Palestina, egli individua i costruttori dei nuraghe.
Non condivide l’Arri, secondo cui quei medesimi (G. Spano, Memoria sopra i nuraghi di Sardegna, 1854-1867, p. 48.) transfughi edificarono i nuraghe solo verso il 1546 a.C. (sic!), ovvero quando lasciarono la Palestina per l’occupazione di Giosuè.

Egli afferma, invece, che tutto dovette avvenire prima di Abramo, tra il secondo e il terzo secolo dopo il diluvio universale: esattamente 292 anni dopo quell’evento (sic!), ovvero 2322 anni prima di Cristo (ancora sic!).

L’ispirazione architettonica fu data dal naïve impegno edile di Caino, il quale edificò una città turrita [s’intenda una torre città] e la chiamò Enoch, come il suo figlio maggiore.


Si può convenire che i dati sopra enumerati siano un tantino sospetti, ma comunque interessanti: non posso fare a meno di notare una “straordinaria” vicinanza della data dell’Arri con quella più attuale fornita oggi dalle scuole universitarie quella dello Spano non poté essere accolta dall’accademia:¡troppo mistica!)
ma le convergenze potrebbero essere casuali.


La successiva sintesi, ben più moderna, venne circa un secolo dopo da Massimo Pallottino.

2 Egli propone uno schema a larghissime maglie; accetta la diffusa opinione che il Nuragico si debba ascrivere all’Età del Bronzo (¿perché? – ¡non è dato sapere!).

Stando a questa ferma visione, i primi nuraghe risalirebbero a un “certo tratto” dell’ampio ventaglio di secoli compresi tra il 1500 e l’800 a.C., nel quale s’affaccierebbero la fine dell’Eneolitico e l’avvio del Bronzo…


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LA GUERRA PIÙ ANTICA

Premessa Alla domanda: “Qual è la guerra più antica?”, la risposta più corretta sembrerebbe essere: “Quella del 2.700 a.C., vinta da Sumer contro l’Elam, in cui Enembaragesi, re di Kish, spogliò gli Elamiti di tutti i loro possedimenti”.
Fu certamente una guerra tra due popolazioni ricche e stanziali ormai da vari millenni. Ma fu solo la prima riportata per iscritto dagli annalisti: e certamente fu preceduta da mille altre…

L’evidenza archeologica di “guerra” più antica in assoluto appartiene al sito di Jebel Sahaba, nell’odierno Sudan settentrionale ed è datata attorno ai 12.000 anni prima di Cristo. Quegli antichi resti d’esseri umani uccisi in azioni violente di guerra, ottennero un’accurata sepoltura nel vicino cimitero di Qadan: ciò lascia intuire che una popolazione già stabilizzata e non più nomade, ebbe modo e tempo di provvedere a sepolture tradizionali. Ciò conferma la “regola” della sedentarietà che causerebbe la guerra.

Il problema In questi ultimi anni, si assiste ad un tambureggiante crescendo rievocativo delle presunte grandezze culturali, marinare e militari dei Sardi del passato.
Più spesso si tratta d’iniziative d’entusiasti “non addetti ai lavori” (come chi scrive questo articolo, s’intende!), ma talvolta persino di aventi diritto, con tanto di titolo d’archeologo.
Si può fare un po’ di chiarezza?
…LEGGI L’INTERO ARTICOLO NEL N° 52

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LA CENA DELLE ANIME

Un’osservazione filmica della tradizione sarda nella Notte dei Morti
di Ignazio Figus

“La notte del 2 novembre si mangiano di prammatica “sos macarrones de sos mortos” (i maccheroni dei morti).

Prima di porsi a letto le famiglie preparano sulle mense un gran piatto di questi maccheroni, che sono destinati ai defunti parenti.
Le anime entrano alla mezzanotte nelle case, girano intorno alle mense imbandite, e se ne partono quindi saziate dal solo odore delle vivande.

Se invece non si prepara alcun piatto, i morti se ne vanno via sospirando…” .

Questo scriveva nel 1834 il poeta, giornalista e folklorista, Giuseppe Calvia Sechi nella Rivista delle tradizioni popolari a proposito delle usanze familiari logudoresi in occasione della commemorazione dei defunti.

Nelle note relative a questa descrizione lo studioso ci informa che: “È un ricordo evidente del culto dei morti in Grecia e in Roma…” e ancora “Pare di assistere alla scena di Tiresia e delle anime vaganti attorno al fosso scavato da Ulisse, e descritto da Omero nell’XI dell’Odissea…


Questa relazione vivi – morti evidenziata dal Calvia, sembra dunque sottolineare una ricerca di risposte a interrogativi eterni che riguardano la vita e la morte e il nostro rapporto con esse.

I defunti, in qualche modo, non sono separati dalla comunità, ma continuano a farne parte ed è necessario sfamarli, oltre che imparare ad ascoltarli traendo insegnamenti per il prosieguo della nostra vita.


Il culto dei morti è un elemento centrale nella cultura popolare della Sardegna. Rappresenta indubbiamente uno dei temi classici dell’antropologia e trova nell’Isola (e nel meridione d’Italia) espressioni ancora vitali e analizzabili…


…LEGGI L’INTERO ARTICOLO NEL N° 52

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UN METODO PER L’ARCHEOLOGIA

“Spallate d’autore” o Faulabberu”
di Giacobbe Manca

¿Quale Archeologia?
Desideri e Clima avverso
L’obbiettivo è scrivere di ricerca in ambito preistorico senza ripetere amenità trite; voglio percorrere una strada nuova per la ricerca in Sardegna, aperta nell’ambito dell’Architettura Preistorica, oltre le stucchevoli convinzioni riportate in manuali obbligatori, nati stantii. Puntare l’obiettivo sulle tecniche non riscuote i consensi dovuti, ma sono ineludibili anche se subdolamente evitate, finora. Introducendo gli argomenti tecnici penso sia cosa buona e giusta eliminare macerie e cianfrusaglie fin qui prodotte dai tanti “padroni” dell’Archeologia in pagine assai lontane da una qualche parvenza di scienza.
Si tratta di lembi stucchevoli di un folklore archeologico tutto sardo.


L’Architettura e le Tecniche Preistoriche si apprendono in specie sul campo, studiando di persona molti monumenti, cui si sommano gli apporti di operai intelligenti, laureati alla scuola dell’esperienza artigiana: sono cavapietre, scalpellini e costruttori di veri muri a secco (solidi), che, per fortuna, mi hanno accompagnano agli scavi.
Con giuste conoscenze si fanno i passi nella ricerca di settore, ben oltre l’attuale storiografia, ricca di contraddizioni e molte amenità. Eppure, gli addetti hanno sempre attinto a quella, acriticamente.
Il loro “attingere” (¡incredibile a dirsi!) lo definiscono “metodo
storico”; di fatto sono tristi sottrazioni di pensieri altrui.
Il cosiddetto “metodo” degli accademici, infatti, è solo un sotterfugio attuato da chi fruga nelle tasche altrui, non fa ricerca scientifica e, poveretto, in concreto non sa leggere un monumento.
E le fantasie accademiche sono chiamate scienza!

Misera tempora cucurrunt
A considerare la consistenza delle conoscenze tecniche
possedute da ampia parte degli Archeologi di Sardegna, dopo “soli” due secoli d’indagini così “autorevolmente reclamizzate”, viene lo sgomento.
Tralasciamo i pochi lumi del ‘700; sorridiamo sulle menate fenicio-egizio-pelasgiche ottocentesche; soffriamo per i penosi strascichi del primo Novecento (fascismo, leggi razziali, ecc.); smaltiamo la decadenza da contagio e nepotismo dei lustri postbellici, forse ineludibile, che purtroppo continua fino a oggi e appare chiaro che non di vizi epocali s’è trattato ma di secolari “carenze vitaminiche”.
Questa sarda è da sempre una terra di rapina dove l’assenza di metodo è cronica (specie nelle dissimulate procedure d’indagine archeologica). ¡Si tratta, credo, d’intellettuali carrieristi, straniti per gli immeritati scranni su cui sono assisi! Forse però c’è anche altro…
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