Per primo, del nuraghe Voes pubblicò nel 1910 l’archeologo scozzese Duncan Mackenzie.
In Sardegna, da ormai un lustro il giovane archeologo Antonio Taramelli operava a Cagliari. Di vasta cultura classica, succedeva al Patroni nella direzione delle an- tichità sarde, in quanto esperto e figlio d’arte (il padre Torquato – bergamasco – era un noto geologo, docente a Pavia dal 1875). In quell’avvio di secolo, nel programma degli studi an- tropologici promossi in ambito mediterraneo (anche a Malta, Corsica e Baleari), la British School di Roma aveva deciso, sotto l’egida dei suoi potenti agganci politici, d’intraprendere lo studio dei monumenti preistorici dell’isola ritenuta selvaggia, ancora sostanzialmente sconosciuta.
L’appassionato Francesco Nissardi, tecnico della règia soprintendenza, da tempo sapeva di questo straordina- rio monumento e nell’autunno del 1906, con liberalità, lo fece conoscere proprio al ricercatore inglese e all’architetto disegnatore F.H. Newton, solito compagno di viaggio, durante la prima delle sue diverse visite fatte in Sardegna. Nissardi, già allievo dello Spano, fece parte ai due inglesi anche della propria esperienza e dei primi rudimenti tecnici conseguiti col personale studio dei monumenti nuragici.
Fu così che la consistenza architettonica del grande e composito edificio di Nule, che custodisce una percorribilità interna “inusitata”, unitamente all’austerità dell’estetica e alla solidità, furono puntualmente sottolineati da Mackenzie… LEGGI L’INTERO ARTICOLO NEL N° 49 IN EDICOLA
A partire da oggi è in distribuzione il n° 49 della rivista “Sardegna Antica – Culture Mediterranee”. Nei prossimi giorni potrete acquistare la vostra copia (al consueto costo di 3 €) nelle principali edicole della Sardegna.
“Lettere al Direttore” “Libri & Libri” di Gonaria Manca “I viaggiatori italiani e stranieri in Sardegna” di F. Casula “Curiosità archeologiche” di G. Manca
Anche a giudicare dai soli poveri resti superstiti, era certo una tomba di giganti notevole, non tanto per le dimensioni quanto per l’importanza scientifica.
Consistenza della tomba
Attualmente, blocchi sporadici e pochi ortostati evocano un cenno dell’arco frontale che delimita l’esedra e alle spalle ciò che resta del tumulo; frammenti della stele frontale con cornice, sparsi lì davanti – non coerenti – attestano la sua arcaicità, mentre un grosso parallelepipedo ben lavorato, dall’apparente ruolo d’architrave “caricaturale”, mostra al centro della base un incavo: una sorta di archetto scalpellato, basso e appena marcato, la cui posizione richiama l’accesso alla camera.
Al suo colmo, nello spessore, l’insolito blocco appare lavorato con una lieve cuna nella lunghezza e nella larghezza, evidentemente predisposta per accogliere blocchi sovrastanti di forma congruente, così come si vede nelle tombe “a filari” ben lavorate.
Il parallelepipedo ha lati arrotondati e appare ricollocato in modo approssimativo. Ora è inclinato verso il retro e poggia al suolo sulla terra: dunque non è in situ come taluno ha ritenuto; inoltre la sua presenza attesta una vicenda non univoca del monumento arcaico, che fu ripreso con diverse tecniche in antico e ancora spogliato forse per effetto delle chiudende dalla prima metà dell’Ottocento.
Per intendere il basso varco indicato come l’ingresso alla camera, è necessario ipotizzare anche dei sottostanti e combacianti piedritti di stipite, magari affossati. In verità, al disotto di questo blocco essi non ci sono e dunque tutti i dubbi sono confermati e accrescono il pensiero sulla incongruenza di questo concio con l’ultimo ingresso apprestato nella tomba.
L’incavo è certo in linea con l’asse della camera tombale retrostante e tuttavia, dalla casistica e dalla logica, è lecito credere che l’apparato d’ingresso doveva, comunque, essere attrezzato diversamente, sia nella fase arcaica sia nelle successive ipotizzate, come si può ben desumere dalla situazione superstite e dalla casistica conosciuta… LEGGI L’INTERO ARTICOLO NEL N° 49 IN EDICOLA
Costruzione della diga ed effetti socio-economici. Lungo le sponde del fiume Tirso, in località S. Chiara (Comune di Ula Tirso), si estende uno dei più grandi bacini artificiali d’Europa: il Lago Omodeo,1 così denominato in ricordo dell’ingegnere Angelo Omodeo che ne fu l’ideatore.
La diga venne costruita, dopo un tratto pianeggiante e aperto a monte, su un sito che presenta una angusta strozzatura, con caratteristiche geologiche e idrologiche adatte. Il profondo dirupo ove fu elevata la diga addentellata alla montagna, fu testimone, durante i lavori, dello sforzo di sedicimila lavoratori italiani e stranieri che per un decennio – dal 1914 al 1924 – lottarono contro le insidie della malaria e della natura.
Durante la costruzione perirono circa quaranta operai (compreso un ingegnere). Tutti i lavori, con l’utilizzo della dinamite, vennero svolti manualmente (è sufficiente notare che tante donne, provenienti specialmente dal vicino paese di Busachi, trasportarono le pietre occorrenti per la costruzione con canestri poggiati sulle spalle).
Le motivazioni storiche che condussero alla realizzazione della nuova diga risalgono al 1907, in ottemperanza alla legge per lo sviluppo del Mezzogiorno, proposta dal senatore sardo e ministro dell’agricoltura Cocco Ortu (governo Giolitti) che mirava, in particolare, a una politica di potenziamento delle strutture produt- tive (capitale, lavoro, terra) mediante la produzione di energia elettrica per la Sardegna e l’irrigazione agricola del Campidano oristanese.
La costruzione dell’opera fu affidata alla direzione dell’ingegnere Dolcetta e venne inaugurata il 28 aprile 1924 alla presenza del re Vittorio Emanuele III e di una moltitudine di persone… LEGGI L’INTERO ARTICOLO NEL N° 49 IN EDICOLA
Poco oltre la periferia, Sud-occidentale di Olbia, alle spalle dell’aeroporto e del castello Pedres, si può osservare ciò che resta di una bella, grandissima, tomba di giganti più spesso detta di Monte de S’Ape (ma è meglio dire S’Abe!).1 Si raggiunge facilmente, unitamente al nominato castello, dalla strada che da Olbia conduce a Loiri. Del monumento sepolcrale si osserva l’esedra lunata, ampia e incompleta come un sorriso segnato da incidenti, realizzata con una dozzina di lastre ortostate di diversa misura.
Il lungo corridoio tombale è reso con analoghe lastre e appare coperto solo molto parzialmente da pochi grossi blocchi residui, cilindroidi, in disposizione dolmenica e appaiati; esso è chiuso con una bella lastra fondale inusitatamente rotondeggiante e accuratamente lavorata nel contorno (con evidente incongruenza rispetto alla funzione rivestita), eccessiva per dimensioni e, infine, sensibilmente distante dal giro conclusivo dell’abside.
La tomba fu privata della sua bellissima stele che, certamente molto alta, l’ornava in facciata; la si deve immaginare canonica: ricurva in alto e segnata da cornici ai bordi e con un’analoga banda al centro.
Di essa resta solo lo spazio vuoto nel centro dell’esedra (come la cicatrice di un antico delitto) ad indicare una colpevole ignoranza e un’ingorda miopia, vagamente riconducibile agli inizi del secolo scorso, se non prima. Si osserva in quel tratto centrale, appena più interno nel detto varco, il basso avvio del consueto corridoio d’accesso, curiosamente sovrastato da un piccolo architrave, incongruente con l’insieme e, per sua stessa postura, assai stridente, nella cui faccia inferiore è una concavità liscissima: un’areola di tipo ben noto, che per le sue peculiarità e per l’originaria funzione sacrale definisco “preghiera”.
Considerando l’insieme di tutti gli elementi concordi sopra indicati, quali lo stile dolmenico nell’esedra e nella camera, la grande stele arcaica in facciata (ora asportata, ma presente in antico: residua in un piccolo frammento basale in situ), si può certamente ascrivere questa tomba di giganti a quelle di realizzazione più antica e, pertanto, collocabile genericamente al Nuragico Arcaico.
Alcuni degli elementi sopra notati, però, lasciano fondatamente pensare che la tomba sia stata edificata (un fatto ricorrente anche in antico) nello stesso sito dove già esisteva un precedente monumento funerario, i cui componenti ricomposti (almeno alcuni, per quanto oggi osservabile) non lasciano dubbi.
Richiamo l’attenzione sulla notata, non proprio congruente, lastra fondale di camera, sulla sua notevole distanza dal muro absidale e, infine, sul piccolo menhir segnato da “preghiera” quale improbabile architrave del basso corridoio d’accesso alla camera: chiari elementi di riutilizzo.
Non potendo meglio sondare le strutture dell’edificio ci si limita a questi tre elementi, che personalmente ritengo molto significativi, ancorché mai siano stati osservati prima, né dall’archeologa che a suo tempo condusse lo scavo archeologico e non solo, né da quanti la “studiarono” in seguito o, meglio, ne ripeterono pedissequamente la planimetria e il riepilogo dei poveri risultati di scavo3 (che diede esiti romani e moderni, non meglio circostanziate ceramiche di “tipo nuragico” (?) e piccole anse “di tipo Bunnanaro”).
Altre pubblicazioni espressamente dedicate alla Gallura esprimono, nello specifico rimando ai monumenti funerari nuragici e, dunque, anche a Monte de S’Abe, posizioni assai epidermiche e annichilite sul dato quantitativo, con inadeguati e assai impropri rimandi bibliografici.4
Ha dell’infantile, ad esempio, l’osservazione “da luminare” circa fatti architettonici sovrapposti (e l’imman- cabile ripetizione pedissequa [vedi la nota precedente] per cui si avanza una comune sorte fra la tomba di Monte de S’Abe (Olbia) a quelle di Coddu ‘Ecchju e Li Lolghi (entrambe di Arzachena).
In quello scritto, si legge, infatti, che tutte sarebbero accomunate da aggiunte architettoniche su cosiddette allées couvertes originarie (sostanzialmente si dice che le camere delle tombe in origine sarebbero state dolmen allungati) trasformate in tombe di giganti: ma questo non è proprio vero e i tre monumenti tombali richiamati hanno in comune solo lo stile dolmenico delle camere, oltre la richiamata connotazione (e quindi la cronologia) di tombe arcaiche (si ricorda, ad esempio, la cosiddetta stele “centinata” e l’esedra a ortostati).
In realtà quell’attribuzione di struttura composita notata è chiaramente corretta solo per la tomba di Coddu ‘Ecchju (che nel cuore custodisce una cosiddetta allée couverte) ma non per le altre due. La tomba di Li Lolghi conserva “aggregato” nel tratto absidale l’intero dolmen allungato originario (in nessun modo trasformato in corridoio di tomba di giganti, che ad esso viene invece addossata davanti, nel quadrante meridionale).
Ancora, il sepolcro di Monte de S’Abe ha caratteristiche del tutto diverse, mai messe in luce da cotanti analisti esperti – maldestri ripetitori di pensieri e opere altrui.
Le peculiarità notate in quest’ultima, infatti, depongono certamente per una continuità nell’uso funerario del sito, ma con un totale rifacimento degli edifici più antichi, supposti e sfuggenti (fra cui non necessariamente una allée couverte), i cui esiti non sopravvivono “inglobati nel cuore”, come genericamente si vorrebbe, ma in mimetici elementi componenti, diversamente riutilizzati nel tempo (menhir come architrave, lastra di copertura riusata come ridondante pietra fondale) e con uno spazio/iatus troppo ampio tra quest’ultima e il giro absidale.
Questa insolita disposizione è spiegabile solo se si ammette che in quel tratto, in antico, poteva facilmente essere presente un piccolo dolmen (come a Li Lolghi (?) o magari una cista litica con peristalite (di cultura gallurese): tutto ormai spazzato via dall’antico rifacimento (e forse anche da altre manovre “scientifiche” ben successive), i cui elementi dovettero essere riutilizzati nella nuova tomba monumentale, quella che già è stata ascritta al Nuragico Arcaico (come anche molti altri esempi di tombe di giganti concorrono a confermare, oltre ogni dubbio). Continua nel numero 40
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Volendo ripercorrere lo studio delle domos de janas [d’ora in poi anche domos d j.], è anche opportuno riprendere le peregrinazioni e le riflessioni del noto ma trascurato Domenico Lovisato: un geologo della seconda metà dell’Ottocento, che “s’ammalo” di Paletnologia in Sardegna proprio da quando, per ventura, incontrò le domos dj. e non riuscì a esorcizzarne il fascino.
Volle capire cosa fossero, conoscerne la vicenda culturale e cronologica, anche oltre i problemi logico-geologici che pure si ponevano e che per taluni ancora si pongono.
Egli sconfinò in una scienza in cui altri contemporanei avrebbero dovuto mostrare piglio scientifico, in assenza del quale fu spinto, quasi “costretto” a pronunciare il suo pensiero logico.
Molti addetti alla paletnologia sarda credono che ormai si sappia molto o quasi tutto di quanto sia concreto attendersi per questi monumenti così “prodigiosamente” scavati negli affioramenti rocciosi e detti domos de janas (: casa delle janas: piccole fate streghe).
Dai poveri e ben superati manuali proposti/imposti agli studenti si evincono certezze – inguaribile presunzione degli uomini – sia sulla loro destinazione (furono per certo sepolture), sia sulla posizione culturale e cronologica (furono fatte da popoli del Neolitico – almeno dal Medio in poi – per tutto il Calcolitico e fino al Bronzo Antico, se non oltre); ancora. sono presenti a ogni latitudine dell’Isola, con la sola eccezione della regione Gallura.
In realtà, pero, sono pochi gli indizi e ancor meno le prore utili a determinare un’affidabile seriazione tipologica necessaria per porre in relazione le molte specificità dei monumenti con distinte fasi culturali o popoli ascrivibili al lungo periodo su accennato.
Insomma, le cosiddette domos dj. esprimono una grande variabilità nella forma, nella dimensione e negli apprestamenti interni e ciò deve avere un senso. In esse si osservano rilievi, decorazioni con ocre policrome, simbologie, banconi, loculi, rialzi, cornici, semicolonne e altri elementi architettonici a bassorilievo, semplici o stupefacenti trabeazioni, ora con soffitti piatti o diversamente curvilinei e variamente lisciati o segnati da coppelle rituali.
Domus di Isportana – Dorgali
Talvolta le pareti sono lisce, talaltra lavorate a cavità. solchi e chiare costolature di varie larghezze.
Le cavità hanno dimensioni molto variabili: da un ambiente a vani multipli disposti in planimetrie altrettanto diverse. Ora contengono uno spazio piccolo quanto un’urna, ora una stanzina angusta, ora ambienti numerosi e grandi, anche molto ampi,”regolari” (circolari e/o quadrangolari) disposti in modo simmetrico; altre volte le camere sono molto iregolari, a lobi e nicchie o spazi diversi.
Contengono colonne semplici o istoriate con ocre o semirilievi diversi, banconi e divisori. Anche i portelli d’accesso originali, prima di eventuali modifiche per riutilizzi, appaiono diversi per forma, dimensione e disposizione: rilevati o a livello di suolo, verso tutti i quadranti del cielo.
Concentrate in quantità o disseminate su ampi territori. si ritrovano in esemplari singoli, in due o più unità vicine, fino a insiemi giustamente definibili “necropoli”, dove si contano anche decine di domos dj., talora tutte diverse tra loro.
Insomma, tutte queste varietà di forme, dimensioni e particolarità devono pure avere un senso logico che, in buona parte, deve essere ancora compreso.
Se si ritiene che tutto ormai si sappia, come sopra accennavo, penso non avrebbe più senso concreto il persistere con scritti intrisi di pedisseque e banali ripetizioni, anche quando “l’auspicata novità” consista ancora in cocci o oggetti ubicati in “stratigrafie ripetitive”, a reiterare conferme.
Vedo, piuttosto, che nessuna utile estensione dell’indagine, di fatto, sia concessa ai “contenitori” oltre una vaga descrizione, così che, le indagini restano monche. Torniamo indietro nella storiografia, dunque, a quando il complesso delle conoscenze su queste cavità artificiali era pari al chiarore di un luna, e in un antro del tutto buio o poco meno.
“Debbo segnalare agli studiosi il grandissimo interesse che ha Dorgali: la bellezza del territorio dalle montagne dolomitiche superbe, dalle foreste incantevoli, dai golfi pieni d’incantevole azzurro, di misteriose grotte sottomarine, di antri dove sfilano come in processione di ceri le stalattiti più sorprendenti. Ma soprattutto è la gente schietta, ospitale, lavoratrice, ingegnosa, che lascia in cuore la nostalgia del ricordo, quando non incatena con le malie dell’amore”.
Così il Taramelli sintetizza, in uno scritto del 1933, il suo sincero amore per l’ameno villaggio di Dorgali e per la sua gente. L’irrefrenabile scavatore dall’ instancabile piccone, con la punta sempre lucida, aveva “scoperto” Dorgali nel 1927 e da allora mostrò un evidente legame emotivo con questo territorio e con la sua gente.
Può essere utile confermare ancora oggi come l’incanto del territorio in questione permanga immutato e altrettanto può dirsi delle qualità umane di chi lo abita. Taramelli, spartano studioso di Preistoria, dovette lasciare più che un pizzico di cuore a Dorgali, giusto come per altre insondabili strade era successo anche al grande Alberto della Marmora, che nel maggio del 1823 si rifugiò presso il parroco di questo paese, dopo aver subito una grassazione ed essere scampato ad un grave pericolo di vita nella piana d’Isalle, per scoprire che due dei molti malviventi erano nipoti proprio di quel curato, che confessandone l’identità, in pari tempo glieli raccomandò perché impetrasse clemenza per loro, che erano buone anime, in fondo.
Come in un romanzo ottocentesco, appunto, quel potente magnanime intervenne a Cagliari presso il Viceré perché il reato fosse condonato e i legami umani si rinsaldarono viepiù, giacché il Della Marmora tenne a battesimo il primogenito del giovane ex bandito, che nel frattempo si era sposato.
Aveva intuito, il Taramelli, di là dalle incontrollabili pulsioni dell’animo, lo straordinario potenziale archeologico del vario e vasto, anzi vastissimo, territorio di Dorgali. Se fosse confermata la presenza dell’uomo paleolitico nella Valle di Lanaitto (Oliena-Dorgali), proprio ai piedi della Cordiglia di Tiscali (Dorgali), o altrove, lungo la costa (Grutta de Tziu Santoru?), si potrebbe affermare che ogni epoca preistorica è testimoniata in questo straordinario territorio, dipinto dai fascinosi calcari, dai diversi graniti e dal basalto a placche o a singolari colonne poligonali delle eruzioni quaternarie.
Egli stesso aveva segnalato diversi monumenti, alcuni di grande rilievo, come il Nuraghe Mannu, a picco sulla Codula Fuili e dominante su tutto il suggestivo Golfo di Orosei, da Capo di Monte Santo a Sud alla Marina di Cartoe e Osalla.
Finora è stato visto come sia particolarmente difficile – e spesso impossibile – ricostruire, con i soli strumenti dell’archeologia, le pratiche rituali e il pensiero filosofico-religioso, dei diversi popoli antichi, di cui non sono giunte tradizioni.
Non per giungere ad una verità, ma solo per individuare ipotesi plausibili riconducibili alla ricerca paletnologica, è opportuno rivolgersi alle diverse fonti dell’Antropologia.
Analogamente, il problema dell’interpretazione o della collocazione culturale, si pone anche per quei monumenti “nuovi”, insoliti e persino unici, che fortunatamente si possono ancora rinvenire, come l’allineamento di Ittiri oggetto di queste riflessioni.
Come detto nella prima parte, l’interpretazione quale raro “luogo del silenzio” del ben vistoso, ma finora inosservato, monumento a grossi poliedri ortostati di Sa Figu parrebbe trovare un forte sostegno nella realtà attuale dei Parsi, un’antica popolazione residente tra la Persia e l’India, dove s’insediò a seguito dell’avanzare dell’islam nel loro territorio d’origine.
Il nome “Parsi” deriva da Persi o Persiani e li individua come i discendenti di quell’antico e ben noto popolo del Vicino Oriente, la cui religione improntata al culto di Mitra (Mitra era il Sole e il fuoco), mostra ampie convergenze con i contenuti della mistica di Zarathustra (Zoroastro per i Greci) che si esprime nel culto alla sacralità degli elementi costituenti la Natura.
La componente messianica di questa religione finì anche per avere marcate ascendenze in una larga parte del popolo ebraico nella fase in cui fu deportato nella Babilonia di Nabuchadrezzar (o Nabucodonosor), (dal 586 al 538 a.C.), ma certo anche dalla lunga dominazione Assira (dal 538 al 332 a.C.).
Mappa di Babilonia secondo un’illustrazione della Encyclopaedia Biblica (Wikipedia)
Da quell’influsso, presente in un’importante componente dell’ebraismo, quella messianica della grande fucina mistica di Qumram, presso il Mar Morto, si avranno sensibili conseguenze nella predicazione cristiana. Analogamente, particolari contenuti della religione mitraica avranno esplicite e sorprendenti convergenze contenutistiche nella teologia cristiana.
Attestato estesamente in antico, il rito della scarnificazione – nelle sue diversificazioni potrebbe sembrare un fatto lontanissimo dalle consuetudini del terzo millennio e, ove sopravvivesse ancora, una pratica sconveniente di anacroni stici gruppuscoli, ancora agganciati alla preistoria.
La potente, chiusa ma moderna etnia dei Parsi vive a Bombay, dove ha una florida condizione economica basata su tecnologie avanzate. Detengono ampie aree boscate dove praticano la loro singolare prassi funeraria, secondo il loro credo religioso, il cui fondamentale imperativo è il rispetto della purezza degli elementi divini Terra, Fuoco, Aria e Acqua, quali fattori fondamentali della Natura e della vita.
Per questo la dissoluzione dei cadaveri non deve contaminare alcuno di questi componenti. La soluzione coerente è che i corpi dei defunti siano esposti alla solerzia dei numerosi avvoltoi – oggi allevati di proposito(4) , i quali per antichissima consuetudine sono richiamati ai bordi delle mura d’alte torri circolari.
Le dachmars, in occidente definite “torri del silenzio”, sono costruite al culmine di un’altura, e consistono sostanzialmente in un recinto lastricato, chiuso con pareti tali da impedire la vista di una così greve manifestazione, durante la quale, con una ben nota celerità determinata in concreto dal consistente numero di rapaci (meglio se oltre cento), le parti molli del defunto e non poche ossa minori ritornano direttamente a far parte del ciclo biologico della Natura, nel pieno rispetto della sua regola e della sua “purezza divina”.
Incisione di una torre del Silenzio zoroastriana (Wikipedia)
La collocazione in una dimora definitiva delle ossa avanzate avverrà in cimiteri preposti, dove tutti i componenti del gruppo umano si ricongiungono ai propri antenati e dove, i vivi abbiano un luogo dove “incontrare” e compiangere i defunti.
Immaginando anche contesti diversi e molto più lontani nel tempo, si può anche ipotizzare che non tutte le ossa fossero restituite dal frenetico e rissoso banchetto tenuto dagli avvoltoi e da altri rapaci, giacché è noto che alcune varietà di essi inghiottono le più piccole o spezzano le più grosse facendole cadere sulle rocce, per poi attingere al midollo o agli stessi frantumi.
É da credere che da un tale trattamento avanzino il cranio – se pure veniva esposto e non prelevato in precedenza per riservargli un rito specifico ,(5) le ossa lunghe più pesanti, come i femori e le placche del bacino, oltre a parti della colonna vertebrale e molte costole…
Fra le feste “de ispantu” che rendono la Sardegna ricca di tradizioni quella dei Candelieri di Nulvi occupa una posizione di grande rilievo.
Tanto per cominciare è una festa all’antica: ha la sua vigilia, la sua festa vera e propria e otto giorni dopo conserva ancora s’ottava che ne sancisce la chiusura.
Piatto forte de s’ispantu i suoi candelieri che candelieri non sono. Candeliere infatti per tradizione è una struttura che regge una candela e a Nulvi non c’è niente di tutto questo. A sfilare, con tanta devozione e sacrificio, tre giganteschi “altari” di legno scolpito, di tre colori diversi: giallo il candeliere dei contadini, verde quello dei pastori, azzurro quello degli artigiani.
La tradizione è antica di secoli e dovrebbe essere nata al tempo dei pisani. Stando al condizionale, di quella antica tradizione, Nulvi, in quanto a forma, ne dovrebbe essere il testimone più autentico rispetto agli altri candelieri che sfilano in Sardegna.
Gli statuti pisani del 1200 e del 1300 prevedevano la consuetudine dei candelieri, decretavano il tanto di cera da esporre sugli stessi e indicavano la forma che le “macchine” dovevano avere. Il “candelo” doveva essere a “tabernacolo” e sullo stesso dovevano apparire immagini di santi e di angeli in “cera nuova”.
La cera, alla fine, veniva asportata e fusa per ottenere candele. Prima osservazione: a Nulvi di “quell’asportare” fino a pochi decenni fa era rimasto un labile segno di memoria passiva, l’usanza di distruggere, a fine festa, le facciate in cartapesta dei candelieri.
Le “reliquie” venivano contese e conservate un anno intero, poi bruciate e le ceneri disperse nei campi per renderli fecondi. Il voto pisano, comunque, era quello di offrire ogni anno un tanto di cera alla Madonna del “mezo mese di Gosto”, con o senza pestilenze da esorcizzare o lenire. A Sassari e a Ploaghe gli attuali candelieri sono a “fioretto”. Perché questa sostanziale differenza con Nulvi vista la probabile stessa origine devozionale? Pura disobbedienza alla regola imposta dai padroni?
Mistero! Quelli di Iglesias, essendo di recentissima ricostruzione, non possono rientrare nella disputa che riguarda la forma. Va detto però che loro sono candelieri per davvero in quanto ne hanno la struttura e in cima recano le candele. Oltremodo diverso il discorso di Siurgus Donigala.
In questo paese, ai primi di settembre, inizio d’anno “dell’era agraria”, per la natività della Madonna sfilano enormi candele di cera trasportate a braccia da singoli offerenti. Di questa usanza ne avevo parlato tanti anni fa in questa stessa rivista.
Come allora la stessa domanda: erano quelli i candelieri votivi prima che arrivassero i pisani? E sono sempre state candele di cera a sfilare oppure erano altro? Nuovo mistero!