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Numero 50

E’ in edicola il n° 50 di Sardegna Antica – Culture Mediteranee.
Un importante traguardo per la rivista di archeologia, etnologia, storia, più diffusa in Sardegna.

Pubblichiamo integralmente l’editoriale del direttore scientifico, Giacobbe Manca:

“Un solo angolino per complimentarci con i lettori, gli articolisti e con tutta la Redazione di Sardegna Antica C.M., giacché siamo giunti al traguardo dei cinquanta fascicoli semestrali (cosa impensabile nel 1992, quando – con entusiasmo e un tradizionale “fico secco” abbiamo avviato, col numero 0, la nuova iniziativa).


Voglio ricordare anche la serie precedente, intitolata Sardigna Antiga
, giunta allora al n.7: usciva saltuariamente dal 1982, solo quando finanze e produzioni di scritti vari dei soliti “volonterosi” lo consentivano.
Con Sardegna Antica C.M. abbiamo prodotto, dunque, un’attività culturale con uscite regolari, per 25 anni e a questa è giusto sommare i precedenti 10 di produzioni episodiche iniziali (direi sperimentali), ricche di entusiasmo e … di molti errori, s’intende.


Grande fu l’impegno intellettuale

Impegno soprattutto strategico: sia per non soccombere a causa dell’economia assai risicata sia, soprattutto, per salvare lo spirito messo a dura prova (molti furono i lividi pugnali da pollaio “istituzionale” lanciati senza scrupoli sui nostri costati, regolarmente… dalle spalle).


Detta così, in fondo in fondo, questa vicenda è proprio pari a una delle innumerevoli iniziative editoriali, nate e scomparse in questi ultimi 35 anni.
In concreto, Sardegna Antica C.M. ha navigato lontana dai servizi delle grandi città (siamo provinciali) senza sovvenzioni pubbliche o private, dirette o indirette, ma non si poteva consentire che gomme, formaggi, salsicce, supernegozi o ammicamenti clientelari “farcissero” i prodotti culturali di quei numerosi studiosi e ricercatori (spesso fra i migliori nel proprio settore) che ci affidano ancora il loro lavoro.
Tutto ciò, per quasi due generazioni.

Una scommessa continua


La Redazione e io viviamo Sardegna Antica come una scommessa continua – che crediamo vinta finora – di produrre e diffondere cultura, novità scientifiche in specie, a principiare dall’Archeologia (per quanto mi compete) concepita come servizio, tale da richiedere
agli appassionati un trascurabile esborso economico: se la cultura è richiesta dai lettori, allora può e deve essere prodotta, altrimenti crediamo avrebbe poco senso continuare a pubblicare fascicoli o libri, ancor meno in virtù delle sole sovvenzioni pubbliche, che
proprio aborriamo inseguire.


Oltre il prioritario impegno per il fascicolo semestrale, abbiamo editato o coeditato diversi libri, culturalmente importanti (i nostri lettori e i numerosi abbonati lo sanno), eppure – sapevamo bene – che essi sarebbero stati – come di norma – fonti di sole soddisfazioni morali.
Non abbiamo scopo di lucro – è ormai più che chiaro – e quanti hanno ritenuto di imitarci, fantasticando grassi guadagni, sono ben presto spariti dalla scena dell’editoria (talvolta dopo pochissimi numeri), ancorchè sostenuti da soldi pubblici.

Una rivista indipendente al 100%


Oggi Sardegna Antica è forse l’unico semestrale culturale nell’Isola senza sostegni finanziari esterni, ma è anche il più seguito nel suo genere (stima non fatta da noi, ma da un’attenta bibliotecaria).
Infine, voglio dire che, come tanti, anch’io sogno di lasciare in buone mani Sardegna Antica, ma ormai è certo che malgrado il “…mio dì tardo traendo…” dovrò (e vorrò) continuare ancora il mio impegno, forse a lungo, ma se accadrà che qualcuno, fortemente, vorrà prendere il mio impegnativo testimone – anche a breve, auguro – sono certo che s’avvierà per una via culturale lunga, ricca di soddisfazioni: altrettante e più di quelle da me vissute.”
G.M.

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OSCHIRI E IL CASTRUM LUGUIDONIS

di Giuseppe Carzedda

Giri di denaro – denaro in giro

In apertura del presente articolo, ritengo opportuno introdurre brevemente il concetto di numismatica partendo dal significato del termine stesso.

In effetti, cosa significa esattamente la parola numismatica? Etimologicamente la sua derivazione è di origine greca, nómisma, ovvero “ciò che deriva dalla legge” (la radice è infatti nómos, regola, norma), termine con cui si soleva indicare la moneta, il bene di scambio per eccellenza, creato, diffuso e garantito dallo Stato, e dunque avente un corso legale.


Una definizione particolarmente esaustiva e quasi totale, di moneta, la diede nel IV sec. a.C. Aristotele nella sua Etica Nicomachea (ET.NIC. V, V 11-15): […] e per questo essa prende il nome di nómisma, perché non esiste per natura ma per legge, e perché dipende da noi cambiarne il valore o renderla senza valore.

E ci sarà scambio quando si sarà procedu- to alla parificazione, in modo che il rapporto tra un contadino e un calzolaio sarà uguale al rapporto tra il prodotto del calzolaio e quello del contadino.[…]. L’equivalente in latino di nómisma è invece nummus, il cui significato può essere ravvisato in ‘unità mone- taria fabbricata secondo la legge’.

La numismatica è quindi lo studio e la classificazione della moneta, analizzata non solo nella sua forma e sostanza, ma anche in ogni altro singolo aspetto, da quello econo- mico a quello storico e artistico. Occorre evidenziare che nel suo insieme la numismatica è una scienza a tutti gli effetti, per molti versi indipendente e con un carattere strettamente storico.

Significativo in questo senso è il profondo legame con l’archeologia: scavi archeologici e ritrovamenti monetali, marciando di pari passo devono necessariamente avvalersi di studi numismatici.

L’analisi numismatica di una moneta,trattata come se fosse un qualsiasi altro documentostorico o reperto archeologico, fornisce innumerevoli informazioni. Un rinvenimento di monete offre in-fatti notizie sulle tecniche di coniazione, sui diversi metalli usati oppure sul livello artistico raggiunto.

Se poi lo stesso ritrovamento è studiato nella sua contestualizzazione, il volume delle notizie aumenta in-credibilmente, facendo emergere nuove conoscenze.Ad esempio, si possono formulare interessanti ipotesi ricostruttive in merito a circolazione monetariae rapporti commerciali, condizioni economiche, migrazioni di popoli, invasioni e guerre, è persino possibile compiere studi sulle usanze religiose. Ne deri-va che la numismatica è una disciplina estremamente vasta, in quanto estremamente vaste sono le tipologie monetarie collegate ai rispettivi ambienti storici.

Altrettanto può dirsi degli scenari economici e sociali entro i quali la moneta emessa va a collocarsi. In questo senso occorre distinguere la moneta dal concetto di denaro, indubbiamente ben più ampio e legato per sua natura a molteplici aspetti della vita umana,a partire ad esempio dal suo utilizzo come strumento di controllo sull’individuo, universale parametro di valutazione oppure mezzo attraverso il quale si può esprimere la propria posizione all’interno di un qualsiasi contesto sociale. Lo studio numismatico può indistintamente riguardare tutte le produzioni monetarie di tutti i tempi. Si va dalle coniazioni con-temporanee a quelle rinascimentali, dalle emissioni classiche a quelle circolanti nel medioevo e così via ..


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SA CHIDA DE PERFUGAS

di Ignazio Figus

Sa Chida de Perfugas è un film-documentario girato nel 2015 a Perfugas, nella regione storica dell’Anglona.
Il film, con la guida ideale di Nicolino, prima boghe del coro dei Cunfrades, descrive e racconta con meticolosità le sei giornate che precedono la Domenica di Pasqua: Sa Chida Santa.

Il montaggio del documentario rispetta la cronologia degli eventi proponendoci dei “quadri” che vanno dalle prove di canto del coro dei Cunfrades alla panificazione nella frazione di Lumbaldu e all’allestimento dei sepulcros ad opera delle donne di Perfugas, per arrivare alle giornate del Giovedì e Venerdì Santo con i riti paraliturgici de s’Incravamentu (crocefissione) e de s’Iscravamentu (deposizione); del Sabato Santo, con la vestizione della statua della Madonna e, infine, del giorno di Pasqua con il rito de s’Incontru.


Questa è dunque la scansione degli accadimenti descritti, ma i due giovani autori – l’antropologo Giovanni P. Deperu e il cineasta Giampaolo Buiaroni – con il loro lavoro sono andati ben al di là della semplice registrazione degli eventi, realizzando un’opera che dà sostanza all’ormai proverbiale frase: un anziano che muore è una biblioteca che brucia, pronunciata da Hamadou Hampaté Bâ, narratore del Mali, per spiegare con efficace semplicità il ruolo di trasmettitori di saggezza e conoscenza rivestito dagli anziani nella cultura africana.

Un concetto, questo, ripreso qualche anno fa anche in Sardegna, quando da più parti appariva ormai indifferibile attuare una massiccia campagna di riprese cinematografiche e registrazioni sonore, col fine di preservare la memoria e l’esperienza degli anziani, custodi di saperi connessi con la cultura materiale e immateriale.

Guardando Sa Chida de Perfugas si ha la chiara percezione che quella indicazione abbia guidato il lavoro degli autori.
La narrazione, affidata ad alcuni dei detentori della memoria storica del paese, è una chiara scelta che va proprio in questa direzione e riconosce l’urgenza antropologica di salvaguardare la testimonianza dei luoghi, delle persone, della lingua e degli eventi, che in qualche modo rappresentano la struttura portante dell’intera comunità.

Giovanni P. Deperu e Giampaolo Buiaroni hanno dunque realizzato, consegnandolo al paese e alla comunità scientifica, un documento che rappresenta un importante tassello nel difficile cammino verso la corretta, non mistificata, riscrittura della storia delle nostre piccole, grandi comunità.

La testimonianza, nella lingua propria di Perfugas: il sardo logudorese e il gallurese, è resa dai soggetti che nel film si raccontano e si fanno carico, in prima persona, di quanto affermano.

Questo lavoro dichiara in modo evidente l’interazione tra il cineasta/antropologo e i soggetti filmati.
Nessuna voce fuori campo (quella che con una felice intuizione è stata definita la “voce di Dio”), che avochi a sé la pretesa di descrivere ciò che già così bene le immagini raccontano; né si riscontra in questo documentario un’osservazione filmica “distaccata” con l’approccio, per capirci, dell’entomologo che studia i suoi insetti.

Tutto ciò testimonia come gli autori abbiano ben metabolizzato i dettami della moderna antropologia visuale che, andando oltre un cinema di semplice osservazione, propone un cinema di partecipazione, dove il regista/etnologo, egli stesso, si mette in gioco in stretta relazione con gli attori sociali, realizzando un “incontro” capace di attivare fruttuose connessioni tra filmmaker e protagonisti.

Attraverso queste modalità realizzative Sa Chida de Perfugas diviene un film costruito con la partecipa- zione attiva dei suoi soggetti, i quali non si limitano a offrire la propria testimonianza ma danno precise indicazioni ai cineasti circa la correttezza delle loro scelte.

Se è vero, in questo senso, che il lavoro di Deperu e Buiaroni è stato in qualche modo facilitato dall’essere essi stessi parte della comunità e dunque intimamente coinvolti negli eventi raccontati, è anche vero che questo “incontro” tra cineasta e attori sociali – di là dagli stimoli suscitati dal regista o dagli elementi del contesto, che possono essere “organizzati” e
“controllati” – introduce molteplici e interessanti variabili.

Tra queste sono comprese anche quelle forme di auto-rappresentazione delle persone filmate, che in qualche modo enfatizzano o comunque sottolineano parti del proprio discorso indirizzandole alla comunità senza intermediazioni, superando quindi la relazione diretta con il cineasta.

Ciò si riscontra, benché in forma episodica, per esempio, nella sequenza dedicata alla realizzazione dei sepulcros, quando le due donne intervistate rimproverano bonariamente le ragazze d’oggi, particolarmente smaliziate – a loro dire – e così facendo sembrano voler bypassare l’intervistatore per rivolgersi direttamente alle giovani del paese.

Nei momenti liturgici la camera si muove con discrezione, spesso sembra quasi “nascondersi” dietro l’angolo, rispettosa dell’altrui raccoglimento. La fotografia è curata e sempre sorvegliata e mai tende alla spettacolarizzazione degli eventi che per la loro connaturata teatralità sono già “spettacolari” di per sé.

E non si può tacere dell’ottimo lavoro svolto dal fonico Luca Panciroli che, raccogliendo in presa diretta il canto sacro, crea in modo esemplare un’atmosfera di riflessione e preghiera.
Apparentemente semplice, il montaggio del film è, in realtà, piuttosto elaborato e riesce a incrociare sapientemente la complessa liturgia della settimana santa con racconti di episodi, mai insignificanti o banali, che
arricchiscono la trama narrativa, rendendo la visione ancor più piacevole e in alcuni casi persino divertente.

Il controllo della narrazione è sempre ben saldo e, nella sua complessa orditura, non perde mai di vista la giusta centralità della confraternita che,
in fondo, è l’attiva depositaria della continuità della tradizione.

Senza il loro grande impegno sarebbe tutto certamente più povero e complicato.

Un film intellettualmente onesto, dunque, ben lontano da stereotipi cultural/turistici, che rappresenta un dono che gli autori Deperu e Buiaroni hanno voluto fare a Perfugas e a se stessi, in quanto parte di quella comunità.
Un dono ben prezioso, di cultura, memoria e, in qualche misura, di speranza per il futuro del paese e della cultura etnologica isolana.

Sa Chida de Perfugas: Vedi il documentario completo

[Clicca sul link e prima della visone attiva i sottotitoli in italiano in basso a destra nella schermata di YouTube]

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Straordinario Voes di Nule

di Giacobbe Manca

Per primo, del nuraghe Voes pubblicò nel 1910 l’archeologo scozzese Duncan Mackenzie.

In Sardegna, da ormai un lustro il giovane archeologo Antonio Taramelli operava a Cagliari. Di vasta cultura classica, succedeva al Patroni nella direzione delle an- tichità sarde, in quanto esperto e figlio d’arte (il padre Torquato – bergamasco – era un noto geologo, docente a Pavia dal 1875).
In quell’avvio di secolo, nel programma degli studi an- tropologici promossi in ambito mediterraneo (anche a Malta, Corsica e Baleari), la British School di Roma aveva deciso, sotto l’egida dei suoi potenti agganci politici, d’intraprendere lo studio dei monumenti preistorici dell’isola ritenuta selvaggia, ancora sostanzialmente sconosciuta.


L’appassionato Francesco Nissardi, tecnico della règia soprintendenza, da tempo sapeva di questo straordina- rio monumento e nell’autunno del 1906, con liberalità, lo fece conoscere proprio al ricercatore inglese e all’architetto disegnatore F.H. Newton, solito compagno di viaggio, durante la prima delle sue diverse visite fatte in Sardegna. Nissardi, già allievo dello Spano, fece parte ai due inglesi anche della propria esperienza e dei primi rudimenti tecnici conseguiti col personale studio dei monumenti nuragici.

Fu così che la consistenza architettonica del grande e composito edificio di Nule, che custodisce una percorribilità interna “inusitata”, unitamente all’austerità dell’estetica e alla solidità, furono puntualmente sottolineati da Mackenzie…
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Numero 49

A partire da oggi è in distribuzione il n° 49 della rivista “Sardegna Antica – Culture Mediterranee”. Nei prossimi giorni potrete acquistare la vostra copia (al consueto costo di 3 €) nelle principali edicole della Sardegna.

IN QUESTO NUMERO:
“Straordinario Voes di Nule” di Giacobbe Manca

“Da una punta di freccia” di Cinzia Loi

“Su Padru ‘e Lassia (Birori):
una tomba per archeologi” di Roberto Manconi

“Archeologia e Storia sarda oggi” di Maurizio Feo

“Oschiri e il Castrum Liguidonis” di Giuseppe Carzedda

“La diga sul Tirso e i bombardamenti della seconda Guerra Mondiale” di Giovanni Enna

“Spagnolismi e catalanismi nella
lingua sarda parlata a Busachi” di Nicola Enna

“Matrici ed espressioni identitarie” di Andrea Muzzeddu

“La nostalgia di Namaziano” di Piero Martis

“Le chiese illuminate di
Settimo San Pietro” di Paola Cannella

“Rame” di Franco Romagna

“Sa Chida de Perfugas” di Ignazio Figus

e inoltre:

“Lettere al Direttore”
“Libri & Libri” di Gonaria Manca
“I viaggiatori italiani e stranieri in Sardegna” di F. Casula
“Curiosità archeologiche” di G. Manca

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SU PADRU ‘E LASSIA (Birori) una tomba per archeologi

di Roberto Manconi

Anche a giudicare dai soli poveri resti superstiti, era certo una tomba di giganti notevole, non tanto per le dimensioni quanto per l’importanza scientifica.

Consistenza della tomba


Attualmente, blocchi sporadici e pochi ortostati evocano un cenno dell’arco frontale che delimita l’esedra e alle spalle ciò che resta del tumulo; frammenti della stele frontale con cornice, sparsi lì davanti – non coerenti – attestano la sua arcaicità, mentre un grosso parallelepipedo ben lavorato, dall’apparente ruolo d’architrave “caricaturale”, mostra al centro della base un incavo: una sorta di archetto scalpellato, basso e appena marcato, la cui posizione richiama l’accesso alla camera.

Al suo colmo, nello spessore, l’insolito blocco appare lavorato con una lieve cuna nella lunghezza e nella larghezza, evidentemente predisposta per accogliere blocchi sovrastanti di forma congruente, così come si vede nelle tombe “a filari” ben lavorate.


Il parallelepipedo ha lati arrotondati e appare ricollocato in modo approssimativo. Ora è inclinato verso il retro e poggia al suolo sulla terra: dunque non è in situ come taluno ha ritenuto; inoltre la sua presenza attesta una vicenda non univoca del monumento arcaico, che fu ripreso con diverse tecniche in antico e ancora spogliato forse per effetto delle chiudende dalla prima metà dell’Ottocento.


Per intendere il basso varco indicato come l’ingresso alla camera, è necessario ipotizzare anche dei sottostanti e combacianti piedritti di stipite, magari affossati. In verità, al disotto di questo blocco essi non ci sono e dunque tutti i dubbi sono confermati e accrescono il pensiero sulla incongruenza di questo concio con l’ultimo ingresso apprestato nella tomba.

L’incavo è certo in linea con l’asse della camera tombale retrostante e tuttavia, dalla casistica e dalla logica, è lecito credere che l’apparato d’ingresso doveva, comunque, essere attrezzato diversamente, sia nella fase arcaica sia nelle successive ipotizzate, come si può ben desumere dalla situazione superstite e dalla casistica conosciuta…
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Conferenza a Nule

Venerdì 24 giugno 2016 si presenta a Nule il n° 49 di “Sardegna Antica – Culture Mediterranee”.
Centro Culturale di via Grazia Deledda, ore 19:00

Interverranno Giacobbe Manca, direttore della rivista, e Pietro Paolo Marche, scultore e studioso di archeologia.

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La diga sul tirso e i bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale

di Giovanni Enna

Costruzione della diga ed effetti socio-economici.
Lungo le sponde del fiume Tirso, in località S. Chiara (Comune di Ula Tirso), si estende uno dei più grandi bacini artificiali d’Europa: il Lago Omodeo,1 così denominato in ricordo dell’ingegnere Angelo Omodeo che ne fu l’ideatore.

La diga venne costruita, dopo un tratto pianeggiante e aperto a monte, su un sito che presenta una angusta strozzatura, con caratteristiche geologiche e idrologiche adatte. Il profondo dirupo ove fu elevata la diga addentellata alla montagna, fu testimone, durante i lavori, dello sforzo di sedicimila lavoratori italiani e stranieri che per un decennio – dal 1914 al 1924 – lottarono contro le insidie della malaria e della natura.

Durante la costruzione perirono circa quaranta operai (compreso un ingegnere). Tutti i lavori, con l’utilizzo della dinamite, vennero svolti manualmente (è sufficiente notare che tante donne, provenienti specialmente dal vicino paese di Busachi, trasportarono le pietre occorrenti per la costruzione con canestri poggiati sulle spalle).

Le motivazioni storiche che condussero alla realizzazione della nuova diga risalgono al 1907, in ottemperanza alla legge per lo sviluppo del Mezzogiorno, proposta dal senatore sardo e ministro dell’agricoltura Cocco Ortu (governo Giolitti) che mirava, in particolare, a una politica di potenziamento delle strutture produt- tive (capitale, lavoro, terra) mediante la produzione di energia elettrica per la Sardegna e l’irrigazione agricola del Campidano oristanese.

La costruzione dell’opera fu affidata alla direzione dell’ingegnere Dolcetta e venne inaugurata il 28 aprile 1924 alla presenza del re Vittorio Emanuele III e di una moltitudine di persone…
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Monte de S’Abe e i rapaci

Poco oltre la periferia, Sud-occidentale di Olbia, alle spalle dell’aeroporto e del castello Pedres, si può osservare ciò che resta di una bella, grandissima, tomba di giganti più spesso detta di Monte de S’Ape (ma è meglio dire S’Abe!).1
Si raggiunge facilmente, unitamente al nominato castello, dalla strada che da Olbia conduce a Loiri. Del monumento sepolcrale si osserva l’esedra lunata, ampia e incompleta come un sorriso segnato da incidenti, realizzata con una dozzina di lastre ortostate di diversa misura.

Il lungo corridoio tombale è reso con analoghe lastre e appare coperto solo molto parzialmente da pochi grossi blocchi residui, cilindroidi, in disposizione dolmenica e appaiati; esso è chiuso con una bella lastra fondale inusitatamente rotondeggiante e accuratamente lavorata nel contorno (con evidente incongruenza rispetto alla funzione rivestita), eccessiva per dimensioni e, infine, sensibilmente distante dal giro conclusivo dell’abside.

La tomba fu privata della sua bellissima stele che, certamente molto alta, l’ornava in facciata; la si deve immaginare canonica: ricurva in alto e segnata da cornici ai bordi e con un’analoga banda al centro.

Di essa resta solo lo spazio vuoto nel centro dell’esedra (come la cicatrice di un antico delitto) ad indicare una colpevole ignoranza e un’ingorda miopia, vagamente riconducibile agli inizi del secolo scorso, se non prima.
Si osserva in quel tratto centrale, appena più interno nel detto varco, il basso avvio del consueto corridoio d’accesso, curiosamente sovrastato da un piccolo architrave, incongruente con l’insieme e, per sua stessa postura, assai stridente, nella cui faccia inferiore è una concavità liscissima: un’areola di tipo ben noto, che per le sue peculiarità e per l’originaria funzione sacrale definisco “preghiera”.

Considerando l’insieme di tutti gli elementi concordi sopra indicati, quali lo stile dolmenico nell’esedra e nella camera, la grande stele arcaica in facciata (ora asportata, ma presente in antico: residua in un piccolo frammento basale in situ), si può certamente ascrivere questa tomba di giganti a quelle di realizzazione più antica e, pertanto, collocabile genericamente al Nuragico Arcaico.

Alcuni degli elementi sopra notati, però, lasciano fondatamente pensare che la tomba sia stata edificata (un fatto ricorrente anche in antico) nello stesso sito dove già esisteva un precedente monumento funerario, i cui componenti ricomposti (almeno alcuni, per quanto oggi osservabile) non lasciano dubbi.

Richiamo l’attenzione sulla notata, non proprio congruente, lastra fondale di camera, sulla sua notevole distanza dal muro absidale e, infine, sul piccolo menhir segnato da “preghiera” quale improbabile architrave del basso corridoio d’accesso alla camera: chiari elementi di riutilizzo.

Non potendo meglio sondare le strutture dell’edificio ci si limita a questi tre elementi, che personalmente ritengo molto significativi, ancorché mai siano stati osservati prima, né dall’archeologa che a suo tempo condusse lo scavo archeologico e non solo, né da quanti la “studiarono” in seguito o, meglio, ne ripeterono pedissequamente la planimetria e il riepilogo dei poveri risultati di scavo3 (che diede esiti romani e moderni, non meglio circostanziate ceramiche di “tipo nuragico” (?) e piccole anse “di tipo Bunnanaro”).

Altre pubblicazioni espressamente dedicate alla Gallura esprimono, nello specifico rimando ai monumenti funerari nuragici e, dunque, anche a Monte de S’Abe, posizioni assai epidermiche e annichilite sul dato quantitativo, con inadeguati e assai impropri rimandi bibliografici.4

Ha dell’infantile, ad esempio, l’osservazione “da luminare” circa fatti architettonici sovrapposti (e l’imman- cabile ripetizione pedissequa [vedi la nota precedente] per cui si avanza una comune sorte fra la tomba di Monte de S’Abe (Olbia) a quelle di Coddu ‘Ecchju e Li Lolghi (entrambe di Arzachena).

In quello scritto, si legge, infatti, che tutte sarebbero accomunate da aggiunte architettoniche su cosiddette allées couvertes originarie (sostanzialmente si dice che le camere delle tombe in origine sarebbero state dolmen allungati) trasformate in tombe di giganti: ma questo non è proprio vero e i tre monumenti
tombali richiamati hanno in comune solo lo stile dolmenico delle camere, oltre la richiamata connotazione (e quindi la cronologia) di tombe arcaiche (si ricorda, ad esempio, la cosiddetta stele “centinata” e l’esedra a ortostati).


In realtà quell’attribuzione di struttura composita notata è chiaramente corretta solo per la tomba di Coddu ‘Ecchju (che nel cuore custodisce una cosiddetta allée couverte) ma non per le altre due.
La tomba di Li Lolghi conserva “aggregato” nel tratto absidale l’intero dolmen allungato originario (in nessun
modo trasformato in corridoio di tomba di giganti, che ad esso viene invece addossata davanti, nel quadrante meridionale).

Ancora, il sepolcro di Monte de S’Abe ha caratteristiche del tutto diverse, mai messe in luce da cotanti analisti
esperti – maldestri ripetitori di pensieri e opere altrui.

Le peculiarità notate in quest’ultima, infatti, depongono certamente per una continuità nell’uso funerario del sito, ma con un totale rifacimento degli edifici più antichi, supposti e sfuggenti (fra cui non necessariamente una allée couverte), i cui esiti non sopravvivono “inglobati nel cuore”, come genericamente si vorrebbe, ma in mimetici elementi componenti, diversamente riutilizzati nel tempo (menhir come architrave, lastra di copertura riusata come ridondante pietra fondale) e con uno spazio/iatus troppo ampio tra quest’ultima e il giro absidale.

Questa insolita disposizione è spiegabile solo se si ammette che in quel tratto, in antico, poteva facilmente essere presente un piccolo dolmen (come a Li Lolghi (?) o magari una cista litica con peristalite (di cultura gallurese): tutto ormai spazzato via dall’antico rifacimento (e forse anche da altre manovre “scientifiche” ben successive), i cui elementi dovettero essere riutilizzati nella nuova tomba monumentale, quella che già è stata ascritta al Nuragico Arcaico (come anche molti altri esempi di tombe di giganti concorrono a confermare, oltre ogni dubbio).
Continua nel numero 40


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