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L’Incomunicabilità

L’incomunicabilità è considerata a ragione un difetto di metodo, giacché coinvolge (o è espressione di) limitazioni intrinseche del linguaggio, ma soprattutto della soggettività umana. In altre parole contraddistingue i soggetti che hanno una incapacità innata di comunicare un concetto ad altri, insomma un contenuto, un pensiero o, magari un’esperienza vissuta in prima persona.
Ciò avviene per molti motivi, come a causa dell’incompletezza, o per lacune lessicali del nostro linguaggio (o, al contrario dell’insulsa ridondanza) rispetto a chi ascolta perché forse costui è “diversamente colto” o magari sprovveduto e non possiede adeguate categorie mentali, neanche quelle definibili comuni. Si aggiunga che ciascuno possiede le proprie categorie mentali e consuetudini verbali inserite in una sintassi di diversa efficacia, talvolta non adeguata alla situazione.
Queste “dotazioni mentali” si possono definire anche categorie, che filtrano o selezionano il materiale verbale con i suoi contenuti in arrivo e ne accolgono solo una piccola parte in modo chiaro e consapevole. Spesso poi distorcono involontariamente quanto proprio non riesce a passare nei centri integrativi cerebrali superiori. Pertanto a taluni soggetti sono precluse le vie mentali deputate al di scernimento o alla comprensione! I tonti esistono e sono anche rudi, essenziali nel lessico e nei modi: sono anche irrimediabilmente incolti.

Si può ammettere, dunque, che il fenomeno del non capirsi a vicenda, in modo più o meno ampio, o anche in dati settori, è diffuso e soggetto a molti distinguo: sarà facile perciò perdersi in esso e non venirne mai compiutamente a capo. Importante però è che se ne prenda atto e che all’occorrenza ciascuno si ponga il problema, sia di voler sapere e capire, sia d’impegnarsi quando si comunica o si ricevono dati.
Questo semplice enunciato potrebbe a taluni apparire già complicato e frettoloso, magari solo a quella percentuale di professori che, poverini, “non hanno tempo da perdere, giacché possiedono solo certezze. Nel caso in cui in Archeologia si volesse comunicare una novità (¡quale arrogante lesa maestà!), magari ben appurata e pubblicata in ricerche serie rivolte a chi agisce nel settore, coloro che non sanno dovrebbero avere la decenza di leggere per capire.

Esperienze dirette d’incomunicabilità

Fra i non pochi esempi parlerei di un’esperienza personale duplice, occorsami per “arcane volontà” in distinte conferenze a Budoni e a Nuoro. Esponevo di certi miei esiti di scavo ad Altagene in Corsica, a un balzo dalla Sardegna. Spiegavo dell’esistenza di un nuraghe (così sicuramente configurato per motivi architettonici e tecnici, dunque scientifici) quando dall’oscura trincea del pubblico ricevetti aspre critiche d’impulso che, per la loro analogia, cito qui assieme. Una matura voce femminile mi apostrofò: “Ma lei, è sicuro di ciò che dice su questa torre della Corsica? (cioè non dice la verità!). Come si permette di definirlo nuraghe? Nulla di simile è riportato nei “libri sacri” dell’archeologia! Lei non rispetta la vera autorità in materia!” Dal silenzio che seguì, l’accusa apparve subito grave per l’intero pubblico eterogeneo! Il rimprovero tradotto in parole povere era: “Lei, persona insignificante, miscredente e irrispettosa non può affermare
cose diverse da ciò che l’eccelso maestro sentenziò”; “Io, che ho studiato, ne conosco il divin verbo, lei invece no!”

Da G. Spano a M. Sequi

“Scusi, dove troviamo il nuraghe Piscu? A Suelli e dintorni non c’è un’indicazione, come accade in Sardegna. Sarebbe utile apporre cartelli indicatori?”. Sorride e garantisce che sì ci penserà: la Giunta. Con la giusta dritta si giunge al grande recinto distintivo dell’area archeologica: dunque l´interesse per i monumenti ha “bussato” anche qui! Il monumento reca purtroppo i segni di una diffusa, aggressione “a base di cemento”.
A dir poco si evidenzia una prolungata azione dannosa, pervicace e del tutto gratuita. È inaccettabile che ogni spazio fra le pietre e sopra le stesse, ogni angolino sia farcito di cemento! Un addetto garantisce che, volendo, un domani, potrà essere interamente rimosso. Il “fine” vuole farlo passare per consolidamento reversibile.
Nessuno riuscirà mai a ripulire quel cemento! Perché farcire di leganti una costruzione nata “a secco” dalle mani dei Nuragici? Se la torre e le altre strutture hanno sfidato i millenni, perché mani blasfeme, ignoranti si attribuirscono l’arbitrio di falsarle in modo così devastante. È facile capire che il motivo sia riconoscibile nella consistenza dei finanziamenti che nel “restauro” sciagurato consenta alte cifre. Qui al Piscu insistono nel dire “consolidamento”: uno specchietto per volatili: . Un tale abominio è del tutto estraneo a un monumento preistorico, che malgrado la dabbenaggine delle istituzioni che qui e altrove deturpano, ma non proteggono, esprime un’imponenza e una solidità proverbiali. È proprio un triste spettacolo…

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Alla scoperta di Cynotherium – il canide preistorico sardo-corso

La scoperta e la prima descrizione

Cynotherium è un genere di canidi estinto, un predatore endemico che visse nel Blocco sardo-corso durante il Quaternario (fossili datati tra oltre 500.000 e 13.300 anni fa). Questo animale rappresenta uno degli esempi più affascinanti di adattamento evolutivo in ambiente insulare. In Sardegna sono note due specie appartenenti a questo genere: Cynotherium malatestai, più antico e di taglia maggiore, e Cynotherium sardous, discendente del primo e di taglia inferiore.
Le prime testimonianze fossili di questo genere di canidi furono segnalate presso Bonaria (Cagliari) nel 1828 (Wagner, 1828), tuttavia, i resti non furono inizialmente riconosciuti come appartenenti a una nuova specie. Fu solo una trentina d’anni più tardi che Cesare Studiati, medico pisano, riconobbe i fossili ritrovati da Alberto La Marmora, nella stessa località di Bonaria, come appartenenti a una nuova specie che battezzò Cynotherium sardous (Studiati, 1857).

L’aspetto più singolare che Studiati notò fu la morfologia dei molari inferiori che si differenziava da quella dei rappresentanti attuali e fossili del genere Canis.
Tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, nuovi fossili provenienti da varie località della Sardegna, portarono i paleontologi a discutere su quale fosse il corretto inquadramento tassonomico di Cynotherium e dunque le sue possibili relazioni filogenetiche con le specie continentali. Alcuni studiosi lo avvicinarono alla specie asiatica Cuon alpinus (il cane rosso o cane selvatico asiatico), mentre altri mantennero l’idea di un genere distinto o di considerare Cynotherium un sottogenere di Cuon. Una svolta importante nella conoscenza dell’anatomia osteologica di questo canide avvenne negli anni ‘50, grazie agli scavi condotti nella Grotta della Medusa, nei pressi di Alghero. Qui furono scoperti numerosi resti fossili tardo pleistocenici che permisero al paleontologo Alberto Malatesta di descrivere dett agliatamente lo scheletro di Cynotherium sardous (Malatesta, 1970).

Un piccolo carnivoro insulare

Cynotherium sardous era un canide di taglia media, paragonabile a un attuale sciacallo: pesava attorno a 10 kg e mediamente raggiungeva i 40-45 cm di altezza alla spalla (Fig. 3). Il suo cranio, simile per proporzioni generali a quello di volpi e sciacalli, presenta un muso largo ma con aree ridotte per l’inserzione dei muscoli masticatori che suggeriscono una forza del morso limitata. Dal punto di vista della dentatura, pur mostrando segni di adattamento a una dieta varia, conservava tratti tipici di un predatore ipercarnivoro, probabilmente ereditati dal suo ben più robusto antenato continentale. Le sue zampe corte e robuste, unite a un’articolazione del collo molto mobile, indicano che fosse specializzato in una caccia basata sull’agguato, simile a quella delle volpi: silenzioso, agile, scattante e capace di movimenti rapidi per sorprendere piccole prede…

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Società Matriarcale e Sardegna

Nel precedente articolo di S.A. s’è accennato agli effetti delle consistenti migrazioni di popolazioni di 5.000 anni fa (Yamnaya/Kurgan), meglio spiegate dalla genetica che non dall’archeologia.
L’effetto fu la sostituzione genetica delle antichissime società matriarcali esistenti in precedenza. Per motivi di spazio non ci si è soffermati sulla definizione del “matriarcato”. Qualcuno potrebbe essere tentato di obiettare: da dove proviene la certezza che le società europee precedenti all’espansione Yamnaya fossero proprio matriarcali? E poi, che cosa s’intende per “società matriarcale?” Questo articolo approfondisce il tema e tenta di rispondere esaurientemente a queste legittime domande. Infatti, se è vero che l’esistenza di unantico matriarcato universale non è ancora stata definitivamente accettata, è anche vero che molte prove indiziarie a favore provengono da siti distinti, come Çatalhöyuk, dai siti Cucuteni-Tripillia, da quelli della società Minoica e da tanti altri ancora.
L’antico matriarcato sarebbe stato un fatto spontaneo con risvolti sociali e religiosi, come l’onnipresente devozione alla Grande Dea Madre indicherebbe. Nel ricostruire le prime fasi della storia delle religioni, gli antropologi usano termini come: culto dei morti, totemismo, feticismo, animismo, magia e altri ancora, con differenti sfumature di significato tra i vari autori, che descrivono abbastanza bene la crescente complessità del pensiero umano e il progressivo sviluppo del senso religioso.

Già dalla seconda metà del 1800 si sostenne che le primitive società umane dovessero essere forme sociali prevalentemente matriarcali, nelle quali il ruolo della donna fosse preminente. Si ritiene che le società pre-agricole interpretassero la capacità biologica della donna di produrre nuova vita come un grande e misterioso potere miracoloso: era ancora un fenomeno sconosciuto e inspiegabile. Forse mistero e miracolo si ridimensionarono in seguito all’osservazione da vicino degli animali, una volta che ne fu possibile la frequentazione quotidiana derivante dall’attività di allevamento (guarda caso, i Kurgan/Yamnaya erano allevatori, oltre che pastori).
Forse, per tale dote apparentemente soprannaturale di riprodursi della donna, le si era tributata spontaneamente una certa superiorità: ciò le garantiva anche il diritto di gestire la famiglia e di assumere un ruolo di rilievo nella società umana primitiva. Seppure non sia una certezza scientifica, questa è certamente un’ipotesi credibile, giustificata da numerosi indizi.
Si è comunque preferito attenuare il troppo rigido concetto di ginecocrazia: oggi si ritiene che un grande potere sociale, interamente in mano alle donne e che escludesse gli uomini, appartenga più verosimilmente al mito – le amazzoni, ad esempio – che non alla realtà storica. La stessa insoddisfazione spinse anche l’archeologa M. Gimbutas a adottare il termine “società gilanica”, per un modello matrilineare di società primitiva, improntata a un rapporto di tipo paritario tra i due sessi. Con il termine matriarcato oggi s’intende una società di questo tipo e non una rigida ginecocrazia, che il comune accordo del mondo scientifico non considera credibile.

Secondo Gjmbutas tale tipo di organizzazione sarebbe stata vigente in Europa tra il 7000 e il 3500 aC, e sarebbe poi stata soppiantata dal sistema androcratico e patrilineare della cultura Kurgan del bacino del Volga e delle steppe. La Genetica di Popolazioni ha dimostrato che questa intuizione era molto vicina al vero, anche se – a differenza di quanto dapprima si favoleggiava – l’intervento di aggressivi guerrieri razziatori a cavallo non sembra essere mai stato parte integrante degli eventi: non ci furono continue scorrerie, né ripetute rapine di predoni a cavallo e non ci furono mai scontri, né militari, né culturali. Alla luce della nuova e più fondata ricostruzione su base genetica della diffusione delle lingue indoeuropee, sembra che si spieghino meglio anche altre interessanti curiosità, che l’archeologia non era mai stata in grado di chiarire. In particolare, diviene più comprensibile la sopravvivenza di alcune lingue non indoeuropee proprio in quelle regioni del mondo meno accessibili ai carri a ruote piene dei Kurgan/Yamnaya: il Basco nei Pirenei, unica lingua non indoeuropea parlata in Europa ai giorni nostri; il Paleosardo in Sardegna, di cui restano solo alcuni relitti nella lingua romanza che è il Neosardo parlato oggi; infine l’Etrusco in Toscana, forse in una zona “protetta” dall’Appennino, stando all’affinità esistente tra Etrusco e Sardo, su cui molto insisteva Massimo Pittau.

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Numero 67 – II Semestre 2025

Disponibile da Dicembre 2025, il nuovo numero 67 di Sardegna Antica

In copertina il nuraghe Piscu di Suelli. Foto di Fabrizio Bibi Pinna

Sommario

  • Società Matriarcale e Sardegna – Maurizio Feo
  • Dieci Anni di Storie – Maura Andreoni
  • La Rotta Atlantica e Tesori del Nuovo Mondo (2° parte) – Antonia Angela Tronci
  • Stima dell’Età della Terra – Antonio Assorgia
  • Alla Scoperta di CynotheriumDaniel Zoboli
  • L’Oreopiteco di Fiumesanto – Lorenzo Scano
  • Dalle Terre Collettive all’Editto delle Chiudende – Giovanni Enna
  • Ancora sui Falsi d’Arborea (e di Cabras) – Peppino Pischedda
  • Orientamenti del Pozzo Sacro di Santa Cristina – Armin Frey
  • L’IncomunicabilitàGiacobbe Manca
  • Il 68° Deposito Territoriale Carburanti – Giovanni Graziano Manca


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Stampa 3D e Droni: il futuro dell’Archeologia

Sul finire del XX secolo, nuove tecnologie si sono affacciate sempre di più nel mondo dell’archeologia: si è passati da rilievi fatti con carta, matita, e l’ausilio della cara livella a bolla, ai più moderni sistemi di fotogrammetria. Sembra ieri, quando ancora insegnavano all’università l’uso degli stereoscopi ottici per sovrapporre tra loro due foto aeree ed avere l’idea (anche se molto enfatizzata) di come fosse un territorio visto dall’alto. Oggi è invece diventato quasi
banale utilizzare per qualsiasi ricerca, sia scolastica che a più alti livelli, foto satellitari (si pensi al semplice google maps) o anche dei “normali” droni.
È ormai alla portata di tutti essere in grado di produrre una ricostruzione 3D da delle semplici foto, o anche da un filmato: ricostruzione che poi è possibile stampare fisicamente (mediante la stampa 3D) e rendere quindi tangibile. Non si tratta più di semplici riproduzioni, ma della copia esatta di un originale, talvolta identica anche nel peso e nel materiale, o nella “texture” (la superfice esterna dell’oggetto, ma anche consistenza, densità, grana).
Queste procedure erano impensabili anni fa, quando ancora si effettuavano le copie sugli originali (una pratica ormai bandita definitivamente), immaginate il rischio e la difficoltà nel fare, ad esempio, una copia di un bronzetto, di una statuina di dea madre (si pensi alle copie in gesso delle “veneri di Parabita”) o addirittura, di un intero monumento (come un nuraghe, una chiesa, ma anche un ipogeo).

Questo articoletto non ha la pretesa di essere una guida passo passo, o una spiegazione accademica dei diversi metodi esistenti; più che altro ha l’ardire di tracciare un resoconto di queste due attuali tecnologie (droni e stampa 3D) e di come questi siano già di attuale beneficio alla materia. Come tutte le tecniche, tuttavia, queste non possono prescindere da un ragionamento a monte, su come e quando usarle, poiché il rischio sarebbe quello di ottenere un mirabile prodotto estetico, tuttavia poco informativo e di scarso o nullo interesse scientifico, con l’esclusivo risultato di diventare un ulteriore inghiottitoio di utile denaro pubblico.

Droni

Il termine “drone” è utilizzato attualmente per riferirsi in modo colloquiale ad un U.A.V. (acronimo che sta per unmanned aerial vehicle, in italiano definito più spesso aeromobile a pilotaggio remoto o A.P.R.), si tratta di un velivolo comandato a distanza mediante un telecomando, con una telecamera per “vedere” la direzione assunta ed eseguire foto, video o altri tipi di rilievi.
Sembrerà quindi banale che un drone riesca a trasportare una videocamera per fare delle riprese. Eppure, solo una decina di anni fa ancora volavano dei palloni aerostatici con cavo a terra, atti a trasportare pesanti fotocamere reflex comandate mediante lo stesso cavo di ancoraggio al suolo, utilizzate per fare degli scatti più o meno alla cieca, sperando che alla fine l’immagine fosse passabile, o quantomeno con lo specifico obbiettivo di interesse ben inquadrato…

Stampanti 3D

Non molti lo ricorderanno, ma nell’ormai datato (e sottovalutato) film “Jurassic Park III” (2001) viene mostrata una scena a dir poco premonitrice: un giovane paleontologo viene ripreso mentre mostra al protagonista un suo modello di prototipazione rapida: la camera di risonanza acustica di un velociraptor. Al tempo la scena parve futuristica. Creare un oggetto tridimensionale da una foto? Impossibile.
Chi conosce come funziona il mondo della tecnologia militare, tuttavia saprà che le invenzioni più avveniristiche sono state usate prima dai militari, e poi dai comuni cittadini: internet (Arpanet), il GPS (NAVstar GPS) e gli stessi droni prima citati. Lo stesso è stato probabilmente per la stampa 3D, cioè prima che venisse diffusamente impiegata come oggi, era ad esclusivo utilizzo degli enti di ricerca più importanti, tale da sembrare quindi avveniristica…

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Numero 66 – I Semestre 2025

Disponibile da Maggio 2025, il nuovo numero 66 di Sardegna Antica

In copertina La torre costiera La Pelosa di Stintino. Foto di Paolo Lombardi (Neroargento).

Sommario

  • La Cultura Jamna e la Sardegna – Maurizio Feo
  • Shhh… Silenzio – Maura Andreoni
  • Stampa 3D e Droni: il futuro dell’Archeologia – Alessandro Atzeni
  • La Rotta Atlantica e Tesori del Nuovo Mondo – Antonia Angela Tronci
  • Le Statue Stele di Pontremoli – Gaetano Solano
  • Il Mammut Nano della Sardegna – Daniel Zoboli
  • Blocco Istoriato da Brasilia – Giacobbe Manca
  • Tributi e Banditi nella Sardegna di Fine ‘800 – Giovanni Enna
  • Le Torri Costiere Sarde – Lorenzo Scano
  • Il Cardinale Vicerè Teodoro Trivulzio – Pietro Martis


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Le torri costiere sarde

Note storiche

Nel percorrere la costa sarda, siamo incuriositi dalla presenza imponente delle torri, per la maggior parte di costruzione spagnola, che difesero la nostra isola dalle incursioni fino al loro abbandono, avvenuto verso la metà del diciannovesimo secolo. Molte di esse sono precedenti all’occupazione spagnola: in effetti, le minacce alle coste sarde, storicamente di matrice ottomana, ebbero inizio già nel 655 d.C., quando la Sardegna diventò tappa intermedia per l’avanzata islamica verso la Spagna e il Marocco.
Nel 705 avvenne un investimento militare, (così è chiamato un attacco su larga scala, con molti uomini e mezzi: ciò per distinguerlo dalle incursioni, più frequenti non solo in Sardegna: azioni, queste ultime, improvvise e di breve durata). Quell’attacco massiccio fu opera del pirata egiziano Abdel Aziz: città come Nora e Tharros furono allora abbandonate, per mai più rinascere. Alla metà di quel secolo, i Sardi furono sottoposti alla tassa ottomana, e l’evento più drammatico fu in seguito il saccheggio di Cagliari nell’anno 816.
Solo dopo il Mille le marinerie di Pisa e Genova si interessarono alla Sardegna, allentando la pressione ottomana, che diventava più sporadica fino a diventare nuovamente minacciosa con l’invasione della Planargia da Bosa, nel 1226, e con il saccheggio dell’entroterra olbiese del 1418. Le basi ottomane nel Nordafrica, da Tunisi ad Algeri, furono una minaccia incombente per la Sardegna dopo le disfatte di Famagosta e la presa di Costantinopoli del 1453, fino all’arretramento della conquista islamica con la prima battaglia di Vienna, (1519), e poi con Lepanto e con la liberazione dell’area balcanica nel 1683.

La cintura difensiva

Le torri costiere ebbero una costruzione scaglionata nel tempo: ad esempio, la Torre del Porto a Portotorres data al 1325; la torre di Bosa fu costruita ai primi del ‘500, e così molte altre; ma fu sotto Filippo Secondo di Spagna che furono tutte rimesse in assetto, e la loro costruzione ebbe un’ulteriore accelerazione, subito dopo la battaglia di Lepanto. Esse furono allora organizzate in unico sistema di difesa militare e senza dubbio vennero utili, poiché le aggressioni ottomane non ebbero mai tregua: persino dopo la grande vittoria navale della coalizione cristiana, la Sardegna subì continui attacchi, solitamente nella bella stagione, a intervalli da uno a quattro anni fra uno e l’altro, con un solo intervallo di dieci anni dopo il 1777. Gli invasori giungevano con le fuste, grandi pescherecci armati con una spingarda a prua, con un solo albero a vela latina, e talvolta appoggiate dal più imponente sciabecco, che era provvisto anche di armi pesanti. Le fuste erano lunghe 25 metri: il loro assetto le rendeva adatte ad accostarsi alle spiagge, per poi sbarcare gli uomini con l’acqua alla cintola e riprenderli a bordo, dopo il saccheggio dei raccolti e l’eventuale predazione di uomini in età da lavoro e giovani donne.
Quel bottino era destinato rispettivamente alla schiavitù oppure agli harem. Le fuste avevano di solito 18 rematori per parte, ed erano di facile manovrabilità proprio per le dimensioni ridotte e il basso pescaggio: infatti, gli sbarchi avvenivano di regola sulle coste sabbiose. Lo sciabecco, nave imponente e pesantemente armata, stazionava più a largo.

Le torri in assetto dopo Lepanto

Fissiamo l’attenzione dunque al 1571, quando delle oltre cento torri oggi visibili ne preesistevano una sessantina, molte ammalorate, che quasi in tutti i casi furono oggetto di recupero. Immaginiamo di armare e mettere in assetto qualcuna delle più grandi, chiamare allora “gagliarde”, quali furono ad esempio la torre Pelosa di Stintino, o la torre del Porto a Portotorres, oppure ancora la Torre Grande nella costa oristanese, o quella di Barì.
La “gagliarda” era diversa dalla “senzilla” torre di media grandezza, come la torre di S. Lucia di Siniscola, e dalla piccola “torrezilla”, utile solo per avvistamento e segnalazione: tali erano, ad esempio, quella di Torre Falcone a Stintino, la “torretta” di Platamona, quella di Frigiano a Castelsardo, quella di s. Gemiliano a Tortolì.
Come già detto, la forte accelerazione nel mettere in opera tante fortezze, e rimettere in assettoquelle già esistenti, avvenne subito dopo Lepanto. Questa coincidenza merita una riflessione…

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La Cultura Jamna e la Sardegna

Le enormi potenzialità sviluppatesi con la ricerca genetica sul DNA Antico hanno già permesso nuove certezze scientifiche, anche in ambito archeologico, antropologico e storico: alcune hanno rivelato verità preistoriche prima insospettate e ritenute impossibili, che hanno sgombrato il campo dalle ricostruzioni ipotetiche errate che fino a ieri erano considerate dignitosamente accettabili. In particolare, s’è finalmente chiarito uno degli intricati dubbi linguistici riguardanti l’Europa: come mai le lingue pre-indoeuropee, precedentemente parlate nella Vecchia Europa siano state quasi per intero sostituite da lingue di tipo indoeuropeo.
L’argomento riguarda anche la Sardegna: Pittau sosteneva che Etruschi e Sardi – popolazioni confinanti per mezzo del mare Tirreno – fossero accomunati da molte altre caratteristiche, oltre che da due lingue molto affini, che lui riteneva indoeuropee. La ricerca genetica ha dimostrato in modo definitivo e scientifico che non è così. È meglio prima spiegare da quali popolazioni di fondatori derivino gli abitanti dell’Europa.

La prima ondata di popolamento sarebbe avvenuta intorno a 37.000 anni fa e sarebbe stata composta di sparuti gruppi differenti di cacciatori-raccoglitori, provenienti dall’oriente, che si sarebbero sparsi lungo le vie di spostamento delle prede preferite, pertanto seguendo le vie scelte dagli animali stessi, lungo le praterie degli impluvi principali. La migrazione presuppone un cambio di ambiente, impone l’adattamento dell’organismo a nuovi agenti patogeni, differenti abitudini e modifiche nella dieta: tutti questi elementi lasciano tracce nel genoma, come si vedrà. La genetica sostiene che molti di questi gruppi avessero prevalentemente una pelle scura ed occhi azzurri e che si siano spinti fino all’estremo occidente dell’Europa, attuale Inghilterra inclusa (“Cheddar man”).
La pigmentazione era dovuta all’appartenenza a popolazioni provenienti da zone in cui era obbligata una cronica esposizione al sole per buona parte dell’anno. Si deve considerare che si trattò di un primo “popolamento” molto relativo: i cacciatori-raccoglitori hanno sempre avuto una bassissima densità di popolazione e d’abitudine furono sostanzialmente nomadi.

Una seconda migrazione si sarebbe verificata circa 9.000 anni fa: avrebbe condotto in Europa un più nutrito numero di agricoltori neolitici provenienti dall’Anatolia. Questa “ondata” di popolamento, secondo la Genetica, sarebbe stata composta da gruppi familiari già adattati all’agricoltura, che avrebbero portato con sé anche alcune piante e animali. La vicinanza con gli animali avrebbe col tempo prodotto varie modifiche nel sistema immunitario umano (per es.: resistenza a lebbra e tubercolosi). La persistenza dell’enzima lattasi anche in età adulta sembra essersi prodotta in questa popolazione in seguito a fattori di pressione ambientale. L’onda di migrazione si sarebbe introdotta in Europa e avrebbe in parte spiazzato dalle sedi prescelte i precedenti cacciatori/raccoglitori. D’altronde, il disboscamento necessario all’agricoltura in genere allontanava anche le prede stesse dei cacciatori, che già di per sé si erano rarefatte per via della caccia: insomma, non ci sarebbe stato alcun bisogno di una guerra tra i due gruppi, come un tempo si preferiva credere.
Gli agricoltori portarono con sé geni che esprimevano pelle chiara, alta statura, comparsa di tolleranza al lattosio in età adulta (persistenza della lattasi): il loro successo fece sì che questo divenne il genoma umano tipico e più diffuso del Neolitico, in tutta l’Europa, cui appartenne anche Oetzi.

La terza ondata di popolamento fu quella degli Yamnaya. Circa cinquemila anni fa si affermò in Europa la cultura Jamna (o cultura della tomba a fossa, da jamna: “fossa”), i cui esponenti sono denominati Yamnaya dalla genetica e corrispondono ai Kurgan dell’archeologia, descritti anche da M. Gimbutas. La loro economia era basata sulla pastorizia di pecore e bovini. Derivavano da più vecchie culture della regione delle steppe, ma ebbero maggior successo dei loro predecessori, perché riuscirono a sfruttare le risorse in modo molto migliore. Si diffusero in un’area veramente immensa: dall’Ungheria fino ai Monti Altai in Mongolia. La scomparsa totale o quasi totale di genomi antichi, differenti dai loro, dimostrano che essi sostituirono in molti luoghi le culture che li avevano preceduti.

È un fenomeno imponente, che gli archeologi non credevano possibile. In questa impresa furono certamente facilitati da almeno tre fattori.
1) Il primo è la ruota. Non si tratta neppure di una loro invenzione: infatti, la ruota era comparsa alcuni secoli prima della loro ascesa e si era propagata molto velocemente in tutta l’Eurasia.
2) Il secondo sta nel fatto che gli Yamnaya imitarono i carri coperti su ruote dai loro vicini meridionali, i Majkop, una popolazione insediata nel Caucaso tra il Mar Caspio ed il Mar Nero, che già seppelliva i propri morti nei kurgan (e che derivava alcuni caratteri dagli iranici e dagli armeni: alcuni loro manufatti risalgono alla cultura mesopotamica di Uruk). È inutile spiegare l’enorme importanza che ebbero la ruota ed il carro. Va però chiarito che – per chi viveva nella steppa – il carro ebbe un ruolo ancor più determinante, perché rese agibili e sfruttabili le immense pianure prima proibite, portandovi l’acqua con i carri.
3) Il terzo fattore fu l’adozione di un’altra invenzione che mutuarono da altri: l’addomesticazione del cavallo…

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Il Nuraghe Longu di Chiaramonti

La regione storica Anglona, nel Nord della Sardegna, si gloria della presenza di numerosissime e particolari testimonianze preistoriche. Anche le più antiche tracce della presenza umana nell’isola ci giungono proprio da questo territorio: ben noti sono i ritrovamenti di utensili litici di selce in tecnica detta Clactoniana, attribuiti al paleolitico inferiore e datati da 250 a 700 mila anni. Esse provengono dalle balze quaternarie dislocate lungo il Rio Battana (detto anche Altana), nel tratto che scorre tra Martis, Laerru e Perfugas prima d’immettersi nel maggiore fiume Coghinas.
Il territorio è anche ricco di documenti monumentali e di reperti ascrivibili al Neolitico, attestato fin dalla fase media detta cultura di Bonu Ighinu. La straordinaria statuina, o veneretta di Dea Madre è una tra le numerose suppellettili: l’unica conosciuta con un bimbo tenuto al seno. L’oggetto è parzialmente mutilo, ma innegabilmente nella frattura è riconoscibile la sagoma del poppante.
Alla fase neolitica appartengono anche splendide domos de janas scavate nella roccia, che in quest’area sono spesso ricche di bassorilievi zoomorfi o teriomorfi (cioè, motivi magico-religiosi, che evocano animali o divinità totemiche a essi correlate) scolpiti nelle pareti. Questi singolari monumenti sono tombe collettive e risalgono almeno al Neolitico Medio, con una grande diffusione dalla fase recente.
In questi monumenti gli scalpellini mostrano sia una grande maestria nell’esecuzione, sia una profonda conoscenza degli affioramenti da scavare e delle pietre da utilizzare per riuscire ad aggredirli, scavando e decorando in diverso modo le sepolture.

L’indagine sul nuraghe Longu riporta alla piena Età del Bronzo e le peculiarità di questo nuraghe ci inducono a pensare che quegli antenati lontani, costruttori di rara maestria e intelligenza, abbiano ereditato le grandi abilità nella lavorazione della pietra da quei lontanissimi scalpellini neolitici, che oggi si apprezzano per i loro edifici a bastione e le torri preistoriche, chiamati nuraghe in Sardegna e così noti nel mondo.
La ricerca che da anni ci spinge a visitare e studiare queste straordinarie costruzioni, non a caso ci ha portato spesso nei territori dell’Anglona, una delle regioni dell’Isola particolarmente ricca di monumenti. Fra questi è pure ampia la casistica delle varianti, le cui specificità offrono il destro per arricchire sia le conoscenze architettoniche, sia la possibilità di prospettare le linee di un progresso generale, nelle tecniche e nel pensiero progettuale.
Il nuraghe Longu di Chiaramonti si trova in località Funtana Saltza, facilmente individuabile percorrendo la statale 672 verso Tempio, sulla sinistra, dopo circa 2 km oltre il più noto e ben visibile nuraghe Ruju, a brevissima distanza dalla strada, ma precluso alle visite. Il Longu è costruito con la locale trachite rossa. Un marcato e secolare spietramento lo ha ridotto alla sola camera basale; ne ha occluso l’ingresso rivolto a Sudest e messo in luce la rampa intermuraria, dalla quale oggi è possibile l’accesso. L’esterno è facilmente leggibile solo nel lato Nord-Nordest, laddove si apprezza la raffinata disposizione e lavorazione dei conci di blocchi disposti in filari; in questo lato la torre si eleva per 5 metri abbondanti sulle macerie. La muratura residua emerge dall’accumulo della rovina e lascia ipotizzare una struttura complessa dalle dimensioni di maggiori dimensioni. L’ispezione interna della torre può avvenire solo inerpicandosi sul materiale d’accumulo causato da spoliazione, fino a giungere quasi al colmo. Un incredibile squarcio aperto sul vano scala/rampa mostra subito misure da record: una larghezza di metri 1,50 alla base e di 1,10 al colmo del vano è indiscutibilmente eccezionale e finora unica.

Attraverso la posizione scomposta dei conci trachitici resta uno squarcio tra le murature, dal quale è possibile riconoscere l’esito di un vano intermurario, differente dalla camera basale, che è ricavato in uno spessore murario usualmente non vuotato nelle torri nuragiche Volendo dare una descrizione semplicistica vagamente orientativa a chi non ha mai varcato l’ingresso di queste torri preistoriche, si potrebbe dire che questi antichi edifici sono sostanzialmente costituiti da più paramenti concentrici, quasi gusci multipli, che racchiudono le camere disposte in genere fino a tre livelli; attorno a esse sono gli spazi dei vani di servizio: un apprestamento dell’ingresso, nicchie, rampe per giungere ai piani alti, ma anche vani accessori non canonici, anch’essi raggiungibili per mezzo di scale sussidiarie o attraverso botole servite da scale in legno. Il nuraghe Longu fa parte di una nutrita lista di torri che – limitandoci a guardare nella sola Anglona – sono appunto note per la presenza in esse di vani infra-piano, da alcuni detti mezzanini, e che allo stato attuale della ricerca sembrerebbero presenti con maggiore frequenza nell’area centro settentrionale dell’isola.

Il mezzanino del nuraghe Longu entra a pieno diritto tra quelli definibili più unici che rari, potremmo quasi considerarlo come un corridoio interrotto in quota che si sviluppa da est a ovest del cono murario. La sua considerevole dimensione, che sul piano pavimentale abbiamo misurato in ben 12,60 metri di sviluppo, lo differenzia da quelli già noti che nella maggior parte dei casi terminano con un modesto spazio ricavato sopra l’ingresso.
Il vano mezzanino del Longu dal suo punto di apertura sulla nicchia d’andito oltrepassa di molto il sottostante corridoio d’ingresso. Lo stretto vano posto al colmo dell’edificio residuo, è qui descritto in modo assai parziale a causa delle condizioni deprecabili del nuraghe: noi lo definiamo mezzanino, ma uno scavo razionale del nuraghe potrebbe dimostrare che appartiene a una seconda rampa. È ora opportuno percorrere la rampa elicoidale intermuraria, dalle dimensioni inusitate e propriamente monumentali attraverso l’unica apertura che oggi consente l’accesso al monumento…

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La fase nuragica misteriosa

Tra il nuraghe Ui e le tombe di giganti di Madau

La torre secondaria del nuraghe Ui

Sono giunte in redazione le fotografie di una strana stanza di nuraghe, mai studiato, ancora sorprendentemente integra sotto l’insensata ed estesa rovina cui fu ridotto il nuraghe Ui di Chiaramonti. Il nuraghe non è mai stato preso in seria considerazione per uno studio o uno scavo da parte degli enti preposti.
A ovest dei resti del monumento, anche qui ridotto a rovina, alcune case coloniche estranee al nuraghe presidiano un verde podere posto nella valle. Assai verosimilmente le case furono edificate a detrimento del vicino nuraghe Ui, la cui planimetria, pur rivelando un edificio complesso, rimane al momento incomprensibile anche per l’intrico della vegetazione e per il degrado ubiquitario. Al colmo del rilievo s’individua la stanza inferiore della torre centrale, beante perché svettata nel terzo superiore, e attorno si vedono indizi di altre torrette svettate, diversamente disposte: tre sono certe; resta il dubbio che le altre ipotizzabili possano essere capanne dell’Età del ferro.
Alcune strutture sono tangenti alla torre antica e di esse almeno due sono staccate dal complesso: son poste a ridosso dell’ampio cortile antistante, cioè a Sud, dove convergono tutti gli ingressi dei vari ambienti, le cui aperture sono ora affossate per l’interramento assai consistente. La rovina è talmente fitta che al primo sguardo, nessuno direbbe che sott o quel cumulo si trovi ancora un vano intero.

I contadini qui stanziati dovettero notare che sotto quei blocchi sconnessi era nascosta una qualche cavità. Si aprì un’apertura che permise di affacciarsi ai paramenti interni di una camera di aspetto singolare. L’idea fissa di un tesoro, dovette accendere la frenesia con l’effetto di fare rimuovere altri blocchi, fino a determinare una brutta e ampia breccia nella quale un uomo riesce a entrare. Dalla base del foro c’è una caduta di circa un metro e mezzo per posare i piedi sul suolo della camera, quindi entrare nella camera richiede una scala adeguata.
Da come appare oggi la stanza, ripiena di terra e residui organici, non si hanno dubbi sul fatto che nessun tesoro fu rinvenuto ma, in cambio di ciò i vicini contadini acquistarono una stia bell’e pronta. Quest’uso “moderno” e imprevisto del nuraghe ha consentito che alcuni appassionati cultori di archeologia preistorica isolana, capitati lì per caso, dessero notizia del vano in questione, che appare realizzato con tecniche costruttive difformi dalle quelle più ricorrenti e note. Una delle singolarità di questa torretta è la consistenza del muro basale, che si può vedere solo dall’interno per uno sviluppo verticale di due metri, emergente sul pavimento attuale: verosimilmente prosegue immutato fino alla base antica della camera. Esso è realizzato in pietre trachitiche, relativamente piccole, in confronto con i blocchi del resto delle strutture in rovina, ma in specie rispetto alla copertura ogivale, che si configura come una sorta di scudo litico concavo e molto ribassato, anziché ogivale “al modo nuragico”.
Il muro è fatto a piccole pietre, compattate da un aggregante tenacissimo, che pare posto non a consolidare, quanto a riempire le fessure fra i blocchi. Tale impasto terragno e argilloso, annerito da residui carboniosi, pare indurito fortemente per l’esposizione a una temperatura molto elevata, che determinato l’arrossamento antico delle pietre del muro. Una teoria di lastrine uniforma la parte alta del muro, livellandolo all’altezza di circa due metri dal suolo attuale. Questo espediente servì, verosimilmente, per preparare un piano di posa omogeneo, in funzione della realizzazione della “nuova” copertura, che è certamente diversa da quella delle origini. Questa preparazione è necessariamente successiva a una demolizione, le cui cause naturalmente sfuggono. La volta aggiunta è del tutto singolare, sia per la dimensione dei blocchi utilizzati, che sono di dura trachite rossa prossima al basalto, sia per le dimensioni dei conci di forma irregolarmente conica, dalle dimensioni ben maggiori rispetto ai blocchetti utilizzati nell’anello basale, sia per il profilo della nuova copertura, fortemente ribassata e dunque dal fortissimo aggetto e direi proprio insolita negli edifici nuragici.

Le t.d.g. nn. 2 e 3 della necropoli di Madau – Fonni

Ancorché superstiti dalle demenziali a dir poco, integrazioni al cemento, hanno tratti in cui si osservano delle sovrapposizioni costruttive rapportabili a quelle del nuraghe Ui di Chiaramonti. Prendiamo la tomba 3 quale esempio meglio calzante con la torretta del nuraghe Ui. Nella sua camera, alla base è venuto in luce l’esito di una precedente tdg edificata con piccole lastre, che fu abbandonata in una fase a noi sconosciuta e, quindi, smantellata per ricostruirla con una tecnica completamente diversa.
La tecnica sovrapposta mostra grandi placche granitiche interne ed esterne alla camera, nell’esedra e nel corpo. Le grosse lastre hanno la “faccia ben bocciardata, ma anche anche le superfici di posa e affianca mento accuratamente preparate. Esse realizzano una tomba di giganti ben più monumentale rispetto alle precedenti, e l’imparentamento con le fasi costrutti ve della confinante tomba 2 è evidente. Entrambe le tombe appartengono a una fase molto evoluta fra le t.d.g. nuragiche e paiono precedere di qualche secolo la tecnica ben più raffi nata che osserviamo nelle successive, splendide tombe di Biristeddi, la cui raffinata esecuzione è esaltata dall’uso del basalto…

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