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Duos Nuraghes di Borore: ¿un nuraghe complesso?

Nell’immaginario collettivo è ormai accettato che il nuraghe propriamente detto sia rappresentato dalle torri cilindriche troncoconiche sviluppate in altezza, maggiormente diffuse sul territorio sardo. Sono numerose le torri che svettano solitarie nella campagna e rappresentano il culmine di un’evoluzione costruttiva realizzata attraverso varie tappe, espressione di differenti gruppi umani che la produssero.
Le torri solitarie, i cosiddetti nuraghes “monotorre”, presentano una peculiarità che le identifica: il loro ingresso alla camera terrena è sempre rivolto a S-SE. Nelle torri dell’età del bronzo le camere sovrapposte, servite da scale elicoidali, potevano arrivare fino a tre. Nel loro processo evolutivo, ma anche a seconda delle possibilità economiche del gruppo umano commissionante, i monotorre diventano col tempo il centro principale di un edificio ampliatosi in forme più complesse.
La creazione di nuraghes con più torri produce edifici detti “a tancato”; al monotorre è aggiunta una seconda torre a fronte dell’ingresso e lo spazio tra le due è delimitato da un cortile racchiuso da possenti mura di raccordo (Sa Domu ‘e s’Orcu di Sarroch). Ci sono poi nuraghes bilobati, in cui oltre alla torre principale troviamo altre due torri secondarie (Orolo di Bortigali), trilobati con tre torri aggiunte (Santu Antine di Torralba), quadrilobati (Su Nuraxi di Barumini), pentalobati (Arrubiu di Orroli) e probabilmente esiste anche qualche esempio di esalobato.
In ogni caso, la torre principale, oltre all’orientamento dell’ingresso, con serva sempre alcuni accorgimenti architettonici ricorrenti: un corridoio d’ingresso, che comunemente trova aperti nel suo percorso una scala ai piani e una nicchia, una camera terrena con una o più nicchie, o la stessa scala ai piani qualora questa non si apra nel corridoio. L’intento di questo scritto è quello di proporre una ricollocazione della tipologia del singolare esempio di Duos Nuraghes in Borore.

I Duos Nuraghes

Alle due torri ancora visibili sono attribuiti i nomi di torre A, sito in posizione più meridionale e di torre B, circa otto metri poco più a nord. I primi scavi furono promossi e finanziati dalla Pennsylvania State University, tra il 1985 e il ’98. G. Webster concluse che la torre A fosse la più antica e le datazioni al C14 la riferirono inizialmente al 2230 ± 320 aC (poi corretto in 2.000-1800). Il corridoio nella torre A non presenta nicchia d’andito né il classico imbocco per la scala ai piani; residua tuttavia una modesta apertura sopraelevata, oggi parzialmente ingombra. La porticina/finestra, certamente di accesso disagevole, trovandosi aperta quasi al colmo dell’ogiva del corridoio d’ingresso, permette d’ipotizzare l’originario uso di una scala a pioli per raggiungerla dal basso; ritengo improbabile un impalcato ligneo, che avrebbe gravato sul corridoio d’ingresso. L’imbocco pare immettere in un piccolo vano, risparmiato tra il guscio esterno e quello interno della camera basale; da una vista aerea lo spazio residuo delle murature rende difficoltoso ipotizzare l’antica presenza di una scala elicoidale che conducesse sulla sommità della torre. Il vano poteva, forse, essere raggiunto da una stretta scala a partenza dal pavimento del primo piano: non mancano, infatti, esempi di strette e ripide scale ricavate tra i gusci murari delle torri (fig. 2). La camera basale residua della torre A è svettata, non presenta nicchie e tanto meno si hanno tracce di eventuale scala di camera. L’ingresso di questa torre appare ancora integro, è orientato a N-NE e sormontato da un modesto architrave, ora spezzato per metà del la sua lunghezza e sovrastato da un finestrino, che permetteva di illuminare la torre attraverso il corridoio chiuso con copertura ogivale.
La posa dei conci nella torre A, sia nel paramento esterno, sia in quello interno, si mostra con una disposizione dettata da file irregolari che risaltano per il gioco d’incastri di massi poligonali piuttosto che di conci lavorati, come possiamo notare invece nella torre B. Questo particolare costruttivo può rafforzare la suggestione di una maggiore antichità della torre A, se come termine di paragone si prenda ad esempio la posa dei conci nelle meno diffuse torri arcaiche note anche come nuraghes “a corridoio”, ma questo credo non sia sufficiente per definirla come più antica.

Il progetto unitario

Una nuova ipotesi progettuale ricostruttiva dei nuraghes complessi ha subito una spinta decisiva dopo una campagna di scavo del Santu Antine di Torralba che ha portato alla luce un pozzo ricavato nella torre nord. Il pozzo è magistralmente inglobato nella torre, la scala di accesso che conduce ai piedi della ghiera parte dal piccolo corridoio di servizio, che mette in comunicazione i due grandi corridoi al piano terra. La torre che lo ospita e il sistema dei corridoi sono quindi funzionali alla sua fruibilità. Se questa ipotesi fosse confermata, il lasso di tempo che trascorre tra l’edificazione della torre principale e le torri secondarie potrebbe anche essere molto breve, giusto il tempo di portare a termine la torre principale e il successivo inizio del progetto unitario di edificazione della struttura complessa che si addossa a essa.
Il progetto di unitarietà costruttiva suggerisce indizi molto importanti: la torre principale e le torri minori dei nuraghes complessi non differiscono per età di edificazione, ma differiscono certamente per funzionalità e per importanza. I costruttori nuragici mostrano migliore cura nella posa e lavorazione dei conci nelle torri principali: questo porta certamente a un maggiore dispendio di tempo e forza lavoro. Occorrono maestranze esperte che, oltre alle attività di cava, devono occuparsi della lavorazione dei conci. Le torri principali si avvalgono di soluzioni architettoniche che mostrano scale, nicchie spesso anche articolate, se non quasi dei veri corridoi anulari, vani di servizio e/o di transito, alloggiamenti per travi lignee che sorreggevano soppalchi utili alla suddivisione degli spazi interni alle camere. Tutti questi accorgimenti architettonici non si trovano nelle torri secondarie e tantomeno nella presunta torre A del Duos Nuraghes.

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Arthropleura, il “millepiedi gigante” del Carbonifero

Arthropleura è un genere estinto di miriapodi, cioè un gruppo di invertebrati a cui oggi appartengono animali come centopiedi e millepiedi. I miriapodi attuali si dividono in quattro gruppi: i centopiedi (Chilopoda), i millepiedi (Diplopoda), e due gruppi meno noti, Symphyla e Pauropoda.
I primi due sono tra loro più strettamente imparentati, così come lo sono gli altri due. Alcune specie di Arthropleura erano veri e propri giganti, raggiungevano infatti dimensioni straordinarie: fino a 2,6 metri di lunghezza e circa 50 chilogrammi di peso (fig. 1). Si tratta quindi dei più grandi artropodi terrestri mai esistiti, superati solo da alcuni “scorpioni marini” del Paleozoico.

I loro resti fossili, insieme a tracce del loro passaggio (piste fossili larghe fino a 50 cm), sono stati trovati in molte parti del mondo: Nord America, Europa e Asia. Questa distribuzione e la paleogeografia dell’epoca (le terre emerse costituivano il supercontinente Pangea) indicano che questi “millepiedi giganti” vivevano nelle regioni equatoriali del pianeta. I fossili risalgono al tardo Paleozoico (periodi Carbonifero e Permiano), in un lungo intervallo di circa 45 milioni di anni.
Nonostante la loro ampia diffusione, i resti fossili di Arthropleura sono spesso incompleti e per lo più si tratta di frammenti dell’esoscheletro, probabilmente abbandonati durante la muta. I fossili meglio conservati appartengo no invece a individui molto giovani, lunghi solo pochi centimetri, ritrovati in Francia. Proprio questi esemplari hanno fornito nuove informazioni sull’anatomia di Arthropleura, in particolare sulla testa, permettendo di chiarire meglio le sue relazioni evolutive con i miriapodi moderni e il suo sviluppo nel corso della vita.

La specie più nota nel registro paleontologico, Arthropleura armata, è stata rinvenuta anche in Italia, nei depositi fluvio-lacustri risalenti al tardo Carbonifero, oltre 300 milioni di anni fa, affioranti nell’area di San Giorgio, presso Iglesias. Il fossile trovato consiste in un frammento dell’esoscheletro di pochi centimetri che presenta la tipica ornamentazione della specie e che potrebbe essere appartenuto a un individuo lungo circa un metro (fig. 2). Il fossile è attualmente conservato nel Museo dei Paleoambienti Sulcitani – E.A. Martel di Carbonia, dove è esposto anche un modello in dimensioni reali e scientificamente accurato di questo iconico “mostro” preistorico.

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Narrazione o Scienza

Il territorio della Sardegna è costellato – oltre che da numerosi, splendidi e diversissimi esempi di nuraghe – anche da monumentali tombe, denominate dalla fantasia popolare “ tombe dei giganti” (TdG), gigantinos, tumbas de is mannos per la loro imponenza. In verità erano tombe per uomini di dimensioni normali, non per giganti. Si dovrebbe aggiungere che furono costruite nel periodo nuragico e che erano tombe collettive, il che giustifica le loro dimensioni notevoli e il loro nome.
Con ogni probabilità erano derivate per sincretismo da altre tombe precedenti, del Neolitico (circa V-IV millennio aC): grotte artificiali di varie dimensioni scavate nella roccia, denominate domos de janas, “case delle fate”. La continuità ideale tra le precedenti tombe ipogee scavate nella roccia e le successive tombe aeree monumentali è indicata da molti elementi, tra cui figura anche l’esistenza di stele centinate, cioè con angoli superiori arrotondati (talvolta scolpite anche sulla facciata di alcune domos de janas).

La TdG era sostanzialmente un tumulo allungato, composto di pietra e di terra: all’esterno appariva come uno spesso strato di terra sotto al quale riposava la lunga struttura trilitica portante in pietra, con commessure via via più precise e combacianti man mano che le tombe divennero più “evolute” col tempo. Spesso la base del corridoio tombale era lastricata anch’essa con elementi strettamente connessi, realizzando così una camera a buona tenuta. Un pesante portello in pietra, sito nella parte anteriore della tomba, ne chiudeva l’ingresso, posto al centro di quell’area che oggi è definita “esedra”: due braccia curve, degradanti dal centro verso l’esterno, quasi a formare una superficie rituale antistante alla tomba. Esisteva una discreta variabilità per ciò che riguarda l’esedra: talvolta ospitava al centro enormi lastre mono- o bi-litiche (stele centinate), talaltra era composta di pietre più piccole e di dimensioni simili tra loro (naturali o isodome).
Era sempre un monumento aereo, ben visibile, di struttura ciclopica (non megalitica), composto dal susseguirsi di ortostati e architravi, fino a formare un corridoio, talvolta lungo anche più di 20 metri. Incidentalmente, ci si domanda perché mai gli archeologi sardi persistano nell’errore grave di denominare ufficialmente tale sistema trilitico “copertura a piattabanda”. Confondere l’architrave (composto di un elemento singolo, che si regge per gravità ed è in equilibrio stabile) con la piattabanda (fatta di molti elementi e consistente in realtà in un arco molto ribassato, che si regge per contrasto) costituisce una gravissima lacuna tecnica, che presuppone una cattiva comprensione della statica e che non dovrebbe mai comparire su pubblicazioni scientifiche ufficiali.

La forma esteriore della TdG ha dato adito a interpretazioni varie e fantasiose da parte dei commentatori moderni: c’è chi parla di una protome taurina e chi di rappresentazione di un utero: il lettore deve costantemente ricordarsi di distinguere tra documentazione scientifica e narrazione speculativa. Per esempio, si è voluta vedere una dipendenza/corrispondenza tra nuraghe e TdG, (ipotizzata in origine da Duncan Mackenzie, quindi ripresa acriticamente dai moderni) per via della loro coesistenza nello stessoterritorio.
Non ci si stupisce se – adottando questa logica errata d’interdipendenza “geografica” tra popolazione e tombe – i ricercatori sardi non riescono proprio a spiegare la concomitanza tra l’elevato numero di domos de janas e l’assenza di nuraghi nell’agro di Ardauli. Si perpetuano vecchi errori: per esempio, a Bultei, nel sito “Sa Presona”, si trovavano in realtà cinque TdG, mentre ancora oggi sono ufficialmente tre, senza contare il pasticcio dell’interpretazione di una di esse come dolmen. Sembra quasi che le pubblicazioni ufficiali non siano sottoposte a revisione: pareidolia, errori d’interpretazione e fantarcheologia sono un rischio e una tentazione costante. È bene ricordare a questo proposito che – contrariamente a quanto talvolta si afferma, o si finge, da parte di alcuni – l’argomento funerario sardo antico, con i suoi riti e i suoi metodi, è ancora sostanzialmente ignoto, al pari della religione e della società stessa che li produsse. Vi si applica molto bene il giudizio di H. Duday: “Quando non si dispone di informazioni atte a completare le nostre osservazioni di scavo, è possibile fare solo un’archeologia dei gesti e non dei riti, che derivano dall’interazione di gesti e di pensieri”

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Numero 68 – I Semestre 2026

Disponibile da Giugno 2026, il nuovo numero 68 di Sardegna Antica

In copertina Duos Nuraghes di Borore. Foto di Paolo Lombardi

Sommario

  • Narrazione o Scienza – Maurizio Feo
  • Aragosta: da cibo per poveri a cibo per ricchi – Maura Andreoni
  • Silanus: prime Conformazioni Urbane – Frank Pittui
  • Arthropleura- il Millepiedi Gigante del CarboniferoDaniel Zoboli
  • Il supramonte di Baunei e il vulcanesimo Pliocenico Sardo – Antonio Assorgia
  • Patologia Distruttiva – Giacobbe Manca
  • Economia e Legislazione nel Giudicato di Arborea – Giovanni Enna
  • Due epoche a confronto – Maurizio Feo
  • Il Sigillum di Costantino I di Torres, chiesa San Nicola di Trullas – Gian Gabriele Cau
  • Lucia Delitàla Tedde: la banditessa “patriottica” – Peppino Pischedda
  • La Viceregina e il ballo col diavolo – Pietro Martis
  • Il Palazzo delle Poste di Nuoro – Giovanni Graziano Manca
  • Duos Nuraghes di Borore: ¿un nuraghe complesso?Paolo Lombardi


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L’Incomunicabilità

L’incomunicabilità è considerata a ragione un difetto di metodo, giacché coinvolge (o è espressione di) limitazioni intrinseche del linguaggio, ma soprattutto della soggettività umana. In altre parole contraddistingue i soggetti che hanno una incapacità innata di comunicare un concetto ad altri, insomma un contenuto, un pensiero o, magari un’esperienza vissuta in prima persona.
Ciò avviene per molti motivi, come a causa dell’incompletezza, o per lacune lessicali del nostro linguaggio (o, al contrario dell’insulsa ridondanza) rispetto a chi ascolta perché forse costui è “diversamente colto” o magari sprovveduto e non possiede adeguate categorie mentali, neanche quelle definibili comuni. Si aggiunga che ciascuno possiede le proprie categorie mentali e consuetudini verbali inserite in una sintassi di diversa efficacia, talvolta non adeguata alla situazione.
Queste “dotazioni mentali” si possono definire anche categorie, che filtrano o selezionano il materiale verbale con i suoi contenuti in arrivo e ne accolgono solo una piccola parte in modo chiaro e consapevole. Spesso poi distorcono involontariamente quanto proprio non riesce a passare nei centri integrativi cerebrali superiori. Pertanto a taluni soggetti sono precluse le vie mentali deputate al di scernimento o alla comprensione! I tonti esistono e sono anche rudi, essenziali nel lessico e nei modi: sono anche irrimediabilmente incolti.

Si può ammettere, dunque, che il fenomeno del non capirsi a vicenda, in modo più o meno ampio, o anche in dati settori, è diffuso e soggetto a molti distinguo: sarà facile perciò perdersi in esso e non venirne mai compiutamente a capo. Importante però è che se ne prenda atto e che all’occorrenza ciascuno si ponga il problema, sia di voler sapere e capire, sia d’impegnarsi quando si comunica o si ricevono dati.
Questo semplice enunciato potrebbe a taluni apparire già complicato e frettoloso, magari solo a quella percentuale di professori che, poverini, “non hanno tempo da perdere, giacché possiedono solo certezze. Nel caso in cui in Archeologia si volesse comunicare una novità (¡quale arrogante lesa maestà!), magari ben appurata e pubblicata in ricerche serie rivolte a chi agisce nel settore, coloro che non sanno dovrebbero avere la decenza di leggere per capire.

Esperienze dirette d’incomunicabilità

Fra i non pochi esempi parlerei di un’esperienza personale duplice, occorsami per “arcane volontà” in distinte conferenze a Budoni e a Nuoro. Esponevo di certi miei esiti di scavo ad Altagene in Corsica, a un balzo dalla Sardegna. Spiegavo dell’esistenza di un nuraghe (così sicuramente configurato per motivi architettonici e tecnici, dunque scientifici) quando dall’oscura trincea del pubblico ricevetti aspre critiche d’impulso che, per la loro analogia, cito qui assieme. Una matura voce femminile mi apostrofò: “Ma lei, è sicuro di ciò che dice su questa torre della Corsica? (cioè non dice la verità!). Come si permette di definirlo nuraghe? Nulla di simile è riportato nei “libri sacri” dell’archeologia! Lei non rispetta la vera autorità in materia!” Dal silenzio che seguì, l’accusa apparve subito grave per l’intero pubblico eterogeneo! Il rimprovero tradotto in parole povere era: “Lei, persona insignificante, miscredente e irrispettosa non può affermare
cose diverse da ciò che l’eccelso maestro sentenziò”; “Io, che ho studiato, ne conosco il divin verbo, lei invece no!”

Da G. Spano a M. Sequi

“Scusi, dove troviamo il nuraghe Piscu? A Suelli e dintorni non c’è un’indicazione, come accade in Sardegna. Sarebbe utile apporre cartelli indicatori?”. Sorride e garantisce che sì ci penserà: la Giunta. Con la giusta dritta si giunge al grande recinto distintivo dell’area archeologica: dunque l´interesse per i monumenti ha “bussato” anche qui! Il monumento reca purtroppo i segni di una diffusa, aggressione “a base di cemento”.
A dir poco si evidenzia una prolungata azione dannosa, pervicace e del tutto gratuita. È inaccettabile che ogni spazio fra le pietre e sopra le stesse, ogni angolino sia farcito di cemento! Un addetto garantisce che, volendo, un domani, potrà essere interamente rimosso. Il “fine” vuole farlo passare per consolidamento reversibile.
Nessuno riuscirà mai a ripulire quel cemento! Perché farcire di leganti una costruzione nata “a secco” dalle mani dei Nuragici? Se la torre e le altre strutture hanno sfidato i millenni, perché mani blasfeme, ignoranti si attribuirscono l’arbitrio di falsarle in modo così devastante. È facile capire che il motivo sia riconoscibile nella consistenza dei finanziamenti che nel “restauro” sciagurato consenta alte cifre. Qui al Piscu insistono nel dire “consolidamento”: uno specchietto per volatili: . Un tale abominio è del tutto estraneo a un monumento preistorico, che malgrado la dabbenaggine delle istituzioni che qui e altrove deturpano, ma non proteggono, esprime un’imponenza e una solidità proverbiali. È proprio un triste spettacolo…

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Alla scoperta di Cynotherium – il canide preistorico sardo-corso

La scoperta e la prima descrizione

Cynotherium è un genere di canidi estinto, un predatore endemico che visse nel Blocco sardo-corso durante il Quaternario (fossili datati tra oltre 500.000 e 13.300 anni fa). Questo animale rappresenta uno degli esempi più affascinanti di adattamento evolutivo in ambiente insulare. In Sardegna sono note due specie appartenenti a questo genere: Cynotherium malatestai, più antico e di taglia maggiore, e Cynotherium sardous, discendente del primo e di taglia inferiore.
Le prime testimonianze fossili di questo genere di canidi furono segnalate presso Bonaria (Cagliari) nel 1828 (Wagner, 1828), tuttavia, i resti non furono inizialmente riconosciuti come appartenenti a una nuova specie. Fu solo una trentina d’anni più tardi che Cesare Studiati, medico pisano, riconobbe i fossili ritrovati da Alberto La Marmora, nella stessa località di Bonaria, come appartenenti a una nuova specie che battezzò Cynotherium sardous (Studiati, 1857).

L’aspetto più singolare che Studiati notò fu la morfologia dei molari inferiori che si differenziava da quella dei rappresentanti attuali e fossili del genere Canis.
Tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, nuovi fossili provenienti da varie località della Sardegna, portarono i paleontologi a discutere su quale fosse il corretto inquadramento tassonomico di Cynotherium e dunque le sue possibili relazioni filogenetiche con le specie continentali. Alcuni studiosi lo avvicinarono alla specie asiatica Cuon alpinus (il cane rosso o cane selvatico asiatico), mentre altri mantennero l’idea di un genere distinto o di considerare Cynotherium un sottogenere di Cuon. Una svolta importante nella conoscenza dell’anatomia osteologica di questo canide avvenne negli anni ‘50, grazie agli scavi condotti nella Grotta della Medusa, nei pressi di Alghero. Qui furono scoperti numerosi resti fossili tardo pleistocenici che permisero al paleontologo Alberto Malatesta di descrivere dett agliatamente lo scheletro di Cynotherium sardous (Malatesta, 1970).

Un piccolo carnivoro insulare

Cynotherium sardous era un canide di taglia media, paragonabile a un attuale sciacallo: pesava attorno a 10 kg e mediamente raggiungeva i 40-45 cm di altezza alla spalla (Fig. 3). Il suo cranio, simile per proporzioni generali a quello di volpi e sciacalli, presenta un muso largo ma con aree ridotte per l’inserzione dei muscoli masticatori che suggeriscono una forza del morso limitata. Dal punto di vista della dentatura, pur mostrando segni di adattamento a una dieta varia, conservava tratti tipici di un predatore ipercarnivoro, probabilmente ereditati dal suo ben più robusto antenato continentale. Le sue zampe corte e robuste, unite a un’articolazione del collo molto mobile, indicano che fosse specializzato in una caccia basata sull’agguato, simile a quella delle volpi: silenzioso, agile, scattante e capace di movimenti rapidi per sorprendere piccole prede…

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Società Matriarcale e Sardegna

Nel precedente articolo di S.A. s’è accennato agli effetti delle consistenti migrazioni di popolazioni di 5.000 anni fa (Yamnaya/Kurgan), meglio spiegate dalla genetica che non dall’archeologia.
L’effetto fu la sostituzione genetica delle antichissime società matriarcali esistenti in precedenza. Per motivi di spazio non ci si è soffermati sulla definizione del “matriarcato”. Qualcuno potrebbe essere tentato di obiettare: da dove proviene la certezza che le società europee precedenti all’espansione Yamnaya fossero proprio matriarcali? E poi, che cosa s’intende per “società matriarcale?” Questo articolo approfondisce il tema e tenta di rispondere esaurientemente a queste legittime domande. Infatti, se è vero che l’esistenza di unantico matriarcato universale non è ancora stata definitivamente accettata, è anche vero che molte prove indiziarie a favore provengono da siti distinti, come Çatalhöyuk, dai siti Cucuteni-Tripillia, da quelli della società Minoica e da tanti altri ancora.
L’antico matriarcato sarebbe stato un fatto spontaneo con risvolti sociali e religiosi, come l’onnipresente devozione alla Grande Dea Madre indicherebbe. Nel ricostruire le prime fasi della storia delle religioni, gli antropologi usano termini come: culto dei morti, totemismo, feticismo, animismo, magia e altri ancora, con differenti sfumature di significato tra i vari autori, che descrivono abbastanza bene la crescente complessità del pensiero umano e il progressivo sviluppo del senso religioso.

Già dalla seconda metà del 1800 si sostenne che le primitive società umane dovessero essere forme sociali prevalentemente matriarcali, nelle quali il ruolo della donna fosse preminente. Si ritiene che le società pre-agricole interpretassero la capacità biologica della donna di produrre nuova vita come un grande e misterioso potere miracoloso: era ancora un fenomeno sconosciuto e inspiegabile. Forse mistero e miracolo si ridimensionarono in seguito all’osservazione da vicino degli animali, una volta che ne fu possibile la frequentazione quotidiana derivante dall’attività di allevamento (guarda caso, i Kurgan/Yamnaya erano allevatori, oltre che pastori).
Forse, per tale dote apparentemente soprannaturale di riprodursi della donna, le si era tributata spontaneamente una certa superiorità: ciò le garantiva anche il diritto di gestire la famiglia e di assumere un ruolo di rilievo nella società umana primitiva. Seppure non sia una certezza scientifica, questa è certamente un’ipotesi credibile, giustificata da numerosi indizi.
Si è comunque preferito attenuare il troppo rigido concetto di ginecocrazia: oggi si ritiene che un grande potere sociale, interamente in mano alle donne e che escludesse gli uomini, appartenga più verosimilmente al mito – le amazzoni, ad esempio – che non alla realtà storica. La stessa insoddisfazione spinse anche l’archeologa M. Gimbutas a adottare il termine “società gilanica”, per un modello matrilineare di società primitiva, improntata a un rapporto di tipo paritario tra i due sessi. Con il termine matriarcato oggi s’intende una società di questo tipo e non una rigida ginecocrazia, che il comune accordo del mondo scientifico non considera credibile.

Secondo Gjmbutas tale tipo di organizzazione sarebbe stata vigente in Europa tra il 7000 e il 3500 aC, e sarebbe poi stata soppiantata dal sistema androcratico e patrilineare della cultura Kurgan del bacino del Volga e delle steppe. La Genetica di Popolazioni ha dimostrato che questa intuizione era molto vicina al vero, anche se – a differenza di quanto dapprima si favoleggiava – l’intervento di aggressivi guerrieri razziatori a cavallo non sembra essere mai stato parte integrante degli eventi: non ci furono continue scorrerie, né ripetute rapine di predoni a cavallo e non ci furono mai scontri, né militari, né culturali. Alla luce della nuova e più fondata ricostruzione su base genetica della diffusione delle lingue indoeuropee, sembra che si spieghino meglio anche altre interessanti curiosità, che l’archeologia non era mai stata in grado di chiarire. In particolare, diviene più comprensibile la sopravvivenza di alcune lingue non indoeuropee proprio in quelle regioni del mondo meno accessibili ai carri a ruote piene dei Kurgan/Yamnaya: il Basco nei Pirenei, unica lingua non indoeuropea parlata in Europa ai giorni nostri; il Paleosardo in Sardegna, di cui restano solo alcuni relitti nella lingua romanza che è il Neosardo parlato oggi; infine l’Etrusco in Toscana, forse in una zona “protetta” dall’Appennino, stando all’affinità esistente tra Etrusco e Sardo, su cui molto insisteva Massimo Pittau.

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Numero 67 – II Semestre 2025

Disponibile da Dicembre 2025, il nuovo numero 67 di Sardegna Antica

In copertina il nuraghe Piscu di Suelli. Foto di Fabrizio Bibi Pinna

Sommario

  • Società Matriarcale e Sardegna – Maurizio Feo
  • Dieci Anni di Storie – Maura Andreoni
  • La Rotta Atlantica e Tesori del Nuovo Mondo (2° parte) – Antonia Angela Tronci
  • Stima dell’Età della Terra – Antonio Assorgia
  • Alla Scoperta di CynotheriumDaniel Zoboli
  • L’Oreopiteco di Fiumesanto – Lorenzo Scano
  • Dalle Terre Collettive all’Editto delle Chiudende – Giovanni Enna
  • Ancora sui Falsi d’Arborea (e di Cabras) – Peppino Pischedda
  • Orientamenti del Pozzo Sacro di Santa Cristina – Armin Frey
  • L’IncomunicabilitàGiacobbe Manca
  • Il 68° Deposito Territoriale Carburanti – Giovanni Graziano Manca


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Stampa 3D e Droni: il futuro dell’Archeologia

Sul finire del XX secolo, nuove tecnologie si sono affacciate sempre di più nel mondo dell’archeologia: si è passati da rilievi fatti con carta, matita, e l’ausilio della cara livella a bolla, ai più moderni sistemi di fotogrammetria. Sembra ieri, quando ancora insegnavano all’università l’uso degli stereoscopi ottici per sovrapporre tra loro due foto aeree ed avere l’idea (anche se molto enfatizzata) di come fosse un territorio visto dall’alto. Oggi è invece diventato quasi
banale utilizzare per qualsiasi ricerca, sia scolastica che a più alti livelli, foto satellitari (si pensi al semplice google maps) o anche dei “normali” droni.
È ormai alla portata di tutti essere in grado di produrre una ricostruzione 3D da delle semplici foto, o anche da un filmato: ricostruzione che poi è possibile stampare fisicamente (mediante la stampa 3D) e rendere quindi tangibile. Non si tratta più di semplici riproduzioni, ma della copia esatta di un originale, talvolta identica anche nel peso e nel materiale, o nella “texture” (la superfice esterna dell’oggetto, ma anche consistenza, densità, grana).
Queste procedure erano impensabili anni fa, quando ancora si effettuavano le copie sugli originali (una pratica ormai bandita definitivamente), immaginate il rischio e la difficoltà nel fare, ad esempio, una copia di un bronzetto, di una statuina di dea madre (si pensi alle copie in gesso delle “veneri di Parabita”) o addirittura, di un intero monumento (come un nuraghe, una chiesa, ma anche un ipogeo).

Questo articoletto non ha la pretesa di essere una guida passo passo, o una spiegazione accademica dei diversi metodi esistenti; più che altro ha l’ardire di tracciare un resoconto di queste due attuali tecnologie (droni e stampa 3D) e di come questi siano già di attuale beneficio alla materia. Come tutte le tecniche, tuttavia, queste non possono prescindere da un ragionamento a monte, su come e quando usarle, poiché il rischio sarebbe quello di ottenere un mirabile prodotto estetico, tuttavia poco informativo e di scarso o nullo interesse scientifico, con l’esclusivo risultato di diventare un ulteriore inghiottitoio di utile denaro pubblico.

Droni

Il termine “drone” è utilizzato attualmente per riferirsi in modo colloquiale ad un U.A.V. (acronimo che sta per unmanned aerial vehicle, in italiano definito più spesso aeromobile a pilotaggio remoto o A.P.R.), si tratta di un velivolo comandato a distanza mediante un telecomando, con una telecamera per “vedere” la direzione assunta ed eseguire foto, video o altri tipi di rilievi.
Sembrerà quindi banale che un drone riesca a trasportare una videocamera per fare delle riprese. Eppure, solo una decina di anni fa ancora volavano dei palloni aerostatici con cavo a terra, atti a trasportare pesanti fotocamere reflex comandate mediante lo stesso cavo di ancoraggio al suolo, utilizzate per fare degli scatti più o meno alla cieca, sperando che alla fine l’immagine fosse passabile, o quantomeno con lo specifico obbiettivo di interesse ben inquadrato…

Stampanti 3D

Non molti lo ricorderanno, ma nell’ormai datato (e sottovalutato) film “Jurassic Park III” (2001) viene mostrata una scena a dir poco premonitrice: un giovane paleontologo viene ripreso mentre mostra al protagonista un suo modello di prototipazione rapida: la camera di risonanza acustica di un velociraptor. Al tempo la scena parve futuristica. Creare un oggetto tridimensionale da una foto? Impossibile.
Chi conosce come funziona il mondo della tecnologia militare, tuttavia saprà che le invenzioni più avveniristiche sono state usate prima dai militari, e poi dai comuni cittadini: internet (Arpanet), il GPS (NAVstar GPS) e gli stessi droni prima citati. Lo stesso è stato probabilmente per la stampa 3D, cioè prima che venisse diffusamente impiegata come oggi, era ad esclusivo utilizzo degli enti di ricerca più importanti, tale da sembrare quindi avveniristica…

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Numero 66 – I Semestre 2025

Disponibile da Maggio 2025, il nuovo numero 66 di Sardegna Antica

In copertina La torre costiera La Pelosa di Stintino. Foto di Paolo Lombardi (Neroargento).

Sommario

  • La Cultura Jamna e la Sardegna – Maurizio Feo
  • Shhh… Silenzio – Maura Andreoni
  • Stampa 3D e Droni: il futuro dell’Archeologia – Alessandro Atzeni
  • La Rotta Atlantica e Tesori del Nuovo Mondo – Antonia Angela Tronci
  • Le Statue Stele di Pontremoli – Gaetano Solano
  • Il Mammut Nano della Sardegna – Daniel Zoboli
  • Blocco Istoriato da Brasilia – Giacobbe Manca
  • Tributi e Banditi nella Sardegna di Fine ‘800 – Giovanni Enna
  • Le Torri Costiere Sarde – Lorenzo Scano
  • Il Cardinale Vicerè Teodoro Trivulzio – Pietro Martis


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