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Le epigrafi di San Pietro di Sorres e San Pietro di Oschiri

San Pietro di Sorres – 1221 L’epigrafe commemorativa

La cronologia dell’antica cattedrale di San Pietro di Sorres in agro di Borutta, tra le più eleganti e raffinate basiliche medievali della Sardegna, è stata oggetto di studio e terreno di confronto di numerosi studiosi sin dai primi del Novecento.
«Un impenetrabile silenzio avvolge l’origine e le vicende della Chiesa di S. Pietro di Sorres; non si conosce né il nome dell’architetto, né l’epoca in cui venne costrutta». Esordisce così, nel 1907, il regio soprintendente Dionigi Scano, che ipotizza che l’abbaziale benedettina sia stata costruita in un’unica soluzione, nel corso del xii secolo. Raffaello Delogu, sulla base dell’analisi formale delle strutture, individua due distinte fasi costruttive riferibili alla seconda metà dell’xi secolo, e una terza alla fine del xii. Dell’impianto più antico, resterebbe un tratto inglobato nel paramento meridionale; di un secondo, di qualche tempo più recente, distinto da fori pontai rettangolari disposti verticalmente, resterebbero tracce in tutte le quattro facce della chiesa, per una altezza di tre-quattro metri.

Ragionevolmente il Delogu confonde la chiesa di Sorres con il S. Antioco di Bisarcio, che ha i fori pontai quadrati solo nella parte superiore. In realtà, nei due fianchi del S. Pietro, sotto i fori pontai rettangolari si osservano gli stessi fori quadrati delle parti alte della chiesa, per cui è irricevibile l’ipotesi di una seconda fase alla fine del xi secolo. Lo studioso assume quindi una lunga sospensione dei lavori, il cui riavvio sarebbe conseguente le chiese pistoiesi sorte tra il 1160 e il 1170 e le chiese pisane erette entro l’ultimo decennio del secolo xii. Su questa base si dovrebbe ammettere che «i lavori, iniziati tra il 1170 ed il 1180, si concludessero prima dello spirare del secolo».

Un più attento esame permette – in questa sede – l’integrazione e la rilettura dell’epigrafe, scolpita su due righe in un volgare locale, in caratteri capitali, onciali e cifre arabiche. Ha uno specchio epigrafico di cm 56 x cm 18 e una altezza di caratteri compresa tra cm 3 e cm 7. Dopo una croce patente, con funzione dedicatoria e il nome del responsabile della fabbrica di Sorres «+ mariane maistro», insieme a poche altre lettere di complemento, l’iscrizione fissa – nel «1221» – l’anno di ultimazione dei lavori e di consacrazione dell’altare.
Al nuovo dato consegue un aggiornamento della cronologia della costruzione, che deve essere posticipata di circa un quarto di secolo, quando la chiesa fu completata o forse ricostruita tra la fine del xii secolo e il 1221, direttamente sul paramento di base di metà della seconda metà dell’xi secolo. Raffaello Delogu nel 1953 scriveva che «le sole maestranze capaci di realizzare simili volte [cupoliformi del S. Pietro di Sorres] sembrerebbero, nella Sardegna settentrionale del xii secolo, quelle francesi e, per la vicinanza geografica e d’ambito politico culturale, le stesse che voltavano la “galilea” del S. Antioco di Bisarcio».

San Pietro di Oschiri-1609 L’epigrafe della dedicazione

Alla periferia occidentale dell’abitato di Oschiri sorge, su un modesto poggio, una piccola chiesa seicentesca, eretta forse su un tempio bizantino già consacrato a San Pietro, da cui proverrebbe un reliquiario litico bivalve, oggi disperso, ma di cui resta una rara immagine e qualche nota bibliografica. Nell’architrave basaltica del portale di ingresso della chiesetta è scolpita, a basso rilievo, una inedita epigrafe in lingua latina e greca, in prevalente scrittura capitale epigrafica, insieme a cifre arabiche, a un numero romano e al disegno di una piccola colomba in volo. Ha uno specchio epigrafico di circa 160 x 30 cm e un’altezza dei caratteri compresa tra 7 e 15 cm circa. Non è di facile interpretazione per un buon numero di abbreviature per troncamento e maggiormente per l’anarchia dell’ortografia, sacrificata da un estroso lapicida per un bizzarro gusto estetico, teso alla rappresentazione di una struttura piramidale che converge verso una
croce mediana, forse evocativa del monte Calvario, per certo di una tensione verso l’alto, quindi di una ricerca delle realtà celesti e soprannaturali.

Al centro dell’epigrafe, entro un quadrato bordato di un listello, è il cosiddetto “Trigramma di San Bernardino” – “jhs” – una sorta di logo cristiano che, per alcuni autori, sarebbe abbreviatura per contrazione del greco per “jh[σου]ς” (“Jesûs” = Gesù), con una croce potenziata costruita sull’asta orizzontale della “h”, secondo uno schema introdotto dal Frate di Siena nel secondo decennio del xv secolo. Alla sinistra del quadrato, nella riga in basso, la cronologia della consacrazione della chiesa è introdotta da una “A” maiuscola, di un corpo ben superiore a tutte le altre lettere dell’epigrafe, e da una “d” minuscola, nell’insieme canonica abbreviatura di “a(nno) d(omini)”, accompagnate dalle cifre arabiche “16” (il giorno) e dal numero romano “x” (il mese). In simmetria, alla destra del quadrato, nella riga in basso, è il numero dell’anno – il “1609” – seguito da una croce greca potenziata, in luogo della croce patente, di norma riscontrata nelle epigrafi di consacrazione di un tempio. Così intesa, la cronologia – “ad 16 x † ihs 1609” – celebra, insieme al Gesù nel cui sacro nome è fatta la dedicazione, quel venerdì 16 ottobre del 1609 della intitolazione della chiesa…

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Is Montalgios

Tra le pratiche che hanno contribuito a qualificare l’identità comunitaria dei suoi abitanti come montalgios (montanari) e biaxiantes (cavallanti o viandanti girovaghi), vi è senz’altro l’attività d’incetta e commercio della neve.

L’etnonimo aritzesos ha identificato fino alla metà del Novecento, in gran parte dell’Isola, i venditori girovaghi di castagne e nocciole ma soprattutto di neve e carapigna. In Sardegna lo sfruttamento commerciale della neve è nato ad Aritzo nel 1636, a prestar fede a un documento di molto posteriore datato 1696 conservato presso l’Archivio di Stato di Cagliari, che riportata in veste parziale “dal regesto del Pinna”. L’attività ebbe inizio quando gli imprenditori aritzesi Gerolamo Pirella, Antonio Cuy Lay e Giovanni Bachisio Fadda scavarono a proprie spese alcuni pozzi nelle montagne di Aritzo per conservarvi la neve. Chiesero quindi al Re Filippo IV, nel 1636, di stabilire l’arbitrio o privativa per la provvista della città di Cagliari, e ne ottennero essi stessi la concessione regia, versando alla cassa regia la somma di 35.000 reali. In seguito la presa e la conservazione della neve si faceva anche sulle montagne di “Parte Olla” e in quelle di “Fontana Cungiada”, aumentando anche il numero dei pozzi sul Gennargentu, tanto che nel 1704 si rinnovarono i sette già esistenti e se ne costruirono altri tre.

Dice Giuseppe Luigi Devilla, La Barbagia e i Barbaricini, 1889: “Questo lavoro dava pane a molte famiglie e fruttava molti denari agli industriali”.
Una copiosa documentazione rivela che i profitti erano cospicui, al punto che i titolari della gabella spesso potevano permettersi di risiedere a Cagliari, preoccupandosi unicamente di affidare a sovrintendenti o a soci in affari l’esecuzione dei lavori ad Aritzo dove si recavano solo per i sopraluoghi. Ancora il Devilla osserva come il commercio della neve fosse: “… scaduto dell’importanza che aveva prima per il grandissimo uso del ghiaccio venduto a prezzo di nulla”. L’apertura poi di una fabbrica del ghiaccio a Cagliari nel 1903 accelerò ulteriormente la decadenza dell’attività, tanto che nel 1921, in una delibera di Consiglio, si afferma che: “Un tempo era in fiore l’industria della neve che si raccoglieva d’inverno e si smerciava d’estate, trasportandola a dorso di cavallo in tutti i paesi di pianura per preparare i sorbetti refrigeranti nelle feste popolari”.

A sentire M. Roberti, La privativa della neve in Sardegna, 1910, l’areale del commercio della neve era molto ampio, estendendosi quasi all’intera Isola: “La neve veniva trasportata con carri e sopra cavalli, sia a Cagliari sia nelle altre città: a Sassari, a Nuoro, a Oristano, ad Alghero, a Laconi, e anche in molti centri minori: Noragugume, Ploaghe, Codrongianus, specialmente dove erano ville signorili.” Alcuni di queste distanze erano molto lunghe e potevano essere percorse in diversi giorni di marcia, intervallati da brevi soste ai postolgios, poste fisse lungo l’itinerario ove alle carovane, soprattutto ai cavalli, era possibile dare ristoro. Quel che si può documentare con certezza è che a Cagliari, tra la fine del Settecento e l’inizio del secolo successivo, nei mesi di luglio e agosto, le carovane erano composte anche di dieci cavalli. I primi cavallanti giungevano ogni giorno intorno alle cinque o le sei del mattino, dopo un percorso di circa centoventi chilometri. Se ne può dunque arguire che il viaggio aveva avuto inizio la mattina del giorno precedente.

I viaggi più lunghi erano però quelli diretti verso Alghero, Sassari e i centri del Logudoro, che duravano anche cinque o sei giorni. In molti di questi centri, come avveniva a Cagliari con le Fondas della neve erano presenti dei veri e propri depositi sotterranei, sas nieras regolarmente alimentati fino ai primi decenni del Novecento In essi, come nelle neviere madri, il ghiaccio era conservato per strati tenuti separati dalla paglia. A Ploaghe, questo deposito, ancora esistente, è costruito attorno a una cavità rocciosa e coperto con una cupola di pietra e calce: è noto come Sa Niera o Maria Marronca.

Untulgeras

Erano costruzioni – trappola edificate in pietra di scisto ed elevate con muratura a secco, databili – le prime – tra il XVI e il XVII secolo, quando giunse ad Aritzo un gruppo di monaci, molto probabilmente appartenenti all’ordine dei Gesuiti: in un documento datato 1578 si menziona, infatti, un Gesuita Aritzese, certo Francisco Noco. Nelle untulgeras si deponevano carogne di animali o capi di bestiame falcidiato dalle morie dovute a malattie epidemiche o per altri motivi, per attirarvi gli avvoltoi. In esse mancavano ampi spazi di manovra e i grifoni ormai sazi e appesantiti non riuscivano più a spiccare il volo, né potevano mettersi in salvo dagli uomini, che li abbattevano facilmente a colpi di bastone.

Dal Cinquecento fino agli inizi dell’Ottocento le penne dei volatili di taglia medio-grande erano utilizzate per la scrittura. Erano utilizzate solamente le penne delle ali, con una determinata curvatura, che consentisse una buona impugnatura. Staccata dal povero rapace, la penna era quindi temperata col calore, tagliata di sbieco, appuntita e fessurata in punta per distribuire l’inchiostro. La descritta “pratica venatoria” impietosa verso animali indifesi, si fondava su una consolidata etnoornitologia accompagnata, manco a dirlo, da convinzioni magico religiose. L’analisi della classificazione dei rapaci, nella forma in cui è stata concepita dai nativi, consente di cogliere come dalla comunità veniva categorizzato quel particolare settore del mondo ornitologico. I rapaci sono definiti is (il) aes e di essi si tramanda una conoscenza puntuale. Erano tutti cacciati per sfruttarne le penne: sugli avvoltoi è stata esercitata una caccia sistematica su vasta scala e con metodi “industriali”.
Allora l’impresa era facilitata in quanto allora gli avvoltoi erano numerosi e di semplice cattura senza armi da fuoco. La loro mattanza si basava su un sistema coerente di saperi e credenze messi in atto da addetti “specializzati”.

Il sistema museale di Aritzo

L’Ecomuseo della Montagna Sarda o del Gennargentu è un sistema museale distribuito sul territorio comunale di Aritzo e articolato in più aree espositive che raccontano la cultura delle comunità del centro Sardegna attraverso la riproposizione degli spazi domestici, degli antichi mestieri, del vestiario tradizionale e di quello del camuffamento legato al Carnevale, per arrivare a illustrare i rituali religiosi e le pratiche magico-stregoniche.
Il percorso museale, nato nel 1980 per iniziativa di un’associazione di volontariato che ha organizzato la raccolta degli oltre quattromila reperti donati dalla cittadinanza, rappresenta una componente inscindibile del patrimonio identitario e ambientale del paese.

Il Museo prigione regia in epoca spagnola, nella seconda metà del 1800 fino al 1936, è diventata carcere mandamentale per i detenuti del circondario in attesa di giudizio. Ubicata nel centro storico, in una cornice di dimore tradizionali di montagna, l’edificio ospita la mostra permanente su Magia e Stregoneria in Sardegna tra il XV e il XVII secolo.

Al centro del paese: Casa Devilla, dimora padronale di una famiglia borghese legata all’antica industria della neve, accoglie oggi una collezione di oggetti di artigianato locale tra cui spicca la cassa nuziale intagliata, manufatto ligneo tradizionale aritzese; il corpo più antico dell’abitazione conserva il nucleo architettonico d’impianto spagnolo.

In Pratza ‘e Iscola, presso la vecchia sede del palazzo comunale, si trova il Museo d’arte dedicato al pittore, ritrattista e incisore Antonio Mura, nato ad Aritzo (Nuoro) nel 1902 e morto a Firenze nel 1972. Artista completo, sia per preparazione professionale sia per adeguata cultura, si distinse nell’esecuzione di opere sacre, seguendo la sua ispirazione profondamente religiosa.

Infine, all’interno del Parco Comunale Pastissu, il Museo Etnografico.
Un percorso espositivo di 8 sale tematiche, in cui sono presenti i reperti relativi alla cultura materiale di una comunità del centro Sardegna. Il Museo illustra il sistema di sussistenza agro-silvo-pastorale, con riferimento ai processi di acquisizione, trasformazione, distribuzione e consumo nel tempo e nello spazio delle risorse alimentari, delle lavorazioni artigiane, del commercio itinerante dei frutti del bosco,, della musica e del settore del vestiario tradizionale.

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Paesaggio di Aritzo – Tra Preistoria, Storia e Geologia

Adagiato sul versante Nord-Ovest del Gennargentu, la montagna più alta della Sardegna, il paese di Aritzo è notoriamente famoso per l’aria salubre, per la coltiva zione delle castagne (Castanea sativa) e per il delizioso sorbetto ottenuto dalle nevi del Gennargentu, chiamato carapigna. Ai prodotti del territorio, a cui sono peraltro dedicate due sagre in agosto e nel mese di ottobre, questo ridente paese affianca anche un’offerta culturale ragguardevole, con ben quattro musei: l’Ecomuseo della montagna sarda, nonché Museo etnografico, la Casa Museo Devilla, il Museo di Arte Moderna e contemporanea Antonio Mura, e le prigioni spagnole di Sa Bovida. Si tratta per la maggioranza di musei etnografici, contemporanei o antropologici, a cui sarebbe opportuno affiancare anche un museo naturalistico-archeologico.

Sebbene il comune non sia particolarmente noto per i suoi monumenti, il territorio è ricco di testimonianze che necessitano di essere “riscoperte”: documentate, elencate e valorizzate. Non può esistere alcuna tutela o valorizzazione se il bene è noto soltanto in forma verbale o, peggio, nella memoria degli anziani. Il nostro articolo nasce con queste intenzioni. L’opportunità per svolgere un simile elenco si è rivelata durante la proficua collaborazione tra gli scriventi, il comune di Aritzo, in particolare nelle figure del Sindaco Paolo Fontana, del vicesindaco Gianluca Moro, dell’assessore alla cultura Andrea Figus, e di tutti i collaboratori museali, in particolare Antonello Todde, che ci ha accompagnato durante le numerose visite.

Coadiuvati dal parere del direttore di questa stessa rivista, abbiamo così proceduto a effettuare più visite per il territorio, accompagnati dai sopraddetti rappresentanti della comunità. Il nostro censimento archeologico vuole essere inteso come un primo approccio documentabile al territorio Aritzese, affinché questi monumenti rimangano impressi nella memoria scritta, e si proceda nel futuro per la loro giusta tutela e valorizzazione. La preistoria del comune di Aritzo comincia il suo percorso evidenziata dalla presenza di diverse Domos de Janas sparse per ripidi sentieri montani, forre incassate e vette irraggiungibili se non a piedi. Le prime che possiamo documentare durante il nostro viaggio si affacciano sul versante Sud della montagna, verso il Flumendosa.
Non sembra essere un caso che la maggior parte dei monumenti da noi evidenziati siano rivolti verso il principale fiume della Sardegna.

.La preistoria del comune aritzese compie poi un balzo nel tempo, con il nuraghe Sa Mecure e la vicina tomba dei giganti di Su Carraxione, posta più in alto rispetto allo sperone roccioso in cui è situato il nuraghe, ascrivibile al tipo arcaico.Il materiale per la sua costruzione, prevalentemente granitico, sembra essere stato cavato dallo stesso sperone roccioso a strapiombo sul Flumendosa, da cui si gode una visione eccezionale sugli altri nuraghi localizzati verso ovest.

Non sembra possibile invece osservare il nuraghe Ardasai di Seui, coperto da un fianco della montagna più a Sud-Est. Il nuraghe si trova nella posizione di 39°55’24” N 9°15’47” E, ad una quota di 978 m.s.l.m. Il sito risulta sicuramente come il più monumentale del territorio di Aritzo, per la potenza dei materiali che si trovano ancora in loco e per la considerevole superficie che occupa il monumento. Il monumento, di difficile lettura per quanto riguarda la sua ipotetica planimetria, suggerisce sul lato orientale la chiara evidenza di un lungo corridoio oramai distrutto, con ancora lunghi tratti di un singolo paramento in aggetto. In vetta si osservano invece i resti di piccole camere o vani oramai distrutti o non rilevabili correttamente.
Non lontano dal monumento ciclopico, in direzione di una vicina fonte d’acqua perenne, si localizza quella che dagli anziani e dalla memoria popolare è nota come “Sa Perda ‘e su Costiu”. Questa, riconosciuta dai locali come un qualcosa di non naturale, su cui si è posata la mano umana, non si tratta in realtà di un presunto altare, come vorrebbe suggerire la fantasia popolare. In particolare, i locali raccontano che la pietra venisse utilizzata per compiere offerte animali per scopi propiziatori. A nostro giudizio si tratta invece dei resti di un più imponente muro ciclopico, con evidente presenza in un breve tratto di un autentico paramento murario e di altre sparute tracce, che possono essere osservate anche tra i massi naturali del costone roccioso su cui è stato insediato il monumento. Doveva presumibilmente trattarsi di un nuraghe, ipoteticamente del tipo arcaico, realizzato con massi di granito, ora prevalentemente crollati verso il basso, ad Est del monumento. Il facile accesso della strada, quasi a ridosso del presunto nuraghe, come la sua vicinanza ad una fonte d’acqua, sicuramente frequentata sin dall’antichità, deve aver contribuito al lento ma inesorabile smontaggio del monumento.

La tomba di Carraxione si trova nella posizione di 39°55’35” N 9°15’47” E a una quota di 1056 m.s.l.m., il monumento in questione si presenta in condizioni decisamente migliori rispetto ai precedenti due nuraghi. È stato possibile eseguire più accurate misure mediante metro laser, oltre che delle efficaci foto dall’alto. Tramite queste è stato possibile determinare che la zona archeologica risulta essere molto più ampia di quanto ipotizzato in passato, con la strada che attraversa addirittura il cerchio di pietre, che diparte dalle due ali dell’esedra, e che tange il perimetro esterno di una formazione rocciosa naturale disposta di poco più a Nord. Di estrema importanza, su tale formazione, è possibile rilevare un singolo masso di forma pressoché ellittica, con misure di 2.80 m per 2.20 m, per uno spessore medio di circa 40 cm (coordinate 39°55’36.7”N 9°15’47.3”E), apparentemente non lavorato, e di forma schiacciata, a somiglianza di uno spesso lastrone. Questo macigno apparentemente naturale risulta invece, a nostro parere, esser stato movimentato sino all’attuale posizione, e stabilizzato mediante l’inserimento su uno dei lati di un piccolo concio, come una zeppa, per bloccare il masso in posizione pressoché orizzontale.

La sua estrema vicinanza alla tomba, la sua posizione poco discosta dal sopracitato circolo di pietre e il suo aspetto di spessa lastra pianeggiante, rialzata ed elevata rispetto al suolo circostante, fanno presumere che si tratti di un altare per le offerte, o addirittura di un masso per la scarnificazione. Tale ipotesi, trova ampio conforto tra gli scritti di G. Manca, in particolare riguardo l’uso di tale rituale presso le tombe dei giganti, presso cui volatili saprofagi come corvi, cornacchie e avvoltoi procedevano alla rimozione dei tessuti molli dalle carcasse.

Il Texile: Attualmente è tutelato come area SIC (sito di interesse comunitario), e, dal punto di vista antropologico vanta anche una frequentazione dal neolitico, secondo quanto riportato da precedenti studi.
La visita corale al monumento, accompagnati dai rappresentanti civici, ha permesso di apprezzare la visione del territorio dall’alto del tacco calcareo, in tutto simile al più noto monumento di Perda Liana. Lo sguardo spazia verso Sud-Est, lungo i tonneri calcarei e le forre del Flumendosa, attraversando il territorio di Gadoni, Seulo, Sadali. Durante giornate particolarmente terse, è possibile vedere, nel cagliaritano, le assai distanti vette dei monti dei Sette Fratelli. Un monumento naturale così eccezionale come il Texile trova ulteriore importanza antropologica nel suo presumibile utilizzo antico come “luogo alto” da parte delle popolazioni che s’insediarono in Sardegna e qui radicatesi dalla fine dell’età del bronzo e forse ancor più dagli inizi dell’età del ferro. Al riguardo della presenza del luogo alto, sul tacco calacreo è possibile osservare, sia pure poco visibile, il disegno a semicerchio di un muro, facilmente equivocabile come un affioramento roccioso, proprio nel punto più alto della cima del Texile.

La forma a semicerchio consente di stimare una misura in forma ellittica di 7.40 m per 5.50 m, a integrare parzialmente gli affioramenti rocciosi del lato W, mentre nel lato N/E si osserva per un altro tratto di m 1.50 e un’altezza di 1. La sovrapposizione dei pochi massi visibili permette di determinare la presenza di un autentico paramento murario, mentre nel lato Sud, si osservano tre chiari conci a coda, disposti a raggiera con la facciata concava ben lavorata con misure di 40-50 cm per una lunghezza verso la coda dai 50 ai 67 cm. Tutti questi elementi architettonici sono attualmente seminascosti dai sedimenti. La diversa natura litologica dei massi evidenzia ti (scisti, arenarie) farebbe pensare che si tratti di un non meglio precisato monumento; i resti delle strutture murarie lasciano presumere che sul pianoro naturale del Texile sia stata realizzata dall’uomo qualche tipo di opera molto più affine a un edificio cultuale dell’età del ferro, piuttosto che un nuraghe. È documentato, infatti, che dal Texile di Aritzo provenisse una navicella bronzea (del periodo detto, appunto)con protome di animale, riportata come conservata presso il museo archeologico di Cagliari…

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Numero 63 – II Semestre 2023

Disponibile da Novembre 2023, il nuovo numero 63 di Sardegna Antica

Come suggerito dalla copertina questo nuovo fascicolo è in parte dedicato ad Aritzo con due lunghi articoli: uno sul suo bellissimo paesaggio archeologico e geologico di Alessandro Atzeni, e uno sulla sua ricca storia e tradizioni, a cura del sistema museale di Aritzo.
Segue la seconda parte dell’ articolo di Maurizio Feo sull’archeologia con precisi riferimenti ai monumenti e agli archeologhi sardi.
Lorenzo Scano ci rivela gli interessanti antefatti al famoso restauro sulle statue di Monti Prama a Li Punti, nei quali fu coinvolto in prima persona.
Maura Andreoni continua l’analisi degli elementi iconografici legati al mondo botanico presenti sulla bandiera italiana, incominciata nel precedente numero con l’olivo che, insieme alla quercia, cinge l’emblema che arricchisce il tricolore nella variante navale di Stato.
Il professor Antonio Assorgia ci farà conoscere i primi studi sul vulcanesimo in Sardegna, mentre Giovanni Enna stavolta indaga sul rapporto tra i famosi templari e la nostra isola.
Nello Bruno continua i suoi studi linguistici analizzando il sostrato arcaico dei dialetti sardi che svela relitti semitici.
Peppino Pischedda ci parlerà di Vincenzo Sulis, patriota sardo e vittima dei Savoia, Giovanni Graziano Manca ci farà conoscere il progettista della cattedrale di Nuoro, Fra Antonio Cano, e Gian Gabriele Cau ci svelerà il contenuto di due epigrafi nelle chiese di San Pietro di Sorres e San Pietro di Oschiri.
Infine il commosso ricordo di Giacobbe Manca per una cara amica della Sardegna, la regista e antropologa friulana Cristiane Rorato.

Sommario


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Duvilinò e i “Nuraghe Arroccati”

Dall’analisi d’innumerevoli planimetrie di nuraghi registrate dagli scriventi nell’arco di ormai oltre 15 anni, abbiamo isolato una particolare categoria di nuraghi, da noi detta “nuraghi arroccati”. Sembra, infatti, di poter ravvisare un peculiare tipo di nuraghe, mai valutato come tale o non giustamente considerato nonostante la sua ampia diffusione.

A causa della natura “anomala” di questa particolare categoria, per via della ripetitiva modalità di insediamento su creste rocciose, questi monumenti sono spesso erroneamente confusi con i monumenti da altri definiti “protonuraghi”, un termine che già di per sé risulta fuorviante e di nessun valore.

Questo tipo di nuraghi, detti “arroccati”, con i nuraghi arcaici, hanno veramente poco in comune per quanto riguarda la tecnica edificatoria. I nuraghi “arroccati” si identificano immediatamente per la ripetitiva modalità con cui si insediano ad occupare gli intricati spazi presenti lungo le creste rocciose naturali. Le stesse rocce naturali affioranti sono assorbite integralmente sia nei paramenti murari dei monumenti, oppure sono utilizzate come un solido basamento (platea di fondazione).

In altri casi ancora si denota la curiosa procedura di inglobare le rocce naturali nel nucleo della struttura, occultandone la vista con abili rifasci. In questi virtuosi adattamenti si individuano vani, pozzetti e corridoi ipogeici (N.ghe Loelle di Buddusò, Siliqua di Quartu, Castrulongu di Gavoi, e molti altri casi). Nello sviluppo della cresta rocciosa occupata dal monumento si possono contare anche un certo numero di torri poste a diverse quote, secondo il naturale andamento della stessa. L’attento e minuzioso sfruttamento degli spazi è caratteristico di questi monumenti e coglie di sorpresa anche il visitatore più esperto.

All’interno di questi monumenti si possono apprezzare i collegamenti (con scalette o lunghi corridoi irregolari) tra le varie parti, che, in virtù della condizione di assorbire i massi naturali, presentano planimetrie di progetto che variano dall’essere circolari, ellittiche, sub squadrate, a semicerchio, reniformi, ecc. Nei margini della cresta, dove non si presenta la naturale continuità dei massi, sono realizzate delle muraglie di collegamento talvolta possenti, creando nell’insieme una visuale di continuità per l’intero sito.

A detta di alcuni ricercatori, la tecnica dell’“addossamento” che si osserva in queste opere ciclopiche, ha lo scopo di facilitare l’esecuzione nella costruzione; da questo dissentiamo in parte, perché si è osservato l’esatto contrario (come al Majore di Cheremule) che erigere su queste creste risulta maggiormente difficoltoso, vuoi per i precipizi in cui si va ad operare, oltre che per la stessa difficoltà di apporto del materiale litico e la sua elevazione a certe altezze, vuoi per lo stessa presenza delle rocce naturali che creano nell’atto edificatorio della struttura una discontinuità nell’opera (es. paramenti aggettanti).
In queste costruzioni, di conseguenza, oltre alla maestria e alla grande esperienza che dovevano avere i costruttori, emerge con maggior forza l’abilità degli stessi nell’adattarsi alle diverse situazioni e la capacità di variare il progetto architettonico, ma sempre cercando di mantenere esternamente quello che è l’aspetto “classico” del nuraghe monotorre al centro della struttura: Nuraghe Seruci di Gonnesa, Loelle di Buddusò Nolza di Meana Sardo, Scerì di Ilbono, Duvilinò di Orgosolo e numerosi altri presentano questa stessa caratteristica.

In questa compagine tipologica, i cui esempi vengono spesso inclusi nella categoria dei veri nuraghi arcaici, si classificano ugualmente nuraghi di forma sia semplice sia complessa (con addizione di più torri, come dei nuraghi complessi). Eppure, i nuraghi arroccati, per la maggiore, si mostrano normalmente di dimensioni più ridotte rispetto ai classici nuraghi a sviluppo verticale, ma questo è giustificato dalla conformazione della stessa vetta da insediare.
Lo sviluppo verticale e il gusto dell’“elevato”, esibito nei nuraghi a torre, in questo caso è subordinato alla stessa conformazione della cresta naturale insediata.
Il nuraghe diventa parte stessa della roccia da cui ha origine, amalgamandosi a essa, proiettandosi verso il cielo come la naturale estensione del picco roccioso di cui fa parte.

In questa categoria dei nuraghi arroccati, il Loelle di Buddusò si evidenzia per avere, innegabilmente (come anima dell’impianto strutturale) un nucleo di solida roccia, dato dalla cresta naturale su cui è stato sviluppato il monumento. In questa situazione, quindi, non si sono potuti ottenere vuoti importanti (camere di base e simili) rispetto al pieno della massa muraria. Tuttavia, il nuraghe ne guadagna sotto l’aspetto puramente estetico, sembrando a prima vista, dall’esterno, un nuraghe complesso, con tutte le caratteristiche tipiche di questa categoria. Il nuraghe esercita così un’apparente imponenza unita a una chiara volontà di essere un punto di riferimento visibile in quella porzione di territorio.

Per somiglianza con la situazione sopra esposta, portiamo all’attenzione anche sul nuraghe Adoni di Villanovatulo, che si erge da un tacco calcareo a dominare il territorio sottostante. Il complesso quadrilobato è costituito dall’ipotetica immancabile torre centrale e da altre quattro torri unite con un robusto rifascio. La planimetria si presenta alquanto irregolare, dettata dalla presenza dei diversi piani emergenti dell’affioramento roccioso. In questa torre si conserva la camera del primo piano, svettata della sua copertura a ogiva. Visitando il monumento sono visibili le torri secondarie, le scale e i corridoi ma, nonostante gli scavi operati, non è stato ancora possibile raggiungere la camera inferiore o di base della torre centrale. Pertanto è lecito chiedersi se il detto vano è realmente raggiungibile, oppure (vista la categoria di progetto), semplicemente non esiste?

A rafforzare queste nostre ipotesi, portiamo il caso del nuraghe Duvilinò di Orgosolo, sito lungo la strada per Pratobello in località Settile, a una quota di 984 m.s.l.m. Il monumento, noto anche come Dovilineò, è realizzato con conci granitici di buona pezzatura. Anch’esso risulta inquadrabile come un nuraghe “arroccato”, sempre secondo la nostra suddivisione tipologica. Ciò è confermato anche da uno dei massi affiorante nel corridoio del nuraghe, pertinente al basamento roccioso, che pare ancora incontrarsi, alla fine del corridoio del nuraghe. Visto dall’esterno si presenta con le fattezze di un nuraghe complesso, che s’innalza per circa 12 metri, costituito da quella che sembrerebbe la torre centrale alla quale furono aggiunte tutt’intorno altre tre torri secondarie. Gran parte del complesso va letteralmente a occupare un affioramento roccioso di granito, visibilmente affiorante nei paramenti all’interno del corridoio e alla base della platea. Si accede al monumento attraverso una porta architravata a luce trapezoidale (base 75 cm alt. 160, alto 60) con un notevole architrave che nella foggia e nella lavorazione ricorda un menhir aniconico…

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Monte D’accoddi, la costruzione misteriosa

Ci troviamo davanti a un ufficietto, sulla strada Sassari- Portotorres, e chiediamo all’impiegato qualche notizia su un monumento chiamato “altare preistorico di Monte d’Accoddi”. Ci viene fornita una cartina, in cui campeggia un disegno quadrangolare: si tratta di una piattaforma, e alcune capanne nella sommità. Per la datazione, si legge: “Prenuragico”; ulteriore notizia, la collocazione nella “cultura di Ozieri”(?). Non siamo convinti, neanche un po’.

Andiamo comunque verso il monumento, che si presenta molto più simile a uno “ziqqurat” di ben nota facies semitica, che all’oscuro budello della grotta di san Michele, all’alta periferia di Ozieri.
Qualche informazione l’abbiamo anche noi: dal lontano 1954, quando Ercole Contu fu richiamato da Bologna, ad oggi, si percepisce un chiaro imbarazzo che sembra perdurare nel mondo dell’archeologia “ufficiale”, intendo dire tra soprintendenze e istituti universitari. C’è proprio da chiedersi come mai!

La tradizionale cronologia “nuragica”, infatti, l’unica allora accreditata, non si dimostrava particolarmente adeguata ad accogliere questo monumento ciclopico nel suo ambito. Forse l’ambito ricercato era più antico; “prenuragico” quindi? Che in concreto non significa nulla. Si tratta di un vago Nuraghe arcaico? Magari inanemente detto – con velleitaria terminologia lilliana – pseudonuraghe? Che pure nulla vuol dire! Proprio no, non è credibile.
D’altronde, i termini “fenicio” e “semitico”, – passato il fascismo romano – sembrano ancora oggi scorretti, inopportuni, fuori luogo e, dunque, in ambiente sono usati il meno possibile.
Nel tempo, dagli anni ’50, il terreno circostante fu modificato e sconvolto: la foto aerea dei primi scavi, post 1955, mostra un territorio estesamente decorticato, ridotto a una piazza d’armi. I mucchi di gusci di molluschi – cardium in prevalenza – nell’archeologia nordica sono tenuti quale archivio stratigrafico e materiale prezioso, (kiokkomeddinger = mucchi di conchiglie o discariche preistoriche); ma in questo caso sono stati asportati e delocalizzati.
Dei menhir rinvenuti nel circondario, che erano quattro, “solo” uno è stato ricollocato – “a sentimento” – e in posizione verticale (gli altri tre sono dispersi).

Nella parte anteriore del monumento, anche la pietra di altare è delocalizzata, (non si trovava nella situazione attuale, al pari dei due sferoidi con coppelle, che furono anch’essi delocalizzati e posti in bella vista e in posizione arterfatta). Ancora peggio, se si potesse, devo rimarcare che la grande stanza segnalata al piano di campagna non è stata ancora studiata, né descritta in modo scientificamente adeguato, e oggi è ben chiusa da un lucchetto… ché non si possa vedere.
Nessun cartello, o targhetta, che indichi e spieghi in modo non generico (figuriamoci in modo esauriente) sia i singoli monumenti, sia la dislocazione complessiva, magari contenuta in un’attesa cartografia che comprenda i molti siti individuati e forse ancora esistenti nel raggio di alcune centinaia di metri: che magari comprenda anche le numerose e splendide domos de janas.
Negli ampi spazi del sito non ci sono strutture di accoglienza, come una semplice panchina, un bagno; A fronte di tante dolorose mancanze, si deve riconoscere, un preciso richiamo all’attualità è presente. Inglobato in un alto gradone, un gomito di fognatura di plastica pvc arancione testimonia archeologicamente l’ultima ri-occupazione moderna di quel sito: naturalmente – si deve credere – durante il “restauro” avvenuto sotto la gestione della locale soprintendenza. Insomma, l’impressione/certezza di pressapochismo e sottovalutazione, anche alla luce degli studi e delle pubblicazioni in merito, resta allo studioso e al visitatore occasionale.

Il senso di mistero era già stato ben provocato in noi dai cartelli stradali, che indicano il sito come “monumento preistorico”. Ecco, infine, un’altra definizione priva di significato: “prima della scrittura”, cioè, prima che gli attuali abitanti della Nurra imparassero a scrivere? Oppure: prima che l’umanità conquistasse quel dono? Nei pieghevoli forniti, leggesi “prenuragico”, ovvero “prima dei nuraghe?” Quanto prima?
La datazione più antica di questi monumenti è indicata all’inizio del secondo millennio a.C., ma allora… quanto tempo prima? In realtà, sono state effettuate, a suo tempo, delle datazioni radiometriche, con il noto metodo del Libby all’isotopo radioattivo C14, ma sappiamo che i prelievi furono effettuati a livello del piano di campagna e nella parte interna della cosiddetta “grotta/camera rossa”. Questo, in archeologia significa che la datazione risultante, qualunque essa sia, non riguarda il monumento soprastante, sicuramente edificato in seguito, ma – ancora una volta – non sappiamo quanto. Appare certo, se i prelievi utili alla cronologia radiometrica furono effettuati dal piano di base, fu ottenuta una sicura datazione… delle frequentazioni nelle campagne della Nurra, non certo però del muto monumento soprastante. Il riferimento alle ceramiche rinvenute nel circondario, peraltro, non dimostra affatto che tali reperti fossero coevi al monumento; dunque resta proprio ipotetica la sua collocazione in questa o quell’altra temperie culturale.

Veniamo al dunque:
È cosa nota la misera fine della teoria scientifico-astronomica su Stonehenge allorquando fu reso noto che i grandi piedritti erano stati ri-collocati in luogo e posizione diverse da quella originaria: in merito, esiste ampia letteratura. Per quel sito, si evince una prima collocazione dei massi effettuata in modo “casuale” nella prima metà del ‘900 ma si registra anche un ulteriore spostamento nel 1964, tanto che solo 7 architravi su 25 risultano in posizione invariata.
Simile trattamento, parrebbe proprio, fu realisticamente riservato nel nostro sito di Sassari in questione: al menhir o betilo, come pure agli sferoidi e, certamente al cosiddetto altare sacrificale, del quale si variò la posizione e l’orientamento. Mi viene difficile capire che cosa, con che cosa e in quale situazione i “nostri studiosi” abbiano allineato la “sfera celeste”, visto che un calcolo della precessione degli equinozi ci riporta a una visibilità della Croce del Sud dal nostro sito, riconducibile a svariate (imprecise!) migliaia di anni fa…

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Numero 62 – I Semestre 2023

Disponibile da Maggio 2023, il nuovo numero 62 di Sardegna Antica

Apriamo questo numero con un articolo che potrebbe apparire sostanzialmente provocatorio, ma che costituisce soltanto un insopprimibile grido di dolore volto a ottenere – finalmente! – il dovuto rispetto e la salvaguardia dei monumenti. La sconcertante vicenda è raccontata dall’incontenibile vena critica dell’archeologo ambientalista Lorenzo Scano, che ricostruisce l’infierire progressivo del maltrattamento attuato sul famoso monumento di Monte d’Accoddi.
Certo non sono le uniche vestigia incomprese e travisate da questa archeologia sarda bipolare, ma forse mai con così pervicaci e ingiustificate colpe. Non consola che la vicenda del nostro, trovi una sorta di fatti paralleli in ciò che accadde anche a Stonhenge in Inghilterra. Le vicende a cui questo monumento fu sottoposto dal dopoguerra a oggi, hanno dell’incredibile. Da ultimo fu ricostruito nelle parti alte con una ridicola gradinata completamente adespota per struttura e materiali: espressione vergognosa e immatura di istituzioni che giungono a creare un sito archeologico irreale e fasullo, ingannatore, violandone la natura originaria, forzando il monumento verso un quadro culturale e cronologico improprio.
Segue un articolo di Maurizio Feo in due parti: la prima riguarda l’archeologia in generale, quella internazionale nei suoi progressi evolutivi fino ad oggi; nella seconda parte (che leggeremo nel prossimo numero 63) compariranno più precisi riferimenti ai monumenti e agli archeologhi sardi.
Maura Andreoni ci intrattiene, sempre piacevolmente, con un breve e interessante excursus tra botanica, storiografia e mito, tratto dal suo libro “Alberi fiori e frutti nelle bandiere di stato”.
Una richiesta epistolare d’informazioni sull’oleandro – pianta spontanea onnipresente in Sardegna – è stata provvisoriamente soddisfatta da M. Feo: se i lettori dovessero avere validi contributi circa ambiente, fauna e flora della Sardegna, Storia, Tradizioni popolari, Arte i loro scritti saranno certamente ben accetti e presi in considerazione per la stampa.
Con un articolo intransigente: “Se crediamo a Platone”, M. Feo risponde – si spera definitivamente – ai reiterati inviti a parlare dell’ipotesi Atlantide/Sardegna, divenuta tanto di moda.
Numerose in questo numero sono le recensioni: alcune esprimono il nostro entusiasmo nei confronti di testi di cui si caldeggia la lettura; altre sono meno favorevoli, pur se talvolta riferite a scritti culturalmente validi, ma meno accessibili al vasto pubblico.
“Spigolando tra lessico e numeri”, di Giacobbe Manca, dà corpo e anima al detto latino: castigat ridendo mores: ci strappa sorrisi velati di tristezza mentre espone le carenze e le implicite malefatte croniche di una casta archeologica sarda irrimediabilmente inconsistente.
Nello Bruno ci conduce per mano, lungo percorsi – per tanti inconsueti – delle etimologie e dell’evoluzione dell’espressione verbale, stimolando nuove considerazioni (e dubbi!) su infondate acquisizioni linguistiche.
In un articolo d’economia, Giovanni Enna porta alla nostra attenzione interessanti dettagli storici pertinenti al lungo periodo d’interazione Fenicio- Punica con gli isolani sardi. Lo stesso, in un secondo articolo, ci rivela il molto tormentato periodo, poco conosciuto, dei circa 80 anni di dominazione vandalica e i conseguenti contrasti con la Chiesa e la popolazione locale.
Peppino Pischedda espone in dettaglio quale grande dose di coraggio fosse necessaria a una femminista ante litteram della seconda metà del ‘700 – Marie Gouze – per sostenere tesi che oggi (grazie a molte eroine interamente spese per la causa) sembrano quasi ovvietà: il vocabolo “femminista” fu coniato dopo la sua morte per decapitazione.
Pietro Martis offre una breve, eccellente istantanea di come un non sardo possa perdutamente innamorarsi dell’isola e dei suoi abitanti, solo per l’aver vissuto con loro durante un lavoro commissionato dal re piemontese: il rifacimento dell’ormai disastrata strada romana a Caralis Turris Libisonis, di cui Carlo Felice avocò a sé l’intero merito con una molto inopportuna statua.
Gian Gabriele Cau ritorna ancora sui sorprendenti studi epigrafici, osservabili sulle pareti di Sant’Antioco di Bisarcio. I curiosissimi e interessanti graffiti, sono raccontati dall’autore attraverso vivide “immagini filmiche”, com’egli riferisce, tra fede e storia.
Alessandro Atzeni e Sandro Garau, collaudata squadra sinergica di Architettura Preistorica, comunicano il loro più recente studio sul particolarissimo nuraghe complesso Duvilinò (Orgosolo), con con foto e rilievo planimetrico. I nostri propongono l’apparentamento con altri già noti edifici, analoghi per particolarità costruttive e nel contempo individuano una categoria di edifici che battezzano “nuraghi arroccati”. Con una convincente e attenta descrizione, mostrano – com’è d’uopo per archeologi preistorici – una grande sensibilità per i componenti delle strutture ed esplicitamente auspicano, nuove modalità tecnologiche di studio.

Sommario

  • Monte d’Accoddi, la costruzione misteriosa – Lorenzo Scano
  • Dove va l’Archeologia – Maurizio Feo
  • L’olivo, un simbolo di pace sulle bandiere – Maura Andreoni
  • Il sorriso ingannatore – Maurizio Feo
  • Se crediamo a Platone – Maurizio Feo
  • Spigolando tra lessico e numeri – Giacobbe Manca
  • La terra A-bitata: Casa-Territorio-Popolo o del pensiero primitivo – Nello Bruno
  • Interazione economica tra Fenici, Punici e Sardi – Giovanni Enna
  • La chiesa sarda durante il periodo vandalico – Giovanni Enna
  • Recensione libro di Giacobbe Manca “Archeologia di Sardegna” – Maurizio Feo
  • Olympe de Gouges 1748-1793 – Peppino Pischedda
  • Carbonazzi, il suo stradone e il sigillo di Carlo Felice – Piero Martis
  • Episodi di guerra medievale nei graffiti di Sant’Antioco di Bisarcio – Gian Gabriele Cau
  • Il nuraghe Duvilinò e i “Nuraghi Arroccati”Alessandro Atzeni e Sandro Garau


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[Recensione] Archeologia di Sardegna

L’isola Selvaggia e Duncan Mackenzie

Catturare un lettore è ardua impresa e così c’è, specie in Preistoria locale, chi ricorre a fantascienza e a fole piacevoli.

Giacobbe Manca è un archeologo, quindi attinge alla concreta realtà del passato, antico e recente.

Si tratta di un’analisi dettagliata, lucida, spietata, dell’Archeologia preistorica Sarda in un libro originalissimo che, insieme, parla dell’ambiente accademico sardo. In sinergia con Piero Cicalò, ottimo traduttore dall’inglese, pubblica gli scritti dell’archeologo scozzese Duncan Mackenzie, per la prima volta tutti insieme e in italiano.

Sono i resoconti delle esplorazioni eseguite nel primo decennio del Novecento su incarico della British School of Rome, diretta da Th. Ashby. In concreto sono appunti di viaggio tenuti da un turista speciale. Mackenzie era un valido orientalista, plurilingue; aveva affiancato Evans a Cnosso, ma era inesperto dei monumenti dell’Isola selvaggia e della Preistoria della Sardegna, sconosciuti proprio a tutti. Solo Nissardi gli diede delle dritte per orientarsi appena con i nuraghe.

Fu ignorato dagli altri “archeologi” sardi e dall’iperattivo Taramelli. Commise molti errori e ciò capita a chi fa ricerca in campi nuovi. Ciò non può essere motivo accettabile di ipocrita rivalsa da parte di infingardi, incapaci nei fatti tecnici e nelle conoscenze archeologiche, che avidamente avocarono a sé!

All’opera Giacobbe Manca premette un quadro articolato, chiaro nell’esposizione di complessi contenuti, motivi e procedura seguiti nello studio annoso. I pensieri integrali, finalmente tradotti, dei resoconti di Duncan Mackenzie (paternità ben sottaciuta per generazioni), sono disposti nelle pagine pari: a fronte di esse, sono le note che Manca appunta per l’indispensabile attualizzazione dei contenuti.

Ben presto si comprenderà che l’assoluta novità editoriale [tutta “l’opera sarda” di Mackenzie in italiano affidabile] non è affatto l’unico, né il maggior merito del libro. Traspare ovunque in quest’opera, “scomoda” per forma e sostanza, la padronanza della materia archeologica dell’Autore, al pari della sua acuta e intransigente capacità critica, ora divertita, ora sdegnata, ma sempre chiara e diretta: virtù essenziale di ogni docente.

Manca spiega anche molte cose, paradossali e dolorose per chi abbia a cuore l’archeologia in Sardegna e senta l’urgenza d’interventi salvifici.

Si tratta anche di un documentato, utilissimo avvertimento ai futuri archeologi sardi, che insegnerà molto a chi voglia e sappia leggere davvero; a chi ancora non conosca (?) certe scorciatoie nascoste e sordide della “cultura” accademica.

Nella sostanza, si tratta di un contenuto irriducibilmente ribelle, profondamente sarcastico, nei confronti di un establishment archeo-sardo inconcludente, pomposo e infingardo.

L’Autore, gentile e riguardoso verso la propria materia, è sempre rispettoso della verità, sopra ogni cosa. Deplora l’archeologia “senza contatto” (quella, per intenderci, di chi “mai scese da cavallo” per toccare con mano e cervello i monumenti sardi), che misconosce “l’archeologia interpretativa”, l’unica che proietta la luce dell’intelligenza sui muri sapienti e sui reperti trovati nel fango delle stratigrafie.

Giacobbe Manca ci racconta alcune verità innovative e inattese, non solo archeologiche, ma storiche e biografiche insieme. Alla fine si dovrà constatare come la realtà possa superare qualsiasi fantasia romanzesca. In verità, non è certo un “libro per tutti”: si deve leggerlo intimamente; bisogna comprenderne la necessità, ma se ne ottiene in premio una personale, fondata e libera opinione sui fatti archeologici e storiografici narrati.

Ai “figliocci” coinvolti per carriera o conniventi per altri interessi darà ulteriori esacerbanti motivi per protestare (debolmente indignati) che solamente di menzogne malevoli si tratti: nessuno li priverà del sonno, né porrà in crisi le loro coscienze volatili, ma potranno ricevere buone dritte per pensare, finalmente! Anche quest’ultimo effetto s’aggiungerà ai molti innegabili meriti di questo libro, ennesimo atto d’amore – come tutti i numerosi scritti dell’Autore – verso la troppo bistrattata e mal compresa preistoria in cui ha profonde radici la popolazione sarda.

Maurizio Feo

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Danza Nuragica

I principî giuridici sono molto importanti nella vita. Mi viene in mente un breve articolo letto qualche generazione fa, dove si ricordava una verità su un mondo di grassatori volti a tutto ciò che è animato e inanimato. Tutto è a rischio di furto e lucro privato. Una riflessione del diritto romano riguarda la… res omnium, che non può essere res nullius (le cose di tutti, poiché tali, non sono di qualcuno in particolare o, ancor meno, sono a disposizione dei più furbi).
Inoltre, godere in vita di un bene comune, inalienabile, non può dare il destro di assaltare a proprio uso e consumo la proprietà pubblica.
Il guardaboschi vivrà gran parte della vita fra alberi e animali selvatici, ma ciò non lo renderà mai padrone di quei beni naturali, che sono res omnium e non res nullius, ancorché egli li senta come suoi o vi sia profondamente affezionato.
Simile discorso si può fare per milioni di persone al servizio di privati e dello Stato.

Analogo discorso vale per l’usciere di un Museo o per i burocrati addetti alla tutela dei monumenti, per giochi politici o fatalità, dei quali beni si sentono certo i padroni e mostrano di fare di essi ciò che vogliono. Purtroppo, a volte occorrono secoli perché si conseguano norme giuridiche corrette.
Dunque: i monumenti preistorici, come le risorse naturali sono res omnium (o dovrebbero esserlo), nella loro fisicità e nell’importanza sociale, culturale e magari economica. Tutti sanno che è banale dirlo, lapalissiano… moltissimi ne sono certi, ma altrettanti no, sia perché l’argomento non li tocca sia perché asservono i beni archeologici come mezzi della propria ingorda carriera, sempre troppo lucrosa. Questi ultimi sono notevolmente i peggiori nemici dei beni archeologici; in loro prevale l’arroganza, la presunzione di un senso di potere assoluto: ne dispongono in nome di un vago diritto inesistente, solo preteso. Sono avvezzi alle scorciatoie per tessere di partito (le nuove chiavi elettroniche) e appartenenza alla nuova feudalità politica.
I monumenti preistorici, per loro stessa specificità, sono i più fragili davanti a tali bipedi narcisi, egocentrici e dunque insensati. Spesso, i giovani che lavorano al mantenimento e al godimento dei presidi turisticamente proponibili sono o hanno motivo per sentirsi sotto ricatto dalla superbia di questi tacchini tronfi, che spesso diventano aggressivi, impongono le loro amene favole da incapaci e minacciano ritorsioni… ove i giovani non manifestino sottomissione!

Invito al ballo
Casualmente, in una conferenza in quel di Ozieri, si parla di nuraghe. Un’attempata oratrice, fra le varie gaiezze da salotto disse che in un suo scavo archeologico – mi sfuggì dove – mise in luce una rampa gradinata nuragica a cielo aperto, posta fra due torrette. Sì è vero, non si disponeva ancora di questa casistica dacché mancò il Padre garante.
Oggidì ciascuno, sia pure con molte incertezze, ormai elabora per sé… lutto e disciplina.
Un mio fugace invito a specificare il fatto fu stroncato come lebbra: segreti di stato e… personali, soprattutto. Le domande non sono gradite: ¡nulla si concede ai rivali! C’è sempre qualcosa che sfugge a molti: la scala nuragica intermuraria a cielo aperto (sic?) mi mancava proprio, dopo mezzo secolo di visite attente ai monumenti nuragici. Urge tener conto di così acute novità.

Primo movimento
Per non cambiare pista da ballo… mi sovviene un’immagine lontana del nuraghe di San Nicola (ciò che ne resta), dell’omonima frazione distaccata di Ozieri, che fu svuotato nel cuore e nel “pericardio”.
Pressoché fagocitato dalle palazzine dell’abitato, sorprende per non essere ancora divenuto sede di una comoda discarica; per ora, qua e là, poche porcheriole eterogenee: ¡Un plauso al civismo dei popolani!
Davanti alla torre centrale è un piccolo cortile che accoglie le aperture di due torrette addossate e antistanti alla detta. È ben costruita… nella parte basale residua, più alta delle affiancate e foriera di curiosità per certa regolarità e ingiustificate aggiunte sopra e oltre l’architrave d’ingresso: ci sono anche tre filari elevati su tutti.
A Nord-Est del cortile si vedono gli esiti “a cielo aperto” di una rampa posta tra la torre centrale e l’edificio aggiunto intorno a Est; i blocchi ben martellati; tutto è in trachite e basalto.
Che sia quella la scala sotto le nuvole orecchiata alla conferenza? Indubbiamente, da qui puoi vedere le stelle… ora che l’edificio ha subito le chiudende ottocentesche e la frenesia dei grassi proprietari terrieri e chissà quali altri assalti per almeno tre quarti del Novecento.
Orbene, se all’archeologo manca una visione d’insieme della logica e dello spirito nell’architettura nuragica, per chi valuta, diviene difficile “vedere” la complessità originaria di un edificio con “scale aperte” e si è preda di idee naïves. Mi pare assurdo e non voglio credere… ma tutto è possibile!
Ricordo la patologica autostima dei burocrati per il ruolo rivestito, acuito davanti a un’eterogenea assemblea animata, legittimo campione del ben più ampio parco buoi produttore di biomassa, e così si affossa ancor più l’archeologia preistorica sarda.
Come quando ci si sente osservati, qualcosa nel San Nicola disturba equilibri e fascino antico.
È presto detto: al culmine della torre centrale è disposto in più filari, solo per un terzo del giro verso chi arriva, una sorta di placcaggio: una coroncina… da principessa, fatta di lastre affiancate poste di coltello e in altri modi: a un solo paramento per fortuna, fissato con zeppe e abbondante cemento… di ottima qualità.

Ci si accorge della genialità di tale realizzazione archeologica, certo freudiana, solo guardando alle spalle della chiostra di conci, dove – lieve sollievo – nessun muro di spalla sostiene tanta magnificenza: non ci speravo proprio e c’è da incrociare le dita.
La cosa ha prodotto, verso Sud-Est, un innalzamento regale del nuraghe centrale aprendo così cento altri inchini, come epiteti, adatti per i mai abbastanza “apprezzati archeologi/ghe” della soprintendenza: oserei dire ¡mai onorati/e abbastanza!
La prima piroetta introduce al diritto mondiale dei monumenti. Per esempio: ¿Chi autorizza i burocrati della soprintendenza a violentare in questo modo una reliquia della preistoria contro ogni dettato di leggi italiane e accordi internazionali in materia? ¿Ora il nuraghe è più bello?… ¿Scientificamente è più rilevante? ¡Buon Signore del cielo, guardi e lasci fare! ¿Mai un fulmine?…

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Numero 61 – II Semestre 2022

Disponibile da Novembre 2022, il nuovo numero 61 di Sardegna Antica

Il numero 61 della Rivista Sardegna Antica, si presenta denso di argomenti intreressanti, che ci sembrano adatti al periodo che stiamo attraversando: si parla infatti di Salute, come anche di Guerra Mondiale, senza dimenticare il nostro costante imperativo, che consiste nella corretta interpretazione della storia della Sardegna. Vediamo una breve rassegna delle ricerche e gli studi proprosti al vostro gradimento.
Per prima, M. Andreoni, con l’articolo Homo Patiens, accoglie egregiamente il lettore, accompagnandolo tra magia, religione e medicina del mondo antico: lo guida sicura tra le acque curative sarde di Fordongianus, attraverso l’Etrusca Disciplina, le pratiche medico-superstiziose greche e latine, fino alla nascita del simbolo del Caduceo, quasi alle soglie della scienza medica. Seguono due articoli di M. Feo, volti a ribadire i validi motivi dell’equidistanza di Sardegna Antica sia dalle imprecisioni dell’Accademia (Pietà religiosa e vanità terrena) su cronologia e interpretazione materiale), sia dalla “Fantarcheologia” di molti non addetti ai lavori (Gil Gamesh. L’eroe e la scrittura) circa l’invenzione della “scrittura nuragica”. A. Assorgia (Il Supramonte di Baunei) descrive e spiega le fascinose meraviglie geologiche, archeologiche e botaniche del Monte di Baunei, rivelandone alcune ignote e proponendo nuove prospettive di ricerca. G. Manca (Danza Nuragica) interviene con un’ulteriore sua critica – sarcastica e umoristica, come d’uso, ma sempre didattica e ben argomentata – verso l’atteggiamento superficiale e inconcludente dell’Accademia sarda nei confronti della civiltà nativa, cui restano dunque scarse possibilità d’essere compresa e conosciuta.
A. Atzeni (La prima alabarda in Sardegna) ci offre un sintetico, ma veramente ottimo esempio di archeologia interpretativa, dimostrando che essa è possibile anche in Sardegna: una fresca ventata di benvenuta razionalità, fonte di ottimismo.
Seguono due articoli d’argomento bellico, visti i tempi attuali: il primo è di G. Enna (La Grande Guerra e l’epopea della Brigata Sassari), che rievoca anche da un punto di vista sardo, rilevanti fatti storici, economici e di costume, che prepararono, accompagnarono e seguirono alla Grande Guerra; il secondo è di P. Pischedda (I Dimonios e Raimondo Scintu), che fa rivivere l’Eroe Scintu, la Brigata Sassari e aneddoti poco noti di valore, dedizione ed eroismo isolano. Insieme, i due articoli compongono un unico racconto in cui sembra d’intravvedere – per un momento – il genio di Emilio Lussu, che firmò un terribile diario resoconto (l’unico esistente!) della Prima Guerra Mondiale.
Quindi C. Maccioni (Il Fuoco. Francesco Ciusa e Sebastiano Satta) espone un ben documentato studio, veramente interessante e pieno di riferimenti, nel quale svela un parallelo tanto artistico, quanto profondamente umano tra i due amici e artisti nuoresi, partendo da un bassorilievo donato dal Ciusa al Satta e accompagnando quest’ultimo – il più anziano – oltre la prematura scomparsa per malattia, fino al monumento funebre dedicatogli dall’amico scultore.
Giovanni Graziano Manca (Marcello Serra nel cinema documentario sardo) descrive il Serra come un sardo che voleva far conoscere l’amata terra al vasto pubblico televisivo. Spiega che il suo modo di documentare l’isola come un luogo magico, forse mentiva un poco (certamente non quanto si mente oggi in costosissimi filmati infondati!), quasi mostrandosi in attesa di un fulgido futuro che, purtroppo, ancora non è arrivato.
Infine Nello Bruno (Su Irgu Marras) spiega, per gli amanti delle lingue e dell’etimologia, la derivazione forse semitica di una definizione dialettale sarda per un fenomeno naturale come i lampi a ciel sereno. A quanto pare la spiegazione passerebbe per quel simpatico e raro mammifero marino noto come “bue marino”, la foca monaca: altrimenti, la denominazione dialettale non troverebbe una plausibile spiegazione. Completa le pagine di questo numero la citazione di tre libri interessanti: uno è “Sorprendenti piante del Friuli” (di S. Costantini e A. Moro), un altro riguarda le “Statue di Mont’e Prama” (di P. Secci) e un terzo “1802, La rivoluzione che non ci fu” (di G. e A. Muzzeddu).

Si segnala che le opinioni espresse nelle relative recensioni sono valutazioni personali e che certo non avremmo perso tempo con analisi di libri che non meritano menzione. Infine, a proposito di libri, è forse il caso di annunciare l’imminente edizione di uno nuovo dell’archeologo G. Manca, che è tanto poco atteso quanto sarà sorprendente: “Archeologia dell’Isola Selvaggia: from an original idea by Duncan Mackenzie”, di cui si mostra la copertina. Il titolo bilingue allude al fatto che si tratta di un’affidabile traduzione – commentata e spiegata da Manca – dall’originale inglese dei testi dell’archeologo scozzese, inviato in Sardegna dalla British School of Rome. Lo stesso che Arthur Evans aveva scelto come compagno per scavare a Cnosso. Nel nuovo libro di Manca si descrivono gli eventi, talvolta contorti e complessi, che impedirono una pronta traduzione e divulgazione degli scritti originali. Si sottolineano gli errori in cui incappò lo scozzese, solo apparentemente bene accolto dagli archeologi sardi coevi. Si racconta come avvenne che tali errori di valutazione architettonica furono presi per veritieri in accademia e riproposti pedissequamente, senza alcun senso critico, né dubbi in altri testi.
Insomma, non è solo un libro di archeologia sarda: è anche – e soprattutto – un resoconto di storia dell’archeologia sarda degli ultimi anni, così come può legittimamente raccontarla chi quegli anni ha vissuto in prima persona. La veste grafica è curata da un ottimo tecnico di scuola moderna e richiama i contenuti attraverso gli schemi dei monumenti analizzati. Nel retro copertina è il ritratto di Mackenzie è reso con una tecnica elettronica attraverso i suoi stessi scritti inglesi. Il CSCM e la Grafica del Parteolla sono certi che l’opera sarà rivoluzionaria per l’Archeologia sarda.
Un libro che non prenderà polvere su uno scaffale…

Sommario

  • Homo patiens – Maura Andreoni
  • Pietà Religiosa e Vanità Terrena – Maurizio Feo
  • Ghilgaméš. L’eroe e la scrittura – Maurizio Feo
  • Il Supramonte di Baunei, nuove scoperte – Antonio Assorgia
  • Danza Nuragica – Giacobbe Manca
  • La prima alabarda preistorica in Sardegna – Alessandro Atzeni
  • La Grande Guerra e l’epopea della Brigata Sassari – Giovanni Enna
  • I Dimonios e Raimondo Scintu – Peppino Pischedda
  • Il Fuoco: Francesco Ciusa e Sebastiano Satta – Carlo Maccioni
  • Marcello Serra e il cinema documentario sardo – Giovanni Graziano Manca
  • Su Irgu marras- Nello Bruno

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Numero 61 – II Semestre 2022 Read More »