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Narrazione o Scienza

Il territorio della Sardegna è costellato – oltre che da numerosi, splendidi e diversissimi esempi di nuraghe – anche da monumentali tombe, denominate dalla fantasia popolare “ tombe dei giganti” (TdG), gigantinos, tumbas de is mannos per la loro imponenza. In verità erano tombe per uomini di dimensioni normali, non per giganti. Si dovrebbe aggiungere che furono costruite nel periodo nuragico e che erano tombe collettive, il che giustifica le loro dimensioni notevoli e il loro nome.
Con ogni probabilità erano derivate per sincretismo da altre tombe precedenti, del Neolitico (circa V-IV millennio aC): grotte artificiali di varie dimensioni scavate nella roccia, denominate domos de janas, “case delle fate”. La continuità ideale tra le precedenti tombe ipogee scavate nella roccia e le successive tombe aeree monumentali è indicata da molti elementi, tra cui figura anche l’esistenza di stele centinate, cioè con angoli superiori arrotondati (talvolta scolpite anche sulla facciata di alcune domos de janas).

La TdG era sostanzialmente un tumulo allungato, composto di pietra e di terra: all’esterno appariva come uno spesso strato di terra sotto al quale riposava la lunga struttura trilitica portante in pietra, con commessure via via più precise e combacianti man mano che le tombe divennero più “evolute” col tempo. Spesso la base del corridoio tombale era lastricata anch’essa con elementi strettamente connessi, realizzando così una camera a buona tenuta. Un pesante portello in pietra, sito nella parte anteriore della tomba, ne chiudeva l’ingresso, posto al centro di quell’area che oggi è definita “esedra”: due braccia curve, degradanti dal centro verso l’esterno, quasi a formare una superficie rituale antistante alla tomba. Esisteva una discreta variabilità per ciò che riguarda l’esedra: talvolta ospitava al centro enormi lastre mono- o bi-litiche (stele centinate), talaltra era composta di pietre più piccole e di dimensioni simili tra loro (naturali o isodome).
Era sempre un monumento aereo, ben visibile, di struttura ciclopica (non megalitica), composto dal susseguirsi di ortostati e architravi, fino a formare un corridoio, talvolta lungo anche più di 20 metri. Incidentalmente, ci si domanda perché mai gli archeologi sardi persistano nell’errore grave di denominare ufficialmente tale sistema trilitico “copertura a piattabanda”. Confondere l’architrave (composto di un elemento singolo, che si regge per gravità ed è in equilibrio stabile) con la piattabanda (fatta di molti elementi e consistente in realtà in un arco molto ribassato, che si regge per contrasto) costituisce una gravissima lacuna tecnica, che presuppone una cattiva comprensione della statica e che non dovrebbe mai comparire su pubblicazioni scientifiche ufficiali.

La forma esteriore della TdG ha dato adito a interpretazioni varie e fantasiose da parte dei commentatori moderni: c’è chi parla di una protome taurina e chi di rappresentazione di un utero: il lettore deve costantemente ricordarsi di distinguere tra documentazione scientifica e narrazione speculativa. Per esempio, si è voluta vedere una dipendenza/corrispondenza tra nuraghe e TdG, (ipotizzata in origine da Duncan Mackenzie, quindi ripresa acriticamente dai moderni) per via della loro coesistenza nello stessoterritorio.
Non ci si stupisce se – adottando questa logica errata d’interdipendenza “geografica” tra popolazione e tombe – i ricercatori sardi non riescono proprio a spiegare la concomitanza tra l’elevato numero di domos de janas e l’assenza di nuraghi nell’agro di Ardauli. Si perpetuano vecchi errori: per esempio, a Bultei, nel sito “Sa Presona”, si trovavano in realtà cinque TdG, mentre ancora oggi sono ufficialmente tre, senza contare il pasticcio dell’interpretazione di una di esse come dolmen. Sembra quasi che le pubblicazioni ufficiali non siano sottoposte a revisione: pareidolia, errori d’interpretazione e fantarcheologia sono un rischio e una tentazione costante. È bene ricordare a questo proposito che – contrariamente a quanto talvolta si afferma, o si finge, da parte di alcuni – l’argomento funerario sardo antico, con i suoi riti e i suoi metodi, è ancora sostanzialmente ignoto, al pari della religione e della società stessa che li produsse. Vi si applica molto bene il giudizio di H. Duday: “Quando non si dispone di informazioni atte a completare le nostre osservazioni di scavo, è possibile fare solo un’archeologia dei gesti e non dei riti, che derivano dall’interazione di gesti e di pensieri”

LEGGI L’ARTICOLO COMPLETO SU SARDEGNA ANTICA N.68

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